Eroe a chi? (#laltro24maggio)

L’invito di gaberricci a parlare oggi, 24 maggio, di un altro Piave, che non sia quello del “capitolo finale del Risorgimento” e della “liberazione dallo straniero” mi ha coinvolto. Ormai, forse, che la prima guerra mondiale sia stata soprattutto un grande massacro credo sia abbastanza entrato nella coscienza comune, ma non si sa mai, e certa retorica resta dura a morire. Mi sono resa conto, del resto, che pur avendo sicuramente sentito molto sull’argomento, non sono in grado di citare un singolo libro, o film (certo, c’è La Grande guerra di Monicelli, ma un po’ di retorica sull’eroe patriota non manca neanche lì), o articolo sull’argomento. Ho trovato in rete queste testimonianze prima guerra mondiale che mi sono sembrate interessanti, per cui propongo queste. Raccontano la storia dalla parte dei contadini, i pochi che sono tornati e che hanno visto.

Poi mi è tornato in mente un racconto che avevo scritto tempo fa, non si riferisce alla prima guerra mondiale in particolare, anzi, in teoria è ambientato in un ipotetico futuro, ma parla di diserzione e della mia particolare idea di coraggio, che ha molto a che fare con la libertà ma molto poco con la patria.

5 ORE E 22 MINUTI

…Sì, perché lui i fichi li aveva sempre mangiati così, buccia e tutto, e questo Angela non riusciva a capirlo, lei che lavava e sbucciava sempre, minuziosa, seria… Il ricordo così teneramente assurdo dei fichi non era altro che una scusa per pensare a lei. Credeva di volerla dimenticare, ma voleva ricordare, invece. Ricordare com’era quando l’aveva conosciuta e aveva creduto all’inizio, come tutti gli amanti, che le concavità e le convessità dei loro corpi e dei loro caratteri s’incastonassero alla perfezione.

Dicono che quando stai per morire rivedi tutta la tua vita e lui certo stava per morire. Cinque ore e ventidue minuti. Che strano, sapere esattamente quando accadrà, e come.

Le scene però non seguivano un filo logico. Balzi in avanti, ritorni indietro, frammenti di tempi diversi si sovrapponevano e sgomitavano nella sua testa. L’idea dei fichi ne aveva portata un’altra. Così mangiava i fichi suo nonno contadino, direttamente dall’albero, portandoli in bocca interi. Abitava in campagna il nonno, e aveva nel campo due alberi di fico giganteschi, almeno ai suoi occhi di bambino. Da piccolo credeva che il giorno in cui fosse stato capace di arrampicarsi su uno di quei due alberi, avrebbe scalato il cielo. Invece, quando ci era riuscito aveva fatto solo una scorpacciata di fichi da star male.

Le sue amicizie di allora erano sopravvissute per tanti anni. Paolo il figlio del dottore, Luca il figlio della maestra, Hassan il figlio dell’ingegnere e lui, Stefano, il figlio di un contadino diventato albergatore quando il loro paesetto era stato toccato dalle dita magiche della fata del turismo.

Ciascuno era fatto a modo suo, ma nessuno si considerava o era considerato “diverso”, allora. Era diverso Hassan, coi suoi genitori venuti dalla Siria? Adesso doveva pensarci per forza, non poteva non chiederselo, perché quella domanda l’aveva portato lì dov’era, a quattro ore e diciassette minuti dalla morte.

Dentro la sua testa il suono di un pianoforte e le note di una canzone di Paul McCartney vecchia di quasi un secolo: Ebony and Ivory si chiamava, Ebano e Avorio, come i tasti del pianoforte e come i bianchi e i neri che avrebbero dovuto sentirsi fratelli. Canzone facile, ingenua. Mentre il piano suonava ancora, gli si insinuavano dentro i rumori atroci delle esplosioni, una due, tre, non ricordava più quante erano state. Ricordava l’impotenza dei governanti e la gente che voleva dare un nome al terrore, alleati nel cercare un “chi” e un “perché “  un modo in cui la notte fosse meno nera.

Una candela è insufficiente a rischiarare tutto quel buio, ma la gente si aggrappa a quello che ha.

Anche lui avrebbe voluto sapere “chi” e “perché”. Rivedeva gli articoli del giornale e le sue foto come eroe del giorno, perché aveva cercato di portare in salvo qualcuno, una goccia in quell’oceano di morti.

