Il Bosco – Parte I – Capitolo I – VI

VI (1966)

“Non c’è amore agli occhi di Dio fuori dal sacramento del matrimonio, non c’è famiglia, solo miseria e peccato. I concubini e gli adulteri non conosceranno altro che inferno, sulla terra e anche oltre la morte!”. La voce di Don Luigi, professore di religione, si alzò di un tono, diventando stentorea. Parve a Elisa che le rimbombasse nelle orecchie, lasciando un’eco nella sua testa come il prolungamento delle note di un pianoforte quando si tiene schiacciato il pedale.
Non sapeva se fosse la proposta di legge sul divorzio il bersaglio degli strali del devoto sacerdote. Ne aveva sentito parlare vagamente da Fabrizio, ma in sé le interessava abbastanza poco, tanto più che a quanto lui stesso diceva, dormiva sonni tranquilli nelle quiete stanze del Parlamento e avrebbe continuato a dormire probabilmente ancora per un bel po’. Almeno per quanto riguardava la sua famiglia, quella legge non avrebbe cambiato granché. Ma pareva fosse la situazione di chi viveva fuori del sacro vincolo, come sua madre e Fabrizio, che agli occhi del sant’uomo apriva le porte delle case a Satana in persona. O se non altro in spirito, che nel caso di Satana, dopotutto era lo stesso.
Forse non stava davvero guardando lei, le sue parole magari non erano intenzionalmente indirizzate a lei. Poteva sospettarlo, crederlo, poteva anche esserne convinta, ma non lo sapeva davvero.
Quello che sapeva era che ai suoi compagni, che sua madre fosse o meno una concubina importava meno che a lei, tranne che per tormentarla. Che fosse separata lo sapevano tutti, anche se non aveva mai capito come, e l’esca era troppo ghiotta perché se la lasciassero sfuggire.
“Ehi Perasso, com’è avere due padri?”
“Secondo me tua madre dovrebbe andare all’inferno, tu che ne dici?”
“Penso che intanto potresti andarci tu, per cominciare!” Troppo tardi Elisa si accorse che non aveva esattamente sussurrato la sua risposta.
“Signorina Perasso, la prego di smettere di creare confusione nella mia classe, o sarò costretto a portarla dalla preside”.
Elisa non rispose. L’esperienza le aveva ormai insegnato che era meglio non discutere coi professori, per quanto l’ingiustizia le bruciasse in gola.
Dopo le lezioni, corse via a testa bassa, senza guardare nessuno, senza parlare con nessuno, gli occhi offuscati dalle lacrime, ignorando anche Gianna, l’unica faccia amica in quel mare di volti ostili, che la chiamò sgolandosi inutilmente per diversi minuti.
Suonò e venne ad aprirle Fabrizio. Qualche volta tornava a casa per il pranzo. Benissimo. Era proprio quello che voleva.
“Ciao”, disse lui. Lei lo aggredì come una furia.
“Non salutarmi, non guardarmi neanche! Se potessi non vorrei più sentirti né vederti. Ti odio! Tu hai rovinato tutto, vorrei che non fossi mai entrato in casa nostra, vorrei che non fossi mai esistito. Io voglio una vera famiglia, quella che tu mi hai portato via. Ti odio!”, ripeté, come per rafforzare il concetto anche di fronte a se stessa.
Fabrizio fu colpito non tanto fiotto di parole con cui l’aveva investito, piuttosto da tutto il dolore e la fatica che le stava costando la sua ricerca disperata di un amore che non fosse tradimento e ferita.
“Noi siamo una vera famiglia, o almeno, voi siete la mia vera famiglia, che tu ci creda o no”, le disse con dolcezza.
