Quello che manca, quello che resta / What is missing, what is left

Vedi, gli anni poi passano sempre, anche dopo quegli istanti in cui qualcosa si ferma, si interrompe e crediamo forse sia il tempo, e lo sappiamo in realtà che il tempo passa, ma d’improvviso questo torna a stupirci, come se avvertissimo solo allora l’incongruità: lo abbiamo inventato noi, eppure prosegue per la sua strada, quando è il nostro cuore a essere rimasto, più o meno a lungo, immobile.

Del resto lo so che anche il mio cuore ha continuato a battere benché lo credessi fermo, e il mio tempo è prezioso adesso quanto lo era prima. Di più, forse, perché il valore delle cose lo impariamo a caro prezzo, perdendo ogni volta dei pezzi per ritrovarne di diversi in altri luoghi. Posso aver mancato un battito, un respiro, aver perduto magari il fiato per un po’, ma la vita, quella non l’ho mancata. Cosa mi hai insegnato? Tutto, anche questo.

Oggi è un anno che hai deciso di andar via e ancora sei dentro i mei pensieri con la forza dell’uragano che eri, meraviglioso uragano che scuoteva la nostra quiete in mille modi diversi senza mai far male, insegnandoci che si possono dire le peggiori verità con dolcezza, che essere onesti non richiede necessariamente crudeltà, e che l’unico compromesso accettabile è quello che permette di non far soffrire qualcun altro.

Da te ho imparato che si può essere pienamente consapevoli della violenza del mondo, e non per questo smettere di avere fiducia nelle possibilità di riscatto delle persone. Che si può pensare al passato e vivere nel presente. Che si può ridere dei nostri difetti non per senso di superiorità, ma per empatia. Che si può ridere e far ridere per rendere migliore la vita. Che un uomo può essere sentimentale senza perdere un grammo di virilità. Che le nostre abitudini possono essere, agli occhi di un altro, tanto strane quanto possano sembrarci le sue (Mindy: You know, I still can’t get over this. I’m sitting here having breakfast with a being from another planet. MorkWhat a coincidence. So am I.).

Che bisogna sempre giocare, anche quando si pensa di aver perso in partenza e le condizioni del campo sono improponibili.

Che dobbiamo sempre chiederci il perché delle abitudini e delle idee e più sono incrostate nella tradizione millenaria, più dobbiamo farlo. Sedersi a testa in giù o salire su un tavolo non sono che modi per dire tutto questo senza parole. E a te che sapevi sparar fuori parole alla velocità della luce, ne servivano in realtà pochissime, come a tutti i grandi uomini, per dire quello che non sapevamo di sapere già e far cadere tutti gli inutili veli con cui lo coprivamo.

La vita è buffa, e non devo certo venirlo a dire a te. E’ buffa e solo chi sa quanto possa essere incredibilmente bella e l’ha amata sempre senza mai tradirla, sa che si può accettarne la fine senza smettere neanche allora di amarla, perché si può essere vivi solo finché si è liberi. Poi naturalmente vengono fuori le solite banalità sul lato oscuro dei comici, sulla tristezza nascosta dei clown, e via così. Come se il lato oscuro non ci fosse in tutti noi. E come se l’unico aspetto tuo che noi abbiamo visto, fosse quello comico. Non ho proprio capito come si potesse vedere un clown, in te. Tutto avrei pensato, tranne che quello.

E del resto, tu anche.

In un’intervista hai preso in giro quel luogo comune, in quel modo che prendevi talvolta quando facevi dell’ironia gentile sulle cose serie, così dolce e pacato da essere quasi poetico. ‘The idea of the sad clown thing, I think it’s the idea of, you know, all of a sudden you be funny and then that moment of tenderness. But sometimes you have to be very careful that it doesn’t go into saccharine or too much sentimental. If you keep it real… That’s what makes it work. And if the show works on that level, I think the sad clown or the somewhat melancholy clown or the melancholy mime which sits next to the sad clown — he’s in a box with a window, looking out.’

Eppure vedi, ci casco anch’io nei cliché. ‘andar via’, ‘accettare la fine della vita’, qualunque cosa pur di non scrivere quella parola che tanto ci spaventa perché ci dice, duramente e senza sconti, che una persona davvero ‘non c’è più’, non è in un luogo che pur lontano, possa comunque sembrare raggiungibile. L’idea che da qualche parte tu comunque fossi lì e continuassi a creare, a parlarci di noi, a metterci di fronte all’assurdità delle cose normali, mi rassicurava. Ci saresti sempre stato, pensavo, a farmi capire le cose che non capivo, a sbeffeggiare il potere e difendere l’umanità di tutti, a mettere a posto con una battuta quintali di prosopopea e di retorica di chi crede di saper nascondere bene la meschinità del suo avere sempre ragione. Un giorno sarei venuta a trovarti, a vedere lo spettacolo che stavi portando in giro, avrei trovato il modo di vederti dal vivo, avrei sentito il tuo odore e magari ti avrei stretto la mano (ok, beh, andavo anche più in là, ma questo non ha importanza, qui). Ti avrei messo definitivamente tra le cose più reali della mia vita, al posto che ti era sempre spettato di diritto, in mezzo a quello che avevo di più vero e di più vivo.

