3.The Survivors / Come ti ammazzo un killer

Come ti ammazzo un killer (1983) Poster

immagine presa da qui

The Survivors [‘I Sopravvissuti’, letteralmente] è un film del 1983, in cui Robin Williams recita accanto a Walther Matthau, e io personalmente credo sia un peccato non averli visti insieme in altre occasioni.

Sto andando in ordine cronologico (tanto perché così non me ne perdo nessuno per strada), quindi questo è il terzo, le prime due recensioni le trovate qui (Popeye) e qui (Il Mondo Secondo Garp).

Non credo che The Survivors possa definirsi un grande film, anche la comicità non è sempre ai massimi livelli, però è godibilissimo. E attuale. Perché forse tendiamo a dimenticarcelo, quando ricreiamo con la mente un presunto periodo in cui il mondo era migliore, i valori erano più certi e più rispettati e la gente era più contenta e meno spaventata e c’erano persino le mezze stagioni, che alla fine l’età dell’oro è sempre esistita soltanto in un tempo leggendario e appartiene alla sfera del mito.

In realtà, benché risalga appunto ai primi anni ’80, questo film mette il dito su una piaga ricorrente: potremmo essere nel 2000, o magari nel 2014 o nel 2025. C’è sempre qualche data in cui il ‘mondo come lo conosciamo’ dovrebbe finire. E c’è sempre qualcuno pronto ad approfittare di queste e di altre paure e a imbottire la testa delle persone – anche le più miti – di una ‘sicurezza’ da conquistare armandosi contro qualcuno o qualcosa.

Qui Donald Quinelle (Robin Williams) e Sonny Peluso (Walther Matthau) sono due uomini senza nulla in comune eccettuato il fatto che entrambi hanno perso il lavoro e hanno un conto in sospeso col sogno americano, per così dire. Don è un tipo gentile, piuttosto imbranato ma apparentemente innocuo; Sonny è un reduce della guerra di Corea, il classico duro dal cuore tenero che Matthau aveva interpretato spesso. Il destino li fa incontrare in un locale in cui poco dopo avviene una rapina, nel corso della quale Sonny salva la vita a Don ma vede in faccia il rapinatore. I due si ritrovano inseguiti e Don perde la testa. Comincia a comprare una serie di armi letali che non è in grado di usare e finisce per iscriversi a un corso di sopravvivenza dove l’unica regola sembra essere che ciascuno è solo e ogni vicino è un potenziale nemico… e dove l’unica lezione che Don sembra non avere difficoltà ad apprendere è come cacciarsi meglio nei guai.

Robin Williams non è normalmente ricordato per aver fatto fuoco e fiamme contro le armi. il fatto è che far fuoco e fiamme contro qualcosa o qualcuno non era da lui. Ma come la pensasse sulla diffusione indiscriminata è cosa nota a chi abbia avuto l’occasione di vedere i suoi spettacoli (in versione integrale), fin dai tempi di ‘A Night at the Met’ (1986, è reperibile anche su Internet). E a vedere questo film, direi che la sua personalissima battaglia in questo senso era evidentemente iniziata già prima. Va da sé che questa è una delle innumerevoli ragioni della stima sconfinata che ho nei suoi confronti. E’ una battaglia dai toni sempre apparentemente lievi, fatta con le risate più che con le prese di posizione dogmatiche, come ovviamente, appunto, era nel suo carattere. Ma la sua leggerezza pesava assai più di tante parole, per quanto serie, ragionate e condivisibili. Anche perché le sue idee, lui le ha sempre espresse più di tutto col suo modo di essere e di comportarsi. E di far sì che la risata non fosse mai un modo di non pensare troppo alle cose serie, ma proprio il contrario: Tu ridi e dopo le rotelline cominciano (o continuano) a girare. E non smettono più….

Beethoven e la luna

Ascolto Beethoven, mentre provo a lavorare, ma i pensieri prendono il largo per conto loro. Beethoven. Fa male, è di una bellezza che fa nascere domande e toglie il fiato per le risposte, però so perché dicevi… sì, il Paradiso, lo capisco, ma stasera non ci sono stelle e allora mi consolo con la luna piena di ieri. La musica mi toglie il terreno da sotto i piedi e io sono qui che non so se cercare un appiglio o cercarmi le ali che da qualche parte devono esserci anche se non so più dove le ho messe. Ma lo sai che comunque io volo lo stesso, in qualche modo.