“No che non lo siamo, voi non siete neanche sposati e spero che non lo sarete mai. Chi sei tu per me? Chi sei per noi? Mio padre è mio padre e tu… a te non so neanche come devo chiamarti!” Odiava lui e odiava anche se stessa, odiava le lacrime che non voleva piangere, odiava la sua voce cattiva e le parole che diceva. Eppure continuava, non poteva farne a meno.
Fabrizio la guardava e nel suo sguardo c’era una comprensione totale, incondizionata, che la spaventava e la rassicurava a un tempo, il che naturalmente era assurdo, come se la causa della malattia potesse essere anche la cura.
“Puoi continuare a chiamarmi Fabrizio, per me va benissimo.”
Lei arrossì. Era così che lo chiamava, naturalmente. Ma usare il suo nome continuava a sembrarle strano e lo faceva solo quando proprio non poteva farne a meno. A volte ricorreva quasi a delle specie di sotterfugi per evitarlo. Lui non era un parente. Non era neanche un amico. Qualcosa di più, qualcosa di meno…
“Un padre è un padre per tutta la vita” riprese lui. “Ma le cose non possono comunque tornare come prima, questo lo sai anche tu. Solo tu puoi decidere chi fa parte della tua famiglia, tu e nessun altro, perché quando si è in due a voler creare un legame, il legame già esiste. Non importa il nome che mi dai, importa se hai voglia di chiamarmi oppure no”.
Ho voglia di chiamarlo? Si chiese Elisa, e già il fatto che se lo domandasse era un cambiamento notevole rispetto ai pochi minuti precedenti, in cui avrebbe semplicemente voluto cancellarlo dalla faccia della terra. Aveva smesso di piangere adesso. C’era ancora rabbia, ma non era più così sicura che fosse proprio lui la ragione, benché restasse il bersaglio più ovvio.
“Se la mamma andasse all’inferno sarebbe tutta colpa tua, perché sta con te anche se è ancora sposata con papà, ma a te non importa un bel niente, vero?”.
“All’inferno? Se Dio avesse un inferno per le persone come tua madre, non mi piacerebbe conoscerlo – disse Fabrizio con una certa durezza. Poi proseguì più dolcemente: – Forse il mio Dio non ce l’ha neppure, un inferno. E se l’avesse, non sarebbe certo per il delitto di amare la persona sbagliata. Dio è libero, perché dovrebbe volerci prigionieri? Vivere la vita che ci siamo scelti non è sempre facile. Dobbiamo accettarne i rischi, sentircene responsabili, saperla rispettare. Quello che conta, quando ti trovi la sera davanti allo specchio, è poterti guardare e sentire che credi in quello che vedi. Tua madre è bella, Elisa, bella dentro, intendo, e io so che può guardarsi allo specchio senza paura”.
“Ma se tutti dicono una cosa e tu ne dici un’altra, come faccio a sapere chi ha ragione?”
“Io non ho mai ragione”, disse Fabrizio. “Mi evita di dover cercare di convincere gli altri”. Le strizzò l’occhio, ma tornò subito serio. “Qualunque risposta io abbia trovato a questa domanda, non è mai quella definitiva neanche per me, figuriamoci per gli altri. Il senso non sta nel percorrere una strada, ma nel cambiarla sempre, senza mai sapere esattamente né dove si vuole andare, né dove effettivamente stiamo andando. Nell’imparare, gettare alle ortiche quello che sai e ricominciare da capo”.
Scelte, rispetto, libertà, amore. Imparare, decidere, buttare via tutto e ricominciare. Sembrava una fatica enorme. Non c’era nessun punto fermo in quello che le aveva detto Fabrizio, nessuna scialuppa di cose sicure a cui aggrapparsi. Buffo però, accorgersi che si era sentita così insicura quando i sentieri parevano già tracciati e adesso che le era stato dato in mano il timone per seguire una rotta che non conosceva affatto, le sembrava di essere, invece, più forte che mai.

