Jazz lento

C’è molto spazio adesso, luce di orizzonti
e pagine voltate a illuminare i giorni e le montagne
di non so quale quiete o allegria d’acqua chiara;
tutto, purché io non abbia a pentirmi
di averti amato anche nel tempo in cui non c’eri,
conosciuto così poco e bene con il cuore e gli occhi
senza saper nulla dei tuoi silenzi e delle mani
e delle stanze segrete che forse non avevi;
tutto, purché il tuo giocare tra le righe del sentir comune
ritorni sulle mie labbra come una risata che diviene bacio
perché ti ho camminato addosso senza farti male, credo,
e tra i miei segni tu hai lasciato il più sottile e il più tenace.
Danzo al ritmo di questo jazz lento che mi distrae le ciglia
e la tramontana è un abbraccio tra gli anemoni,
cristallo e argento la pioggia, carezza d’aria e foglie
mentre s’alza l’airone a precorrere la grazia instancabile del volo
o una libellula, ali nel vento, che a pensarci mi s’accorcia il fiato
in questo scompiglio tenero di cielo, perlaceo di nubi indistinte e vaghe.
C’eri in questo mattino rugginoso di sogni in dormiveglia,
ci sarai nel profumo fruttato della sera alla finestra,
e dischiuderà i suoi petali la terra, perché tu possa vederla,
almeno una volta ancora.

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Un volo spezzato

Non avrebbe mai potuto raggiungere il sole, con due ali di cera.

Non avrebbe potuto mai essere una vera Maddalena, con un’aureola di cartone e senza amore abbastanza per asciugare coi suoi capelli non dico i piedi di un uomo, ma neppure le lacrime dei suoi occhi o il suo cuore stanco.

– Gabbiani. I gabbiani non sono niente. Fantasmi, metafore, simboli – disse Nina.

– Simboli della nostra smania di volo, dell’infinito umano – disse Kostantin

Nina rise come rideva lei, gettando indietro la testa, conscia della sua bellezza invadente e oscena, scoprendo il collo agli avidi morsi di uno sguardo d’amante.

– simboli della nostra viltà, Kostantin. Del nostro eterno cercare bellezza dove c’è solo il sogno. Il risveglio è sempre doloroso perché vestiamo i gabbiani di piume non loro. Anche le ali di un gabbiano si sciolgono, quando si avvicina troppo al sole. Chi decide il modo giusto di bruciarsi? Io intendo bruciare come una donna, non come un gabbiano. I tuoi sogni non mi interessano, non mi interessa il tuo gabbiano. Costruisci le tue ali, esci dal labirinto, devi pagare un prezzo per il fuoco, e un gabbiano non è un prezzo equo.

Nina riemerse dalle sue parole, dal fuoco che la scuoteva dentro, per guardarlo. Ma Kostantin era già uscito. Lo specchio non rifletteva che la sua immagine che parlava con se stessa.

Questo racconto è nato molti anni fa per un laboratorio di un sito di scrittura. Il tema era ispirato al Gabbiano di Cechov, ma con molto spazio lasciato alla fantasia, per così dire.  

Sono uno scrittore

Racconto vecchiotto, questo, risale al 2007 e non so neppure perché l’abbia scritto al maschile essendo io decisamente femmina, ma tutto sommato ho preferito lasciarlo così perché è coerente con le ragioni per cui scrivo, così come le ho esposte.