20150829_235104

I’m listening to Beethoven while I’m trying to work, but my thoughts are making their own way. Beethoven. It hurts, it is of such beauty as to raise questions and leaves you breathless for the answers, but I know why you said… Yes, Heaven, I understand this, but there are no stars this evening and I look for comfort in yesterday’s full moon. Music makes me feel like the ground is falling beneath my feet and I’m here wondering whether I should look for a handhold or look for my wings, which must be there somewhere although I’ve forgotten where I put them. But you know I can fly nonetheless, in some way or other.

La cicala e la formica

Disse la cicala, un giorno alla formica
Su, vieni via con me, la tua non è più vita
Non fai che accumulare semini su semini
Ormai ce n’è abbastanza per figli e nipotini

Rispose la formica, so fare solo questo
Attiva e diligente, con passo sempre lesto
Il dovere viene prima, così m’hanno insegnato
Da sempre l’erba voglio non cresce nel mio prato

Se un ordine mi danno se pur sciocco mi appaia
Non posso che ubbidire, son solo un’operaia
E poi che vuoi che faccia, se pure ti ribelli
Se combatti coi potenti, vincon sempre quelli

Fai pure come vuoi, rispose alla formica
La zingara cicala, “però, mia cara amica
Se ti piacciono i proverbi, ne dico anch’io qualcuno
Volere è un po’ volare, tanto per dirne uno

Sorrise la formica, con commiserazione
Per chi senza cervello, coltivava un’illusione
Ma pur se rifiutò, di pensarci non smetteva
Che forse a ben vedere tutti i torti non l’aveva

Se qui mi perdonate, l’uso di un detto vecchio
L’amica le avea messo la pulce nell’orecchio
Finì che si decise a salutare la famiglia
E quando poi scappò successe un parapiglia

‘Se torni ti daremo un aumento di stipendio
Sennò ti accuseremo di fuga e vilipendio
Che le formiche, sai, sono nate per soffrire
Qualcuna sì comanda, tu puoi solo ubbidire’.

Guardò le sue compagne, sospirando la formica
Forse un’ombra di rimpianto, poi guardò la nuova amica
“Ubbidire era più comodo”, disse, “che far di testa mia;
ma è meglio restar libera!”, e in fretta volò via

Una cosuccia scritta per divertimento qualche anno fa, per cimentarmi con le filastrocche per i bambini. L’immagine è presa dal sito ‘Favole e fantasia’ e si riferisce alla filastrocca ‘alla formica’ di Rodari, che già ‘rivalutava’ la cicala 🙂 La cicala e la formica

2. Il Mondo Secondo Garp / The World According to Garp

The World According to Garp (‘Il mondo secondo Garp’, 1982) è il secondo film interpretato da Robin Williams nel ruolo del protagonista, dopo Popeye. E’ un film a tratti duro, eppure riesce a essere sempre “leggero” (nel senso migliore del termine) e ha dei momenti di grandissima dolcezza.

L’ironia è una costante fin dalla sigla, un’allegra canzone dei Beatles (When I’m 64, quando avrò 64 anni) e potrebbe apparire talvolta un po’ perfida, se non fosse che il messaggio che passa è in realtà proprio questo: qualunque cosa, anche la più drammatica, può essere resa meno dolorosa dallo humour, anche solo un pizzico, magari, che diventa qui un altro modo di esprimere partecipazione umana. Solo le persone più irrimediabilmente infelici del film, infatti, ne sono del tutto prive.

