Il Bosco – Capitolo 1, Parte III (segue).

Le parti precedenti, per chi fosse curioso, si trovano nella categoria “Romanzo”, che appare nel menu in cima alla home page del blog 🙂

Lele guardò l’orologio. Erano oltre tre ore che Fabrizio era chiuso nella sua stanza a lavorare, e non era emerso neanche per prendere un caffè. Non era una cosa normale per lui, d’altra parte in quel periodo non sembrava del tutto normale. Bussò e fece capolino nel vano della porta.
Fabrizio alzò gli occhi. Era sommerso dalle carte, ma sembrava avere perso negli ultimi tempi parte della rapidità di percezione e della capacità di tradurre velocemente un’idea in progetto, che lo rendevano un alleato prezioso per i casi difficili. Lele credeva di conoscerne il motivo.
“Vieni, vieni, entra”, disse Fabrizio. “Tanto al momento non riesco a trovare il bandolo della matassa… scendiamo al bar?”
“Sai”, disse d’impulso Lele, prima di riuscire a controllarsi, “stavo pensando…” una pausa impercettibile. “Sei sicuro di quello che fai?”
Fabrizio sorrise. Sapeva benissimo che l’amico non si stava riferendo al progetto.
“Sono … fammi pensare … venticinque anni, suppergiù, che ci conosciamo, se non mi sbaglio?”
“Non me lo ricordare”, sospirò Lele.
“Mi hai mai visto fare qualcosa di cui non fossi sicuro?”
“In effetti, no … ma ti ho visto spesso fare cose di cui avrei tanto voluto che fossi un po’ meno sicuro. Tu sai essere maledettamente testardo, quando pensi di aver ragione e il fatto che questo succeda malauguratamente spesso peggiora le cose. Non credi che ci sia un motivo se la maggior parte delle persone pensa e si comporta in un certo modo?”
“Certo, ma credo anche che possa esserci un motivo per pensare e comportarsi in un altro modo. Neppure io sono un essere del tutto irragionevole”.
“Ma qui c’è un matrimonio di mezzo, una donna sposata, dei figli. Non ci hai pensato?”, proruppe Lele, arrivando infine al punto.
“Credi davvero che non ci abbia pensato?”
“Insomma… tu capisci quello che voglio dire”, concluse Lele debolmente. Per uno capace di demolire da capo a fondo il progetto di un cliente o di un collega in cinque minuti e senza alcun rimorso, era quasi pateticamente in imbarazzo ogni volta che doveva rivolgere a chiunque qualcosa che somigliasse sia pur lontanamente a una critica personale, persino se si trattava di uno come Fabrizio, che non se la prendeva mai, qualunque cosa gli dicessero. Questo, anzi, gli rendeva le cose ancora più difficili.
“Non puoi chiedere a un uomo di vivere in ogni momento all’altezza degli ideali, almeno non se prima non scegli a quali ideali ti riferisci – obiettò Fabrizio. – La famiglia, la morale, la libertà, l’onestà… non so dirti quale viene prima e quale dopo, ma so una cosa, che qualche volta sono in conflitto tra loro, e allora solo tu puoi decidere quello che ti permette, più degli altri, di essere quello che vuoi essere”.
“E quindi cosa farete? Andrete a convivere? Sai quanto me che la legge sul divorzio non passerà mai. Nessuno vuole la patata bollente tra le mani e la Chiesa ha molta influenza.
“Ho smesso molto tempo fa di orientare il mio comportamento secondo il pensiero degli zelanti custodi dei valori cristiani. Il mio Dio non abita più là, a dire il vero non ce lo trovavo quasi mai neanche in passato, adesso ha cambiato definitivamente indirizzo”.
“Non dovresti prenderti gioco così della fede”. Nell’infervorarsi di Lele c’era convinzione, c’era affetto, ma c’erano anche molte altre cose. Di alcune, neppure lui si rendeva del tutto conto.
“Non lo faccio”, rispose Fabrizio. “La mia fede, credo, è profonda quanto quella di chiunque altro, solo che cerco e scopro Dio in luoghi diversi.”.
“Ma non sei da solo, c’è una società dietro di te, le idee sul bene e sul male sono state costruite nei secoli. Vuoi metterti contro tutto questo? Vuoi definire da te i confini della tua morale? Lo sai che cosa diranno di te, di lei, di tutti voi?”
“Non do gran peso alla reputazione, se anche ne avessi una, la perderei facilmente, distratto come sono”. Fabrizio aveva un tono leggero e sorrideva, ma i suoi occhi erano molto seri, adesso.
“Non sarai tu, poi, a pagare il prezzo più alto. State scegliendo anche per le due bambine. State decidendo anche per loro”.
“Ma dimmi, Lele, se io adesso lasciassi Viviana da sola, ad affrontare le conseguenze del suo peccato d’indipendenza, o magari a tornare all’ovile con la coda tra le gambe, a implorare che un marito che non vuole più la riprenda comunque con sé per salvare le apparenze, credi che il mio livello di moralità si alzerebbe? Qualunque cosa sceglieremo, non saranno comunque i bambini a scegliere, la responsabilità è comunque nostra. Tutti noi in fondo costruiamo la nostra morale, prendendo a prestito gli ideali che ci sembrano migliori un po’ dove si trovano, tutti arranchiamo cercando di districarci tra le contraddizioni dei principi in cui pensiamo di credere, ma non sappiamo nulla, abbiamo mangiato la mela un giorno, ma l’intera vita del mondo non è bastata a conoscere il bene e il male. E quanto al prezzo, c’è sempre un prezzo per ogni decisione che prendiamo, ma non sappiamo mai quanto dovremo pagare, o a chi. Forse possiamo solo decidere per che cosa, ed è la libertà più preziosa che abbiamo”.
“Il prezzo della libertà”. Lele sembrava quasi sardonico, adesso. “Non era a questa libertà che pensavo, vent’anni fa sulle montagne”.
“Io sì”, ribatté Fabrizio. “Non so scindere una libertà dall’altra. Se non puoi decidere chi vuoi essere, come puoi essere libero di decidere la società in cui vuoi vivere?”
“Ma se tu dovessi stancarti di lei…”, obiettò ancora Lele.
Fabrizio lo guardò, e Lele capì che l’eventualità non gli era neppure passata per la testa.
“E’ una decisione che devo prendere nel presente, Lele. Se sapessimo quello che succederà in futuro ci comporteremmo diversamente? E saremmo più felici? Quando facciamo una scelta, non consideriamo solo quello che potrebbe costarci, non credi?”.
Lele desistette. Non poteva dire di essere convinto, ma conosceva Fabrizio da una vita. Sapeva da tempo che quell’uomo flemmatico e sereno, che gli era caro quasi più di se stesso, aveva dentro di sé una tale forza da muovere le montagne. Si spaventò scoprendo che la sua mente era stata persino attraversata, seppur fugacemente, dall’idea che potesse forse, dopotutto, aver ragione lui.

