NAVI NEL DESERTO

navi nel deserto

immagine presa da qui

I miei piedi sono pieni di sabbia. Anche quelli di Leyla lo sono, come se il deserto ci attraversasse il corpo attraverso le nostre scarpe. A piedi nudi sarebbe forse meglio, potremmo lasciare che la sabbia faccia a modo suo, completamente. O sdraiate, così che ogni poro della nostra pelle potesse essere riempito da un granello di deserto. E alla fine soffocarci dentro, annegare in questo mare aranciato dove puoi dissetarti soltanto con i miraggi.

L’amicizia è dura, così mi hanno detto, è aspra e irta di spine e di punte d’acciaio, poiché deve sempre oltrepassare una solitudine.

Certe solitudini sono veloci, vanno di corsa, come la fotografia di qualcuno che già quando la guardi non lo riconosci più, non è più lui o è lui in qualche modo del tutto diverso. Come una stanza, che secondo l’angolatura da cui la guardi può avere, seppur deserta, la luce delle cose vissute oppure, benché abitata, può non apparire che come un cumulo di rovine fumanti dopo un incendio.

Altre sono solitudini lente, che non si prestano a essere fermate in una frazione di secondo ma richiedono lunghi appostamenti segreti, l’accumulo di tessere di solitudine in un mosaico infinito, la pazienza del tempo, che trasforma le terre fertili in deserti.

Così era la mia. Costruita pezzo a pezzo, faticosa e intima, tessuta e dipinta per avere davanti agli occhi solo ciò che volevo e dimenticare il resto. Ma Leyla dice che bisogna ricordare, e nella tela riappaiono cose che nella mia mente puzzano di putrido. Leyla dice che senza memoria siamo morti e io non so se sono più capace di morire. Dice che solo se sappiamo vedere possiamo vivere e io non so se sono ancora capace di vivere. Dice che la guerra e la morte cementano l’amicizia, io l’amo e la odio ma non voglio conoscerla. L’amicizia mi è estranea.

Leyla dice che non devo preoccuparmi, che domani andremo a Timbuktu, la città di sponda, sulle rive del deserto, la città da cui sempre resti deluso, prima di accoglierla nel tuo cuore e lasciarla lì per sempre.

Domani, forse.

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9 Pensieri su &Idquo;NAVI NEL DESERTO

  1. sono confuso da questa lettura che sento suggestiva ma di cui non riesco a trovare il centro: è la solitudine o al contrario l’amicizia? e la voce narrante a tratti la sento europea a tratti africana come ci fossero due voci che si accavallano. e poi timbuktu che se non sbaglio è appena stata conquistata (catturata) dall’ISIS e allora l’aspettativa finale assume un tono tragico.
    contento in ogni caso di averti letto 🙂
    ml

    • Sai, mi succede a volte che un racconto nasca quasi da solo, si “scriva” quasi da solo. Certe storie sono profondamente “mie” e al tempo stesso però mi sorprendo che fossero lì, è come se avessero anche una parte di vita propria. Se dovessi interpretare questo racconto “dall’esterno”, direi che (secondo me) parla della difficoltà di superare una solitudine che è una corazza costruita a causa di ferite e delusioni, per ritrovare la capacità di fidarsi dell’amicizia e forse della vita stessa. Timbuktu… beh, è la Timbuktu della leggenda, un luogo non solo geografico. Non è un racconto recentissimo, ma nasce da uno splendido libro (intitolato semplicemente Timbuctu) dell’antropologo (e insegnante, e scrittore che amo molto) Marco Aime, Un libro che è a sua volta una poesia sul contrasto tra mito e realtà, tra l’amore ideale e immaginario per un luogo della mente e quello, più reale e “sporcato” da tante cose, per il luogo concreto, deludente se vuoi, per certi aspetti, eppure un luogo la cui conoscenza è necessaria per conservare anche il mito, nella misura in cui è necessario, riportandolo però a una dimensione più umana e quindi necessariamente anche più esposta a tutti i rischi di un luogo con una posizione geografica ben definita. Per questo credo che il finale, in realtà, valga anche adesso. Domani, forse… in una certa misura, siamo pur sempre noi, ciascuno di noi, a scegliere. Significa darsi tempo, ma comunque concedersi una possibilità, una speranza che le peggiori decisioni, quelle che fanno più male, possano ancora essere cambiate. Anche questo commento è in parte istintivo, grazie di avermi spinto a ripensare al racconto e ispirato altre idee su quello che io stessa ho scritto… 😀

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