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17 Pensieri su &Idquo;Il Bosco – Parte I – Capitolo I – VI

  1. potrebbe essere complicato postare un romanzo sul blog considerato, come dice bene tu, il poco tempo, ma continua perchè è un bel leggere.

  2. Il dialogo e le analisi sono buone. Si legge come sempre con piacere.Quello che mi lascia perplesso è questo capitolo 1 diviso in parti, e ci potrebbero stare, ma senza un legame logico. E’ vero che hai già spiegato i motivi ma letto sul blog può andare, in forma cartacea no.

    • Non so, io il legame logico ce lo vedo, la separazione viene affrontata da più punti di vista, dei vari personaggi che vengono anche, in questo modo, un po’ “presentati”. Però il romanzo, dopo anni di rimaneggiamenti e anche di vergogna, ho cominciato a postarlo proprio per capire agli occhi degli altri come possa apparire. Perché spesso è vero che ci sono cose di cui chi scrive si rende conto meno di chi legge 🙂

      • Tu ci vedi un filo logico ma è il lettore che deve vederlo. Mi domando: siamo nel primo capitolo e ci sono sei parti che spaziano su diversi anni. Già qui c’è un’anomalia. Scrivi che ‘la separazione viene affrontata da più punti di vista’. Sei sicura? L’unica che l’affronta pare sia Elisa e nella parte VI Fabrizio. La voce del padre si ammutolita, Cristina pare un’ameba, Viviana sembra il sergente maggiore. Però nessuno di loro ha espresso un punto di vista. Ribadisco dal punto di vista stilistico è eccellente ma la storia non si intravvede. Solo qualche flash e basta. Presi singolarmente sono ottimi ma letti insieme meno.

      • Il paragrafo II del capitolo è dedicato alle emozioni di Viviana, al suo “punto di vista”. Poi come ho detto, non sono sicura, io ce lo vedo ma è anche vero che ho diviso in paragrafi proprio perché la storia procede in vari anni, ogni paragrafo è un po’ come se fosse un cambio di scena. Appunto, volevo vedere la reazione dei lettori. Se già mi dici che la lettura dei singoli paragrafi è piacevole, questo mi spinge ad andare avanti, poi chissà, può essere che non mi capiti mai di passare davvero alla pubblicazione, ma nel caso, certamente chiederei magari consiglio a un agente/editor.

      • La lettura è piacevole ma presi i pezzi separatamente. Legati insieme, così come li hai pubblicati, non convincono. La storia manca e i personaggi non hanno personalità.. Questo almeno per le sei parti pubblicate. Nel futuro non lo so ma al momento non mi pare. Quanto a trovare agente/editor, certo ne trovi ma devi investire dei soldi.e poi non è detto che trovi l’editore disponibile a pubblicarlo. Per renderlo appetibile devi raccordare i vari pezzi in maniera intelligente. Scrivere bene non è sufficiente.

      • Se cercassi di pubblicarlo, sarebbe importante investire in un parere professionale visto che tra l’altro ci ho investito molto tempo. La lettura attenta e i commenti dei blogger sono preziosi ma troppo pochi e poco concordi, al momento, per farmi un’idea precisa, anche se naturalmente ne terrò conto. Ho letto vari romanzi in cui c’erano stacchi netti, ti potrei dire che sono in un certo senso fotogrammi di una vita. Ovviamente questo può piacere o meno, così come spero che la personalità dei vari personaggi emerga a poco a poco e se non succederà pazienza, ci avrò provato. A me piace scrivere e nei racconti come nella ‘poesia’ (che io non considero neppure tale) metto soprattutto questo, a volte riesco a toccare gli altri, qualche volta meno, e comunque certo non tutti, ma fa parte del ‘gioco’ 🙂

      • I libri pubblicati non sempre fanno testo. Ad esempio sto finendo di leggere ‘il cardellino’ di Donna Tartt, che tutti parlano bene. Ebbene delle 900 pagine (sic!) ne salvo un terzo. Il resto è noioso e la storia non esiste. Pagati i diritti a peso d’oro, tutti devono magnificarlo se non vogliono rischiare un flop. Ma la Tartt vive di rendita col primo romanzo, che leggerò tra poco. Quel libro che hai citato, non so chi sia l’autore, di certo non è di uno scrittore esordiente.
        Però ti auguro di sfondare con questo libro.

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