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6 Pensieri su &Idquo;Il Bosco – Capitolo 1, Parte III (segue).

  1. Nuovo stacco brusco nello scenario e nella storia. QUi mi sembra meno fluido il discorso come il dialogo. Se sono passati vent’anni da parte di Lele sulle montagne dovrebbe essere all’incirca 1965, quando Tambroni era morto e la battaglia sul divorzio non era ancora cominciata.
    passo alla quarta parte.

    • Tambroni ormai non c’entrava più, il riferimento a Tambroni era perché, come dicevo, Fabrizio aveva partecipato alle manifestazioni del ’60, tutto qui. Erano passati alcuni anni da allora. La legge Fortuna sul divorzio fu presentata per la prima volta proprio nel ’65 e non è pensabile che non sia stata preceduta, se non da battaglie, almeno da una presa di coscienza delle coppie di fatto dell’epoca che vivevano in una situazione alquanto difficile

      • Visto che quegli anni li ho vissuti non da bambino ma ventenne, posso dire che la legge sul divorzio parti nel 1970, culminata col referendum del 1974. E’ vero che nel 1965 preparò una proposta di legge che però rimase in sonno per cinque anni. Posso sembrare pignolo ma il contesto storico ha un suo valore.

      • Ma certo, anzi, io ho cercato di chiedere anche alle persone vissute in quell’epoca, oltre che documentarmi sui giornali. Però mi è stato confermato che sebbene le battaglie vere e proprie siano partite poco prima del ’70 (ma sui giornali se ne accennava già nel ’67), la situazione delle coppie di fatto che comunque c’erano spingeva alcuni a interessarsi del problema. Infatti io non ho parlato di battaglie, anzi. Si prendeva per scontato che il divorzio non sarebbe mai passato (forse eliminerò il riferimento alla legge, ma che si parlasse di divorzio tra le persone interessate ne sono certa, per motivi diciamo familiari)

      • Nessun dubbio che il problema esistesse. Non lo nego. Come non nego l’asprezza della battaglia, referendum compreso, che chiedeva l’abolizione della legge. Lo votai convinto per il mantenimento, perché ritenevo e lo ritngo ancora oggi un qualcosa di giusto. Però i separati erano visti non troppo benevolentemente in quegli anni parlo tra il 1960 e 1965. Chi lo faceva di solito doveva affrontare una marea di critiche. Comunque la situazione che hai descritto è più anni duemila che anni sessanta. Di solito era la donna ad andarsene e non viceversa. Rimane il problema di concentrare in un capitolo un lasso di tempo di tre quattro anni con episodi non legati tra loro rimane.
        Questo non significa che sia scritto male, anzi. Come ho detto in più occasioni ci sono buone analisi, concetti validi e una scrittura piacevole da leggere.

      • Grazie. Ma se continuerai comunque nella lettura (come spero), vedrai che si parla ancora proprio di questo discorso di “come erano visti” i separati a cui ho già accennato. La reputazione, le critiche morali… e di cui potevano fare le spese anche i figli. Sul fatto che gli episodi non siano legati tra loro, non sono tanto d’accordo (si tratta sempre del periodo che va tra la separazione di Viviana e il momento in cui Fabrizio va a vivere con lei, che ovviamente non può essere proprio subito), ma ci penserò. Magari basta eliminare il riferimento al progetto di legge, che può essere in effetti fuorviante, e ridurre il periodo a un paio d’anni 🙂

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