Sono uno scrittore. No, adesso non immaginatevi un tipo all’americana, un Chandler con tanto di pipa e sbornie … e tantomeno uno alla Henry James, tutto misantropia e solitaria contemplazione del proprio genio. No, non scrivo per placare una divinità crudele che pretende la mia autodistruzione in cambio dei suoi doni (peraltro scarni assai nel mio caso).
No, immaginatevi uno che scrive per divertirsi, per allegria, perché gli piace. Ecco, io sono così. Ho strade lastricate di incontri, di personaggi affascinanti travestiti da vicini di casa e commessi dei grandi magazzini. Ho muri che trasudano storie da raccontare.
Ho sentito qualche volta dire che leggere, o peggio ancora scrivere, vuol dire rinunciare a vivere di vita propria. Per quanto mi riguarda, è una grossa sciocchezza. Scrivere per me è vivere in mille vite, infilarmi di frodo in pensieri altrui, conoscere persone meravigliose, entrare nelle loro case, trasformare le loro storie in poesia. Ecco, d’accordo, i miei scritti non saranno certo eterni, ma è questo lo scopo della mia costante ricerca: trasformare le mie storie e quelle degli altri in poesia.
Venderle, dite? Guadagnarci sopra? Oh, certo, non è che mi dispiacerebbe poi tanto. Ho scelto per mestiere di comprare anime altrui, è un investimento. Ma non le compro per portarle alla dannazione, non m’interessa. Le compro perché con il mio sguardo curioso, col mio spiare nei segreti, col mio appropriarmi di cose che non mi appartengono, posso conoscere ciò che si prova a non essere me. Posso sentire i miei passi echeggiare per corridoi sconosciuti, ballare in sale che non ho mai visto, amare donne che non sanno chi sono, parlare con uomini che non vedranno mai la mia faccia. In cambio di tutto questo, mi sforzo di diffondere in giro una parte almeno della gioia infinita che c’è a spaziare oltre il confine. Il vostro volo è mio, ma anche il mio volo è vostro, e ci ritroviamo a volte, dai più remoti punti del mondo, ad abbeverarci alla stessa fonte.

Fiore controvento

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Sei nel silenzio fertile di questa fiamma intensa e schiva,
fragranza di pane caldo, arance e rosmarino nel mio petto,
il fremito sottile del tuo fiore che germoglia controvento;
in grembo il solco profondo del tuo pensare a largo raggio.
Appollaiato in cima ai pali di una porta, ai margini del campo
guardi ancora quei fiocchi di cielo  non addomesticati
e ti si scioglie il fiato d’intatta meraviglia,
sì che anche alle finestre s’è appannato il vetro attonito.
Condivido il tuo amore per le asperità ribelli delle forme
contro la perfezione geometrica degli altrui cerchi
Ma quell’oscuro bisogno che abbiamo delle stelle,
quello scintillio dolceamaro che ci reca la scoperta della pioggia,
non ha rivali in altri amori, o glorie, o inutili  difese ed armamenti
quello è il senso della vita e del coraggio, del desiderio e della pelle
è la libertà assoluta che tu da sempre conosci più d’ogni altro
e da sempre porti con te, schiudendo alla resa le tue dita
il corpo nel dolce abbandono di un amore infinito e vivo,
il cielo aperto oltre la Baia,
mare,
e niente che tu non sappia.

Memorie

I pensieri si sono fatti densi in questi giorni, quasi solidi, occupano un loro spazio, benché non del tutto definito; i movimenti sono un po’ appesantiti, saranno gli strascichi dell’influenza, chissà; sembra una fatica per la mente ancora più che per il corpo, dover ricordare di mettere un piede avanti all’altro. Ci sono altre memorie da tener vive. Cerco la tua leggerezza, quella forza mite che ha reso straordinaria la tua presenza. Oggi sono sei mesi giusti che sei andato via, ammesso che andato via sia il termine più adatto, visto quanto ti ho ancora dentro, che comunque è una fortuna, anche se una fortuna che costa cara, ma dà anche molto in cambio, per così dire. Ci sei nella volontà e nella forza di dar vita al mio sogno. E parrebbe che non si abbia il diritto di piangere, solo che, come diresti tu, ho gli occhi che perdono.

