Il Bosco (titolo provvisorio) (continuazione)

Questa è la prosecuzione di un romanzo di cui avevo pubblicato le prime pagine qui e qui

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III

   Lo Studio di Architettura Gaggero & Martini era diventato in pochi anni una realtà consolidata. La competenza dei due soci era fuori discussione, ma forse aveva contato anche il curioso contrasto tra l’atteggiamento verso i clienti di Emanuele Gaggero, professionale fino alla freddezza, e la capacità di penetrazione psicologica e di partecipazione umana di Fabrizio Martini. Fabrizio aveva trentanove anni, il suo socio uno di meno. Entrambi avrebbero avuto l’età per poter essere, forse, i “giovani di studio” di qualche pezzo grosso, qualunque cosa questo potesse significare, ma nessuno dei due aveva mai rimpianto la spericolata decisione di mettersi in proprio, presa cinque anni prima.

Emanuele Gaggero, detto Lele, aveva lasciato un posto di assistente in cui il suo compito era stato occuparsi dei progetti che il titolare dello studio s’impegnava a curare “personalmente”, fargli da fattorino ed entro certi limiti, da domestico personale. Fabrizio Martini era stato quasi sul punto di diventare socio più giovane in un prestigioso studio associato milanese quando invece aveva deciso di tornare a Genova. Una scelta che colleghi, amici, familiari e conoscenti avevano giudicato, quasi all’unanimità, una follia. Quasi. Una delle eccezioni era stata rappresentata da Lele Gaggero, vecchio compagno di studi, nonché di “antiche ragazzate e giovanil cazzate”, come lui stesso amava esprimersi, di Fabrizio. Aveva condiviso con lui anche la Resistenza, per un brevissimo periodo, sebbene nessuno dei due sentisse un particolare bisogno di ricordarlo, in un’epoca in cui tanti si precipitavano a far valere reali o presunte benemerenze antifasciste. Diversamente da molti compagni, erano sopravvissuti e questa era una ricompensa più che sufficiente per loro.

“Hai fatto bene”, aveva detto Lele a Fabrizio. “Se stai lontano abbastanza a lungo, ti accorgi che non esiste al mondo un’altra città come questa, unica nel bene e nel male, e il bene e il male qui sono legati inestricabilmente, non puoi amarla senza odiarla ma neanche puoi odiarla senza amarla. Certo non si lascia dimenticare. Per un architetto Genova è la sfida più alta, una sfida all’idea stessa di città, una rosa nel giardino e una spina nel fianco”.

Nonostante la tendenza alla retorica, Fabrizio aveva ritrovato in Lele Gaggero, oltre a un vecchio amico cui lo legava l’affinità di sempre, anche il socio ideale. E viceversa. Si erano trovati un posto a San Donato, luogo simbolo della bellezza e dell’abbandono della città storica. Davanti a un Manhattan ottimamente preparato dal barista di un locale dei dintorni, avevano iniziato a compilare una lista di promesse reciproche. Al terzo Manhattan (l’ultimo, a onor del vero), la lista definitiva era pronta: primo, non assumere mai un “negro” per lavorare al loro posto; secondo, non avere nulla a che fare con alcun progetto collegato anche lontanamente con l’ondata speculativa che stava deturpando Genova (“non mettersi a far le bagasce al soldo dei palazzinari”, nelle parole di Lele); terzo, non chiedere finanziamenti alle banche; quarto, diventare ricchi. Benché a rigor di termini al momento solo le prime tre promesse fossero state mantenute, lo Studio Gaggero & Martini navigava in acque più che tranquille.

Quella mattina Fabrizio Martini era uscito da casa più presto del solito. Aveva molti pensieri a tenergli il corpo sveglio e la mente occupata.