Garp nasce nel 1944, a guerra ancora in corso. La madre Jenny (una Glenn Close molto giovane e già bravissima) aveva fatto l’infermiera al fronte e continuerà a svolgere quel lavoro, in vari modi, per tutta la vita. E’ una donna dal carattere molto forte, guidata da un senso di sé considerevole e da quella che si potrebbe definire un’ossessione per la ‘lussuria’, soprattutto quella maschile (non svelerò, per chi non lo conosce, il modo alquanto inusuale in cui era rimasta incinta). L’affronta tuttavia in modo estremamente personale, anticonformista e in un certo senso anche libertario (o per meglio dire, a tutela della libertà femminile). Molto di quello che accade a Garp e intorno a lui sembra in effetti frutto della lussuria – o della sua repressione. Il clima moralistico e la concezione alquanto ristretta della famiglia sono appena accennati in due scene del film, peraltro a mio parere memorabili e più che sufficienti: la prima è all’inizio, quando Jenny si presenta a casa dei suoi con il piccolo Garp appena nato, provocando un vero sconquasso. La seconda è il momento in cui il vicino di casa, padre di una piccola compagna di giochi di Garp e di un’altra nidiata di bambini, inclusa l’ombrosa Pooh, fa una foto di famiglia da inviare come cartolina di Natale. La mamma che cerca di far sorridere Pooh (‘se non sorridi non troverai mai un marito’) è l’emblema di quell’ambiente gretto. Solo una donna disperatamente anni ’50 e disperatamente fuori dal mondo poteva non accorgersi di come il profondo malessere della figlia andasse già trasformandosi in una feroce infelicità cui neanche le capacità curative di Jenny avrebbero potuto porre rimedio.

Garp sembra in apparenza restare un po’ in ombra, rispetto alla formidabile madre. Non si direbbe un uomo particolarmente forte, tuttavia finisce per sviluppare un proprio modo di essere se stesso di fronte a lei e a tutti gli altri, facendo della propria stessa mitezza una ‘cifra stilistica’ che gli permette di non lasciarsi smontare di fronte a nulla. Dalla scelta dello sport a quella della ragazza che diventerà sua moglie, fino ad altre decisioni più ‘rischiose’, cammina sulla strada della vita con una sorta di quieta ma indomabile determinazione. Inseguendo sempre, tra l’altro, il sogno di volare, salvo poi rendersi conto che ci sono molti modi di far crescere le proprie ali, persino dalle cicatrici che ci portiamo dietro le spalle.

Garp riesce a creare una famiglia ‘vera’, piena di conflitti e di difficoltà, ma ben lontana dalle finzioni di felicità perfetta che tanto danno avevano provocato e provocavano in quegli anni. Questo anche grazie al fatto che Helen, la moglie (Mary Beth Hurt, che mi è piaciuta moltissimo nel ruolo), con tutte le sue fragilità e i momenti di sperdimento, sa essere davvero una compagna di vita, con tutto ciò che questo comporta, capace di un amore forte e profondo ma senza alcuna forma di resa o di quella sopportazione passiva e paziente che in generale si richiedeva alle donne.

D’altra parte, Garp ha anche degli evidenti spigoli nel carattere, l’incapacità di frenarsi di fronte a quelle che considera ‘vessazioni’ o ‘ingiustizie’, e quello che l’amica Roberta (altro personaggio notevole, per inciso) definirà l’unico tratto che ha ereditato dalla madre, un talento per far infuriare la gente.

Quando Garp decide di diventare scrittore, la madre sembra ancora una volta soverchiarlo. Mentre lui è acclamato dalla critica ma vende pochissimo, lei, per una fortunata combinazione di tempi (siamo a questo punto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70), scrive un libro che diventa un manifesto del femminismo e la rende ricchissima. Apre allora una sorta di clinica per prendersi cura di donne dal passato difficile. Tra loro, alcune appartenenti a un’associazione che prevede l’automutilazione come forma di protesta contro la violenza sessuale, in nome (ma contro il volere) di una donna che era stata violentata da bambina. Tutto questo avrà conseguenze di non poco conto sulla vita di Garp, il quale ha perfettamente chiara la distanza che esiste tra un’accettazione profonda (molto più della semplice ‘tolleranza’) per il modo di ognuno di esprimere la propria personalità, e lo sfruttamento (pur inconsapevole) del dolore altrui come arma contro il mondo, nell’inutile tentativo di sanare le proprie ferite causandone altre.

Come si vede, molti dei temi affrontati sono ‘forti’, in nessun momento ci viene permesso di dimenticare che al mondo esiste la violenza, il pregiudizio, esistono molte forme di fanatismo e alcuni tipi di inferno, compreso quello lastricato di buone intenzioni. E che però, per contrastare tutto questo, a parte il senso dell’umorismo, l’unico modo è non lasciarsi cambiare, non avere mai paura di restare se stessi. Senza tracotanza, ma con rabbia e determinazione se è necessario. Perché alla fine, quello che conta è comportarsi come è giusto, e non come sarebbe più facile. E quando si sbaglia, saper medicare le ferite. E quando si vive, preoccuparsi del “come” molto più che del “quanto”.