Thoughts have been getting thick these days, almost solid, they are taking a space of their own, if not entirely defined; movements are a bit heavier, might be the aftermaths of flu, who knows; it seems demanding for the mind even more than for the body, having to remember to put one foot in front of the other. There are other memories to be kept alive. I’m looking for your lightness, the gentle strength that made your presence extraordinary. Today It’s exactly six months since you went away, if went away is the right expression, seeing how much I still have you inside me, which is my luck anyway, although it’s luck that costs dearly, but then it gives a lot in exchange, so to speak. You’re in the will and strength I have to give life to my dream. And apparently, one would not have the right to cry, it’s just that, as you would say, my eyes are leaking.

Il dono più grande

Una settimana praticamente immobilizzata a letto dall’influenza, strana situazione per pensare alla libertà. Ma tutto il mio essere in questo momento è concentrato sulla libertà. Non solo in questo momento, in effetti, ma adesso mi è diventato più chiaro. E’ il mio viaggio, il mio traguardo e il mio orizzonte. La libertà è un dono prezioso e duro, è così bella da darti il senso della felicità proprio quando vorresti gridare di dolore e nostalgia ed è così difficile che siamo spesso noi stessi a sfuggirla. Ma cosa dovremmo lasciare ai nostri figli di più importante e necessario del desiderio di essere liberi e del coraggio di lottare per esserlo davvero, mettendo se stessi interamente nei propri sogni e nella propria vita? Tu mi hai insegnato che si gioca con qualunque tempo, che nessuna pioggia, per quanto torrenziale, deve poterci fermare. Che conta più di tutto esserci e metterci la faccia, sempre, perché alla fine, è la cosa più veramente “tua” che ci sia. E quando mi è sembrato di stare perdendo il senso di tutte le cose, ho finito per accorgermi che continuavo – e continuo – a cercarlo e a trovarlo nel tuo spirito irriducibilmente libero.

Poesia di mani

Dedicata ai diversi schiavi coraggiosi che hanno affrontato molti ostacoli (spesso anche di natura legale, perché in alcuni Stati imparare a leggere e scrivere era proibito), nella consapevolezza che è dalla possibilità di esprimere e comunicare le proprie emozioni, più ancora che dall’istruzione, che passa la strada per la libertà.caffè1

Le sue mani sono nere. Nere a causa della terra che si è infilata in ogni piega, insinuata nelle unghie, appropriata di ogni ruga. Perché il vero colore delle sue mani non era il nero, come dicono, con disprezzo, quelli che si fanno chiamare bianchi. Il mondo non è diviso in bianco e nero, pensa. Nessuno, da bambino, gli aveva detto che aveva un colore e lui non se n’era accorto. Poi, in seguito aveva imparato che le sue mani somigliavano alle bacche tostate del cacao e del caffè, ma con riflessi quasi dorati, come se il sole che cuoceva la sua pelle dalla mattina alla sera, lo ricompensasse lasciandogli un poco di sé. E a guardar bene, si intravedevano sfumature rossicce, forse anche le bacche fresche, color rubino scuro, avevano lasciato le loro tracce, negli anni. Ma la terra ha cancellato ogni cosa. Anche la schiena, ormai, ha preso la curva che ogni giorno gli piega il corpo sulla memoria della sua schiavitù. Ma la terra che mi ha annerito le mani, pensa, le ha lasciate comunque più pulite delle loro. La mia schiena è curva, ma so ancora alzare la testa, se voglio. Mentre loro, d’ora in poi, dovranno convivere con le loro mani sporche e la loro schiena ingobbita dalla vergogna. I bianchi dicono di amare il cacao, di amare il caffè, lo zucchero e il cotone, ma non si chinano mai a guardarne i fiori. Sorseggiano bevande addolcite, reggendo le tazze con le loro mani troppo bianche, restano all’ombra dei loro portici, e del sole non colgono che l’ombra. Forse non sono vivi. La vita non è il pane amaro che gli danno, ma non è neanche la loro cioccolata dolce. Del pane, della cioccolata, si può farne a meno. Ma lui ha cercato di nascosto le parole della poesia, per trovare la libertà più grande, quella senza la quale, davvero, sei morto: la libertà di scegliere di essere ciò che non sei.