E invece, hai deciso di morire.

Non so nulla di questo. Ma per tutto quello che ho detto, credo sia stata una scelta consapevole. Ho letto cose diverse, ma a pensarti vittima, schiacciato da qualcosa che ti aveva sottratto la capacità di intendere e volere e aveva deciso per te, io non ci riesco. Tu? Difficile crederlo. Tu, Genio non imbottigliabile, hai sempre inteso, e voluto, infinitamente più degli altri, secondo me. Ho sempre pensato che dietro la timidezza, evidente nonostante l’infinita energia e una capacità comunicativa senza uguali, tu avessi la volontà più ferrea che si potesse immaginare.

E visto che nella tua testa non c’è nessuno di noi, piuttosto che in un annientamento della tua ragione, trovo maggior conforto a pensare che abbia deciso la tua morte come hai deciso la tua vita. Che abbia ben ponderato quello che avrebbe significato, per te e per gli altri, vivere senza tanto di quello che aveva reso quella vita significativa, importante, per te e per quello che eri e per come eri. E che abbia considerato che ne era valsa la pena sempre, ma ora non più. Che dopotutto, te la eri goduta, e tanto, e che poteva bastare. E gli altri pensassero un po’ quello che volevano, tanto tu, comunque fosse, avevi fatto ancora una volta quello che ritenevi giusto, e il resto non aveva importanza. ‘He was a comedian. […] Of course I’m very sad, but he lived on his own terms, even to the end’ (Da “Moscow on the Hudson”).

Naturalmente, è solo una mia impressione, vale come quella di chiunque non ti conoscesse da vicino. Ma questo penso, sulla base di tutti questi anni in cui ho seguito per quanto potevo tutto quello che facevi e dicevi. E allora mi è venuta questa idea, non so quanto stupida, inadeguata, persino immorale magari, ma ho pensato, se avessi avuto l’immensa fortuna di conoscerti da vicino, di essere qualcuno che ti voleva bene, e a cui tu volevi bene, avrei voluto avere la forza di dirti ok, se hai deciso di andare via, la scelta non può che essere solo tua, sei tu a sapere quando hai vissuto davvero fino all’orlo, e se hai sempre deciso della tua vita, forse è giusto che decida anche la tua morte. Solo lascia che ti tenga abbracciato fino all’ultimo, perché dopotutto forse non è così inevitabile morire da soli. Chi ha dato tutto merita tutto.

E così, continuo a tenere con me la parte viva, sorprendendomi, qualche volta, ma a volte no, che sia successo davvero quello che speravo, cioè che il tempo non abbia sbiadito nulla del ricordo, anzi. Forse perché è una memoria che mi sono scelta e che per questo continuo a scegliere ogni giorno, perché tiene in vita il mio tempo, i miei sogni, la parte migliore di me e del mio mondo. Ho detto che avrei custodito questo ricordo, ma neppure io ero certa fino in fondo che avrei continuato a farlo per tanto tempo. Qualcuno sicuramente pensa che sia assurdo, per una persona che neanche conosco. Ma il bello di invecchiare, per quanto possa far paura, e credo che anche questo tu lo sapessi, è che ti puoi permettere finalmente di non curarti di nulla che non sia quello che conta veramente per te, cioè quello che senti dentro. Del giudizio degli altri, poi, men che meno. E non per presunzione, ma per rispetto.

E quindi questo è tutto tranne che un saluto definitivo, e penso che negli anni a venire, finché ci sarò, più che l’anniversario della tua morte, ricorderò semmai quello della tua nascita. O di un film che hai fatto. O di uno show. O di un’intervista che ho amato particolarmente, magari. Perché è la vita che conta, e non il fatto che poi finisca. E anche questo, lo sai bene, l’ho imparato da te.

What makes me happy? My family, work and, I think, being around, you know, and creating.’

Lo scorso ottobre scrivevo queste cose:

Io che sono insofferente verso guru, capi carismatici (capi in genere, direi) e uomini della provvidenza di ogni specie, penso che sia importante scegliersi un Maestro, qualcuno con cui costruire la nostra personalissima strada. Io ho avuto la fortuna di scegliere quello che è sempre stato il migliore per me. Uno che ha reso più leggera la mia vita nei momenti pesanti. Un uomo nel quale credevo da ragazzina ingenua e nel quale posso credere ancora oggi (che non è scontato). Uno talmente grande, che quando mi manca di più, è nelle cose che ha lasciato che cerco conforto, e lo trovo sempre.

E’ bello che questo sia ancora vero adesso. E’ bello pensare che sarà vero fino a che avrò respiro.

You see, years will always go by, even after those instants in which something stops moving, and we think it may be time. Sure enough, we know time goes by; nevertheless, in certain moments, we are taken by surprise, as though only then feeling the inconsistency: we have invented time, and yet it carries on along its own way, when it is our heart that stands still for a while.