Da questo film è tratta una delle mie citazioni preferite, tratta da un dialogo tra Garp e la moglie Helen, in cui si parla della memoria e dell’importanza di ricordare:

Helen – You can’t live in the past
Garp – I’m not. But I can live in the present and think about the past.
Helen – You’re supposed to do that when you’re old and grey.
Garp – Oh, to hell with that. When I’m old and grey, I probably won’t remember my past. You’ve got to be young when you do it. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure.
Helen – I’m going to start teaching again.
Garp – I’m going to try hang-gliding.

“Helen – Non puoi vivere nel passato
Garp – Non lo faccio. Però posso vivere nel presente e pensare al passato.
Helen – Dovresti aspettare di essere un vecchio coi capelli grigi.
Garp – Oh, al diavolo. Probabilmente non me lo ricorderò il passato, quando sarò vecchio. Devi farlo da giovane. E’ bellissimo, non trovi? Guardare indietro e vedere l’arco della tua vita, come tutto è collegato. Da dove sei partito e come sei arrivato fin qui. La linea, capisci. E’ stata davvero un’avventura.
Helen –Riprenderò a insegnare.
Garp – Io voglio provare il deltaplano”.

La traduzione è mia perché non ho la versione italiana del film.

/

The World According to Garp (1982) is the second movie with Robin Williams in the leading role, after Popeye. It is quite hard now and then, yet it manages at all times to be ‘light’ (in the best meaning of the word) and certainly has a few very sweet moments. Even from the initial tune, a cheerful Beatles’ song (When I’m 64) irony is a constant. It might actually even seem poisonous at times, were it not for the message it conveys and that is, in fact, this: anything, even the most dramatic event can be made less painful by humour, just a pinch, maybe, which is, here, just another way to express empathy and warmth. Indeed, only the people who are most hopelessly unhappy in this movie lack it entirely.
Garp was born in 1944, with the war still raging. His mother Jenny (a very young and already marvelous Glenn Close) had been a nurse at the front, and she would continue to work as such, in different ways, throughout her life. She’s a very strong woman, driven in her life by a considerable sense of herself and by something we could describe as an obsession for ‘lust’, and especially for male lust (I won’t reveal, for those who don’t already know, the quite unusual way in which she managed to get pregnant). On the other hand, she deals with it in a rather personal, nonconformist and even libertarian way (or rather, in a way to protect the women’s freedom).
Indeed, quite a lot of what happens to Garp and around him seems to be the result of lust – or of its repression. The moralistic atmosphere and the narrow conception of family are just hinted at, in two scenes which, however, I find memorable and more than sufficient for the purpose. The first one is at the beginning, when Jenny appears at her parents’ house with the little, newborn Garp, causing not a small turmoil. The second scene is when a neighbour, the father of a little girl, a playmate of Garp, and a crop of other children, including the umbrageous Pooh, takes a family photograph to be sent around as a Christmas card. His wife, who tries her best to make Pooh smile (‘if you don’t smile you will never find a husband’), is an emblem of that short-sighted environment. Only a woman who was desperately 50s-minded and desperately out of the world could fail to notice how unhappy her daughter was, and how that unhappiness was, even then, already becoming a form of meanness, against which, even Jenny’s healing skills would not be of any help.
Garp seems somehow overshadowed by his formidable mother. You wouldn’t think of him as a particularly strong man, and yet, he ends up developing his own way of being himself in front of her and of everyone else. He makes of his own gentleness a ‘hallmark’ that allows him not to be discouraged by anything. From the choice of his sports to that of the girl who will become his wife, and then to other more ‘dangerous’ decisions, he walks along the way of life with a sort of quite but indomitable determination. Always pursuing the dream of flying, as it is, only to realize at some point that there are many ways in which you can grow your wings, even from the scars on your back.
Garp manages to create a ‘real’ family, full of conflicts and troubles, but rather far from the pretence of perfect happiness that had been causing so much damage in those years. This was also thanks to the fact that Helen, his wife (Mary Beth Hurt, whom I liked a lot in this role), with all her fragility and moments in which she seems to go astray, is capable of being a true life companion, with everything that this implies. Her love is strong and deep, but with none of that surrender or passive and patient acceptance that was generally expected of women.
On the other hand, there are some sharp edges in Garp’s personality, the inability to restrain himself in front of what he considers to be ‘oppression’ or ‘injustice’, combined with something that his friend Roberta (another remarkable character, by the way) will define as the only trait he has inherited from his mother, a “natural ability to piss people off’.
When Garp decides to become a writer, his mother seems, once again, to overpower him. Whereas he is acclaimed by critics but does not sell very much, she writes a book which, thanks to good timing (we are now between the end of the ’60s and the early ‘70s), becomes a feminist manifesto and makes her immensely rich. So she opens a clinic to take care of women with a difficult past. These include a few members of an association which sees self-mutilation as a form of protest against sexual violence, in the name (although against the will) of a woman who had been raped when she was a child. All this will be of no small consequence for the life of Garp, who is perfectly aware of the distance that there is between deep acceptance (much more than mere ‘tolerance’) of the way of each one to express their personality, and the exploitation (in good faith as it may be) of the pain of others as a weapon against the world, in a useless attempt to heal one’s wounds by causing other wounds.
As can be seen, many ‘strong’ issues are dealt with. We are never allowed to forget that there is violence in the world, and prejudice, and many forms of fanaticism and quite a number of types of hell, including the one that is paved with good intentions. And that in order to contrast all that, apart from humour, the only way is not letting them change you, never be afraid of remaining yourself. With no arrogance, but with anger and resolution, if necessary. Because when all is said and done, what counts is to choose the right course, not the easy one. And when you make a mistake, be able to heal the wounds. And when it comes to living, think about ‘how’ rather than ‘how long’.
One of my favourite quotes is taken from this film, from a dialogue between Garp and his wife Helen, who talk about memory and how important it is to remember:

Helen – You can’t live in the past
Garp – I’m not. But I can live in the present and think about the past.
Helen – You’re supposed to do that when you’re old and grey.
Garp – Oh, to hell with that. When I’m old and grey, I probably won’t remember my past. You’ve got to be young when you do it. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure.
Helen – I’m going to start teaching again.
Garp – I’m going to try hang-gliding.

Liebster Award

Bene, alla quarta ‘nomination‘ penso sia arrivato il momento di dedicarmi a questo gioco. Ringrazio prima di tutto moltissimo i 4 blogger (tre dei quali mi avevano ‘nominato’ un bel po’ di mesi fa e devo scusarmi per il ritardo). E’ un segno di apprezzamento per il mio blog, che è una parte di me tutt’altro che secondaria, e come tale mi fa molto piacere. I Blogger in questione sono:

Anothersea

Almeno tu

Fotogrammi e pentagrammi

Bocconcini di carta

Seguono le risposte alle domande che mi hanno posto, devo dire, poche sono doppie, qualcuna era simile e le ho per questo riunite, per cui non sono 40 risposte ma non poi tante di meno. Ho raggruppato le domande in due ‘blocchi’, la prima parte riguarda più strettamente il blog e i suoi contenuti, mentre le domande successive sono quelle più generali sui miei gusti, passioni, aspetti del carattere, ecc. Divertitevi! 🙂

1. Come hai scelto il nome del blog è cosa significa per te? 

Ho cercato qualcosa che mi rappresentasse, amo molto Neruda e i versi da cui è tratto il titolo del blog li sento molto vicini al mio modo di essere, sempre a cercare la strada, riconoscendo il mio cammino da ciò che ho intorno e da ciò cho ho dentro. Poi amo viaggiare, possibilmente in modo un po’ vagabondo… 🙂

2. Perchè hai aperto un blog? Quale scopo vuoi dare a questo spazio? 

Amo scrivere. E’ l’attività che più mi serve, mi rappresenta e mi aiuta a ‘sentire’ le cose con più chiarezza. Quando qualcuno si emoziona per quello che scrivo, m’illumina la giornata.

3. Come definiresti il tuo blog in 5 aggettivi?

Vario, poetico, dolce, allegro, vivo.

4. E te stessa?

Varia, poetica, dolce, allegra, certamente viva 🙂

5. Di cosa parli nel blog? Qual è l’argomento principale di cui parla? Da quanto tempo te ne interessi?

La maggior parte dei post direi che sono mie poesie e racconti. Poi parlo un po’ di certe cose curiose che capitano nella mia vita quotidiana e naturalmente (come del resto recita il sottotitolo), di letteratura, cinema e teatro, in poche parole, di recensioni (teatro pochino a dire il vero, ma si rimedierà). Da quanto me ne interesso…. beh, da una vita :). Più di recente, da circa un anno, molti post sono dedicati a una persona che ha significato molto per me e… beh, chi bazzica un po’ qui dentro sa.