Le stelle impallidivano in un presagio d’alba; a guardar bene, ancora si poteva scorgerne la luce fioca contro il cielo che rapido si schiariva e già ad est lasciava intravedere il sole. Non erano ancora le sette, quando scese da Sarzano giù per lo Stradone di Sant’Agostino, verso la Piazza delle Erbe e l’intrico di vicoli in cui si annidava lo scagno, come lui e Lele affettuosamente chiamavano il loro ufficio. Un percorso conosciuto ormai a memoria, lo stesso da cinque anni, ma Fabrizio non se ne era ancora stancato e in effetti sapeva benissimo che non se ne sarebbe mai stancato, come non si sarebbe mai stancato del suo lavoro. Semplicemente, non era nella sua natura stancarsi delle cose e delle persone che amava. Quando aveva tempo, come quella mattina, si fermava ad ammirare una volta di più le meraviglie romaniche, sia pur ampiamente rimaneggiate, di San Donato, con il suo magnifico tiburio e la torre soprastante, il portale e le absidiole ricostruite dal grande D’Andrade, e nella navata destra quella Madonna con Bambino di Nicolò da Voltri che ogni volta gli faceva quasi venire le lacrime agli occhi. Niente ai suoi occhi eguagliava in spiritualità e arte le tavole dei Maestri del Trecento e del Quattrocento. A volte si spingeva fino a San Cosimo dove, tra le forme medievali e gli interni di antica semplicità della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, si sentiva ancora capace di una religiosità intensa, seppure eterodossa.

L’idea che tutto questo potesse un giorno sparire, inghiottito dalla ruspa risanatrice, gli era intollerabile. Il piano regolatore entrato in vigore tre anni prima aveva suscitato un vespaio di polemiche e personalmente lo aveva infuriato. E a maggior ragione lo infuriavano le varianti che si stavano discutendo proprio in quel periodo. L’unico progetto su cui quel piano si fondava era la più avida speculazione, l’unica idea era venire incontro alle richieste delle grandi famiglie genovesi che avevano perso la volontà e la capacità stessa di rischiare e non avevano più alcuno slancio se non verso la sicurezza del “mattone”.

In cambio dell’acciaio Genova, città all’incrocio dei venti, si era quasi rassegnata a perdere i suoi mercanti sognatori e spregiudicati, i suoi viaggiatori incantati dall’ignoto, il miscuglio magico della sua lingua e dei colori delle sue stoffe, forse persino i suoi venti, acquietati dal frastuono di un’industria che pareva immortale.

Invece adesso l’acciaio moriva di morte lenta e la Superba si accorgeva di aver rischiato di cedere il proprio orgoglio per un piatto di lenticchie, di lasciar annientare il suo spirito pionieristico e ribelle per qualche aiuto di Stato, mentre la fame di soldi facili fagocitava le sue colline dopo aver divorato le sue coste affastellando case, molte delle quali sarebbero rimaste vuote. C’era solo da sperare che le macerie della guerra ancora ben visibili in larghe aree della zona non suggerissero l’idea di abbattere per riqualificare e modernizzare. Viste le brucianti esperienze degli ultimi anni, il rischio di una simile barbarie era tutt’altro che remoto. E lui, a costo di passare per un inascoltato rompiballe, scriveva e raccontava e si presentava alle sedute dei consigli comunali e si sorbiva ore di bofonchiamenti, travolgenti urla di finta passione, circonvoluzioni e torture inflitte tanto alla lingua italiana quanto al buon senso, per non lasciar nulla d’intentato, per non restare all’oscuro, perché nulla potesse accadere di cui fosse un giorno costretto a dire ‘se solo lo avessi saputo prima’.

Questo gli ricordò il progetto cui stava lavorando in quei giorni e, di conseguenza, uno dei pensieri che lo arrovellavano: come conciliare le esigenze di comfort e funzionalità del proprietario di un villino, cultore del contemporaneo, tenendo conto del contesto. Magari una distribuzione inedita degli spazi all’interno, lasciando inalterati gli esterni, perché dopotutto la collina di Struppa, nonostante l’alta densità di speculazione, manteneva ancora un aspetto quasi rurale, da zona agricola alle porte del centro cittadino.

Stava ancora pensando a questo quando arrivò finalmente in ufficio, e continuò a pensarci a lungo, disegnando schizzi su schizzi, aggiungendo e cancellando, appallottolando i fogli e gettandoli nella carta straccia quando un’ipotesi gli pareva da scartare, creando modellini delle strutture e degli arredi per meglio visualizzare le varie possibilità.

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