Le cose cambiano, e l’eroe era diventato merda da calpestare.
Si chiedeva “chi”, ma sapeva che non era stato Hassan. Hassan era morto per quell’esplosione. Non “nell’esplosione”. Dopo, quando la rabbia aveva armato tutti quelli che avevano perso la loro innocenza, che erano entrati in uno stato di coma e non riconoscevano più amici, vicini di casa, compagni di scuola dei figli, ma vedevano solo nemici. E uno di questi uomini non più innocenti, uno che lui conosceva, aveva sparato ad Hassan, e Hassan era morto.
Quando i governi della Lega d’Occidente avevano dichiarato guerra all’Alleanza Nordafricana erano stati in molti a esultare. Anche Angela. Ma lui no. Lui non aveva capito. Angela continuava a ricomparire nei fotogrammi della sua memoria, non come avrebbe voluto, ma come era stata quel giorno in cui le cose avevano cominciato a cambiare. Angela con gli occhi vacui, Angela con le labbra strette, Angela che sottolineava con la rigidità dei movimenti la differenza abissale con la grazia della ragazza che aveva creduto così simile a lui.

Il giorno delle esplosioni aveva creato una spaccatura nel tempo, un “prima” e un “dopo” non più conciliabili. Qualcuno era rimasto su una riva, altri sulla riva opposta, e nessun ponte a costituire un riavvicinamento possibile.
Angela che lo aveva chiamato codardo, vigliacco, che lo aveva accusato di abbandonare lei e tutte le persone che conoscevano, la loro terra… Mai l’aveva vista così sicura, così incrollabile, tanto da far vacillare anche lui. Chissà se avrebbe incontrato Dio, quella mattina. Gli sarebbe piaciuto chiederglielo, così, schietto, come a un vecchio amico: dimmi, Signore, ma secondo te non ho capito niente? Secondo te avevano ragione loro?
C’era andato, al fronte, ma solo per parlare con gli altri soldati, altri ragazzi come lui, di venticinque anni, diciott’anni, o anche meno. Come era naturale, molti avevano riso di lui, molti avevano scosso la testa, rassegnati all’inevitabile “sono d’accordo sai, so che hai ragione, ma le cose sono quelle che sono…”. Altri invece si erano uniti a lui e quando qualcuno, come era naturale, li aveva denunciati, erano diventati anche loro dei vigliacchi, dei mezzi uomini senza onore. Avrebbe avuto le loro vite sulla coscienza? Non era dunque possibile una scelta che non costasse il sangue di nessuno? Anche questo avrebbe voluto chiedere, a Dio.

Mancava poco ormai, tre ore e una manciata di minuti. Era notte, avrebbe potuto dormire, se voleva, non è che non ci sarebbe riuscito. Aveva paura, questo sì, ma non tanto da non poter dormire. Dopotutto, la sua morte aveva avuto il privilegio di scegliersela, di deciderla. Ma quelle tre ore erano importanti, il fico andava assaporato così, con la buccia e tutto.
Pensò che se sua madre fosse stata ancora viva avrebbe potuto scriverle una lettera. Era morta giovane, invece, di cancro. Una morte che non suscita odio o rabbia, se non contro l’ingiustizia della vita. Ma non puoi dichiarare guerra alla vita.

“Lettera di un condannato a morte…”.

Non riusciva a immaginare una lettera simile pubblicata nei libri di storia, “Lettere dei condannati a morte della diserzione”. Un giorno, forse…
Dopotutto, le cose cambiano.

Annunci

15 Pensieri su &Idquo;Eroe a chi? (#laltro24maggio)

    • Me lo chiedo, ogni tanto. cosa sappiamo di come reagiremmo in condizioni non normali, lontano dalla certezza che possiamo avere a casa nostra sui nostri valori, la nostra sensibilità e la nostra libertà di coscienza? Anche per questo sono fortemente individualista, pur considerando come una delle qualità più importanti l’empatia di chi di fronte a qualunque altra persona riconosce sempre, per prima cosa, la comune appartenenza all’umanità. Penso che unito all’empatia, l’individualismo, in certi casi sia l’unica cosa che possa salvarci. Senza nessuna pretesa di certezza, ma lavorando perché comunque la realtà si avvicini sempre di più a questa speranza.