6. Quale genere di blog sei propenso a leggere, visitare?

Sicuramente quelli di scrittura e arte (in senso lato, comprendendo cinema e teatro) più degli altri, ma leggo un po’ qua e un po’ là, senza guardare tanto al genere. Ho scoperto casualmente post bellissimi in siti dedicati a cose lontanissime da me (tipo lo yoga).

7. I tuoi amici sanno che hai un blog o, comunque, che scrivi?

Alcuni sì.

8. Cosa ti piacerebbe consigliare ad altri blog, per sfruttare al meglio la possibilità di gestire e mantenere uno spazio “virtuale”, dove chiunque può attingere per se stesso?

Scrivete di quello che amate, di quello che vi appassiona. Non trascurate la forma, non è superflua, ma se pensate e desiderate che altri possano riconoscersi in quello che sentite, scrivetelo!

9. Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?

Quando qualcuno commenta, io sono felice. Perché un ‘mi piace’ può significare tante cose, un commento richiede il tempo di pensare, la voglia di comunicare il proprio pensiero, il desiderio di mettersi in gioco in prima persona. Non sempre riesco a commentare anche quando qualcosa mi colpisce positivamente, ma lo faccio ogni volta che posso proprio per questa ragione. E perché parlando ci s’incontra, virtualmente sia pure, ma anche gli incontri virtuali possono essere molto importanti.

10.Qualcosa che proprio ti infastidisce del mondo “virtuale”?

Le polemiche sterili nate dal nulla (più raro tra i blogger, anche  se ne ho viste, su altri social sembrano quasi la regola.

11. Qualcosa che invece apprezzi, che ti è stato di aiuto, che ti ha invogliato a continuare?

Il senso di comunità che si crea quando ‘ci si riconosce’ reciprocamente nei post e nei commenti e si finisce per parlare di sé in modo diverso da come si fa altrove

12. Quanto tempo dedichi al blog?

Troppo rispetto a quello che dovrei dedicare al lavoro e alla famiglia, troppo poco rispetto a quello che dovrei dedicare a me. Dipende molto dai periodi, comunque, però diciamo… tutto quello che riesco, compatibilmente col fatto che ho una vita moderatamente convulsa 😀

13. Come nascono i tuoi post?

Da cose che leggo, da emozioni che sento, da cose che ho scritto, più o meno recentemente, e che ho voglia di condividere, da cose belle che ho fotografato…

14. Hai creato un rapporto di amicizia con altre/i blogger? Vi siete mai conosciute/i personalmente?

Purtroppo no, anche se mi piacerebbe e spero che succeda

15. Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?

Credo che non cambierei molto. I miei pensieri cambiano, si evolvono, come quelli di tutti penso, e forse anche il mio modo di scrivere, ma qui dentro entra principalmente quello che amo, e immagino che resterà questa la chiave.

16. Come sei nella vita reale, quali sono i tuoi interessi/passioni e le tue aspirazioni?

Il blog è parte integrante della mia vita reale, molto integrante. Forse perché le parole sono la mia passione da sempre, fanno parte del mio lavoro di traduttrice, fanno parte del mio essere in tutte le loro manifestazioni.

Poi amo viaggiare perché amo le cose che non conosco, il nuovo e l’insolito, fosse pure semplicemente una pianta che non si vede nei nostri climi. Non parliamo dei paesaggi, umani e naturali. Il viaggio è sentire sapori e odori, sentire la fatica delle salite e delle discese, il caldo e il freddo, la sabbia, la terra e la strada, il colore del cielo che cambia, avere paura di non trovare posto e dover dormire in macchina, ridere di cose che al momento ti erano sembrate tutt’altro che ridicole, montare tende, prendere treni e arei e navi e avere paura e partire lo stesso.

Amo leggere perché uno dei motivi della mia passione per le parole, è che possono condurci in mondi e farci conoscere persone che non avremmo mai altrimenti l’occasione di vedere e di conoscere, rivelandoci qualcosa di noi. Perché ho bisogno di riconoscermi in quello che non sono e di parlare lingue che non conosco e di piangere e ridere per emozioni che sembrano non riguardarmi da vicino, e invece,,,

Amo il cinema e il teatro perché alla parola aggiungono l’espressione del viso e del corpo, che è altrettanto essenziale.

Amo il giardinaggio, perché i fiori mi mettono allegria e zappare è uno sfogo (visto che in palestra non posso vedermici).

La mia aspirazione è aprire una scuola mia.

17. Il tuo  personale credo nella Vita?

Oddioccheddomanda, il mio credo personale? Che la libertà è la cosa più preziosa che esista, e che si può essere liberi malgrado tutto e tutti.

18.Cosa ti piace leggere?

Un po’ di tutto, secondo come mi gira :). In questo momento, molta letteratura per ragazzi. Dopo Harry Potter e Lezioni di volo per sonnambuli mi sono dedicata a una trilogia sui pipistrelli che consiglio vivamente. Poi ci sono i classici, alcuni saggi (in generale quelli che parlano di cose universali, non solo del momento attuale. John Stuart Mill, ad esempio), moltissima letteratura inglese di tutte le epoche, e poi tanto altro, perché anche quando entro in libreria mi perdo, proprio come in qualsiasi altro luogo.

19.Una citazione, un’aforisma o un verso che ti rappresenta?

‘I can live in the present and think about the past. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure’

‘Posso vivere nel presente e pensare al passato. E’ una cosa bellissima, non trovi? Guardarsi indietro e vedere l’arco della tua vita, come tutto è collegato. Da dove sei partito e come sei arrivato fin qui. La linea, capisci. E’ stata davvero un’avventura’.

(dal film Il Mondo Secondo Garp – The World According to Garp)

20. La cosa che sai fare meglio?

Pensare

21. Cosa fai la mattina appena sveglio?

Mi preparo il tè. Quello che per gli altri è il caffè, per me è il tè, non posso pensare di iniziare la giornata senza.

22. Se non abitassi nella tua città, dove vorresti vivere?

San Francisco, qualunque parte della Norvegia, Stoccolma, Londra, Granada… al momento in quest’ordine, domani chissà… sono pur sempre un(a) viandante intempestivo(a)

23. Qual è l’hobby o attività a cui non rinunceresti per nulla al mondo?

A pensare. E possibilmente a leggere, ma pensare viene prima 🙂
24. Hai mai detto: … mi ha cambiato la vita? Se sì, in quale occasione?

Spesso. Di persone, di libri, di film… anche di scelte che ho fatto. Nel bene e nel male, ma di solito lo penso in positivo.

25. Consiglia un libro ai tuoi lettori e spiega la motivazione

Le opere complete di Shakespeare. C’è tutta la vita dentro, e tutta l’umanità.

26. Qual è stato, finora, il giorno più bello della tua vita?

Quello in cui abbiamo visto i nostri due figli per la prima volta

27. Immagina di poter trascorrere la serata con chi vuoi tu (anche personaggi famosi). Chi sceglieresti?

Robin Williams.

28. Esprimi un desiderio.

Vorrei riuscire a mentenere il senso di pienezza, serenità e di libertà che provo in questo periodo e trasmetterlo agli altri

29. Cosa ti fa arrabbiare?

Il menefreghismo

30. Cosa ti rilassa?

Guardare un film che amo e vangare (ancora più che zappare)

31. Hai mai pianto di gioia?

Certo

32. Il cantante che ascolti più spesso?

Sting

33. La serie Tv o telefilm che hai nel cuore.

Mork & Mindy

34. Cosa ti rende particolarmente felice?

Accorgermi che i miei figli cominciano a condividere qualcosa in cui credo profondamente. Vederli crescere e pensare che pur con tutte le difficoltà e gli inevitabili contrasti, stanno venendo su bene 🙂

Veniamo ai blog che nomino. A dire la verità credo che molti siano ben oltre i 200 follower che sarebbe il limite previsto dall’award (a quanto ho capito), ma non sono stata a controllare più di tanto. Spero che anche chi non ha voglia di partecipare al gioco, veda la ‘nomination’ per quello che è, una scusa per segnalare cose belle che rendono piacevole il mio cammino. Mi piacerebbe comunque molto avere le risposte a queste domande, sono curiosa delle cose e delle persone che mi interessano. Inutile dire che ci sono molti altri blog che mi piacciono e che magari troverò qualche scusa per parlare anche di quelli. Per oggi, sono questi:

Senza filo

Discussioni concentriche

Avvocatolo

Io, me e me stessa – Historia de una mujer

Margraces’s Blog

Orearovescio

Spersa nell’etere

Shock anafilattico

Viaggi ermeneutici

Oglaroon

Ed ecco le domande:

  1. Come hai scelto il titolo del blog e che cosa significa per te?
  2. Qual è il tuo libro preferito o comunque un libro che consiglieresti e perché? (vale anche indicarne più di uno ma non importa che siano i preferiti ‘in assoluto’, ma quello o quelli che in questo momento vi vengono in mente, d’istinto)
  3. E il tuo film preferito? (come sopra)
  4. Una cosa che proprio non sopporti?
  5. E una cosa che invece ami?
  6. Cosa significa la musica per te?
  7. E i viaggi?
  8.  Una citazione, aforisma o verso che ti rappresenta particolarmente?
  9. Un hobby/attività a cui non rinunceresti per nulla al mondo?
  10. Qual è la cosa che sai fare meglio e/o la tua caratteristica di cui sei più orgoglioso/a?

ecco, credo di aver detto tutto, aggiungo solo, nell’improbabile ipotesi che ancora non li conosciate, davvero vi consiglio di visitare i blog segnalati senza por tempo in mezzo. Sono diversissimi ma hanno una cosa in comune: che abbiano l’intento di far ridere, di commuovere, di far pensare o semplicemente di condividere qualcosa, lo fanno benissimo.

Nel tuo silenzio / In your silence

Ascolto. E’ bello il tuo silenzio.
E’ la luce intravista dietro i vetri, il ricordo
struggente dei viandanti quando, smessi
gli abiti da viaggio, restano alla finestra nelle sere
d’estate e guardano gli altri camminare;
è il saluto del marinaio che ritorna e non è mai partito,
è l’angelo caduto che si scuote la polvere di dosso
ma è in piedi, ora, e non meno angelo per questo.
Allora dimentico lo scandalo affaccendato delle api
intente a un miele amaro che non sanno,
perché hanno loro insegnato solo questa scelta:
se farsi male attentamente o per pura distrazione,
se farsi male col dolore o peggio, con il freddo.
Dimentico. Ascolto. E tace allora l’urlo del mondo,
tacciono le campane, e la tristezza dura
del mattino e il rombo plumbeo dei passi di cemento.
Dimentico. Ascolto. E’ bello il tuo silenzio.
E’ il canto del pettirosso quando si annida,
quando indugia tra i rami della quercia;
è il pensiero dell’albero, il segno del suo tempo,
è il respiro antico delle navi, quando
lasciano il mare e le consuma il ricordo del sale
benché sia loro caro il riposo della terra.
Ricordo. Ascolto. E ripongo in qualche anfratto
un altro frammento d’infinito.

I’m listening. Your silence is so beautiful.
It’s the light behind the glasses, the heart-rending memory
of wayfarers, when they no longer wear their travelling clothes,
and remain at the window in the evening summers,
watching the other people walking by;
the greeting of the seaman who’s coming back and never left,
the fallen angel who’s dusting himself off
but he’s back on his feet now, and no less an angel for that.
So I forget the hustling scandal of the bees
engrossed in the making of a honey they know nothing about,
as they’ve only been taught this choice:
whether to get hurt carefully or out of sheer recklessness,
whether to get hurt by pain or, even worse, by cold.
I forget. I’m listening. And the world’s cry is hushed,
bells are still, and so is the hard sadness of the morning,
and the leaden rumbling of someone’s concrete steps.
I forget. I’m listening. Your silence is so beautiful.
It’s the song of the robin, when he nestles,
when he lingers among the branches of the oak;
it’s the thought of the tree, the sign of its time,
it’s the ancient breath of ships, when they
leave the sea and the memory of salt is consuming them
although they so much relish resting at the shore.
I remember. I’m listening. And in some nook or cranny,
I’m putting away a few more fragments of infinity.

Un po’ di cielo e un fiore inatteso tra le ringhiere del balcone

Sempre per la serie, le cose che non ti aspetti, oltre al cielo serale di 4-5 giorni fa (non la stessa cadente, quella non sono riuscita a fotografarla, ma sono molto innamorata anche di queste luci), stamattina la pianta grassa sul balcone di città mi ha fatto questo dono. Non ne conosco il nome, ma questo fiore è di una bellezza che non ha bisogno di nome.