      • condivido la croce e la delizia dell’empatia, che è appunto seme da coltivare nella propria individualità. La riflessione che volevo suscitare è su quanto sia enormemente più criminale chi innesca volutamente e consapevolmente certi meccanismi psicologici nei confronti chi poi materialmente esegue

      • Sì… con riserva. Perché molti hanno cercato di salvarsi affermando che stavano semplicemente eseguendo gli ordini. Ma davvero possiamo giustificarci dai comportamenti inumani abbassandoci al rango di macchine che alzano o abbassano una leva a seconda del comando dell’operatore? La ribellione è altrettanto umana dell’obbedienza, credo anche di più, a volte.

    • Grazie. Conoscevo poco la canzone di Vian e anche la “cover” di Fossati, ma fa parte di quella “cultura diffusa” di quelle cose con cui comunque cresci e che hai dentro anche senza esserne del tutto consapevole. Diciamo che soprattutto, sono cresciuta con un’ammirazione, diventata nel tempo sempre più profonda, per chi riesce a sottrarsi ai meccanismi del “tutti fanno così”.

  1. L’eroe è sempre una figura negativa, perché, dove c’è, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Lui è morto. Ma per chi? Per la partia? Forse. Ma se un concetto astratto come patriaha necessità del sacrifico di un eroe, vuol dire che lui è morto per salvare qualcuno, che non lo merita.
    I seicentomila disertori, ovvero coloro che hanno rifiutato di morire inutilmente in azioni senza senso, sono in effetti loro gli autentici eroi.

    • Non sono d’accordo che gli eroi siano sempre figure negative, proprio per quello che tu stesso dici, cioè, in realtà non è l’eroe a essere una figura negativa, è l’idea di chi sia un eroe che sta cambiando. Penso anch’io, certo, che morire per la patria sia oggi ai nostri occhi un concetto quasi inaccettabile (anche se bisogna sempre contestualizzare, e per molti ragazzi dell’ottocento e primo Novecento certamente non lo era affatto, tutt’altro). Però anche il concetto di libertà è astratto, eppure io non mi sentirei mai di dire che chi è morto (e muore) per difenderla abbia fatto un sacrificio inutile. Certo poi sarebbe bello se tutti fossimo liberi e nessuno dovesse sacrificarsi per questo, ma non è così. E ognuno interpreta la libertà in modo personale (appunto, la libertà anche di decidere cosa significa, per ciascuno di noi, essere libero). Per cui penso che alla fine tutto si risolva in questo: proprio perché non possiamo, in realtà, intervenire sulle grandi decisioni che portano alle guerre, alle invasioni, o alle tirannie, ecc., l’eroe, comunque lo si intenda, (o la persona coraggiosa, se preferisci), deve comunque decidere sempre da che parte stare, prendersi la responsabilità di una scelta e pagarne il prezzo. Ecco, la responsabilità, forse, è la chiave di tutto.

      • Il coraggioso non necessariamente deve essere un eroe. Oltre alla responsabilità, aggiungerei l’iedeale. Se mi batto per un ideale, non sono un eroe ma più semplicemente difendo un’idea.

      • Mmh… sì, De André mi ha insegnato a essere cauta con gli ideali. Morire per un ideale sì, ma di morte lenta. Che per me significa che non tutti gli ideali valgono allo stesso modo. Anche la purezza della razza, al limite, per qualcuno poteva essere un ideale (per quanto aberrante, ma qualcuno ci credeva). D’altra parte, ci sono persone che sono morte senza necessariamente difendere un ideale, magari gettandosi in mare d’istinto per salvare qualcuno che stava per annegare, magari perché avendo cercato di barcamenarsi sopravvivendo a ogni costo e rassegnandosi anche al peggio, a un certo punto qualcosa è scattato nella loro testa, che gli ha fatto decidere che la loro dignità, semplicemente, non poteva più essere calpestata. Puoi chiamarle persone che hanno rivelato il loro coraggio a un dato momento di svolta della loro vita, puoi chiamarle eroi. E’ il mio concetto (molto romantico, me ne rendo conto) di eroismo, in effetti. Metti in gioco tutto per essere te stesso fino in fondo e permettere ad ogni altro essere umano di farlo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...