Indeed, I know that my heart too has continued to beat, although I thought it was not, and my time is precious now as it was before. Even more, because we learn the value of things at a high price, by losing pieces of ourselves every time, and finding different ones elsewhere. I may have missed a beat, I may have lost my breath, momentarily, but life, I haven’t missed that. What have you taught me? Everything, including this.

It is a year now since you decided to go away and you are still in my thoughts with the strength of the hurricane you were. An amazing hurricane, that shattered our quietness in a thousand ways without ever hurting us, teaching us that the worst truths can be said gently, that being honest does not necessarily mean being cruel, and that the only acceptable compromise is one that allows you to prevent the suffering of other people.

From you, I have learnt that one can be fully aware of the violence of the world, and yet never lose faith in the possibility of redemption of each person. That one can live in the present while thinking about the past. That we can laugh of our defects, not out of a sense of superiority, but out of warmth and empathy. That one can laugh and make others laugh to make life better. That a man can be sentimental without losing an ounce of virility. That our habits can be, in the eyes of another person, as odd as theirs can appear to us (Mindy: You know, I still can’t get over this. I’m sitting here having breakfast with a being from another planet. MorkWhat a coincidence. So am I.).

That we should always play, when the conditions of the field are insane, and the match may seem to be lost from the beginning.

That we should always ask ourselves the reasons of our habits and ideas, and the more encrusted they are with millenary tradition, the more we should do it. Sitting on your head or climbing on a table are just a way to say all this without words. And while you could shoot words at light speed, you only needed very few, like all great people, to say what we already knew – but were unaware of – and lift all the unnecessary veils with which we covered it.

Life is funny, I needn’t tell you that, obviously. It’s funny, and only someone who knows how immensely beautiful it can be, and has always loved it without ever betraying it, knows that you can accept its end and even then, not stop loving it, because you can only be alive if you are free. Then, of course, the usual platitudes come out, the dark side of comedians, the hidden sadness of clowns, and all that. As if the dark side was not in each one of us. And as if the only aspect we could see in you was the comedian. It just beats me that you could be seen as a clown. Anything but that, I’d have thought.

And indeed, you too.

You made fun of that stereotype in an interview, in that way you could take at times, when your irony addressed something really serious: so gentle and sweet as to be almost poetic. ‘The idea of the sad clown thing, I think it’s the idea of, you know, all of a sudden you be funny and then that moment of tenderness. But sometimes you have to be very careful that it doesn’t go into saccharine or too much sentimental. If you keep it real… That’s what makes it work. And if the show works on that level, I think the sad clown or the somewhat melancholy clown or the melancholy mime which sits next to the sad clown — he’s in a box with a window, looking out.’

But you see, I slip into clichés myself. ‘Go away’, ‘accept the end of life’, anything to avoid writing the word that frightens us so much, because it tells us, in an unmitigated, blunt way, that someone indeed is no longer there, is not in any place that may be far away but somehow reachable nonetheless. Just the idea of you being around somewhere and continuing to create, to speak of us, to make us face the absurdity of normal things, it reassured me. You would always be there, I thought, to make me understand what I didn’t understand, to jeer at power and defend the humanity of everyone, to scale down with just one joke the incredible amounts of haughtiness and rhetoric of those who believe they have hidden well enough the meanness of their being always right. One day I would come to your town, I’d see the show you were touring, find a way to see you live, smell your scent, shake hands with you maybe (ok, I went further than that, but this does not matter here). I’d finally put you among the most real things in my life, in the place that has always been yours by right, amidst all I had that was most alive and most true.

But you decided to die.

I know nothing about this, but in light of everything I’ve said, I am convinced it was a voluntary choice. I have read otherwise, but to think of you as a victim, crushed by something beyond your control that decided for you, well, I just can’t. You? It really is hard to believe. You, the Genie that could not be locked into any lamp, you have been aware of your wishes, and lived as you wished, in my opinion, infinitely more than anyone else. I have always thought that behind your shyness, apparent despite your endless energy and unmatched communicativeness, you had an iron will, the strongest one could imagine.

And seeing that none of us is inside your head, rather than in the annihilation of your reason, I find greater comfort thinking that you might have decided your death just as you decided your life. That you thoroughly weighed what would mean, for you and for those around you, to live without so much of what had made your life significant, important, for you and for what you were and for how you were. That you considered that it had always been worth the while, but not anymore. That after all, you had had fun, a lot of it, and now you could call it a day. As for the others, let them think what they would, for happen what may, you did, once again, what you felt right, and nothing else mattered. ‘He was a comedian. […] Of course I’m very sad, but he lived on his own terms, even to the end’ (From “Moscow on the Hudson”).

Of course, it’s just my feeling, it counts for no more than that of anyone who didn’t know you closely. But this is what I think, based on all these years in which I have followed, as far as I could, everything you said and did. And this idea has come to my mind, I don’t know whether it may be stupid, inadequate, even immoral, maybe, but I’ve thought, had I be so immensely lucky as to actually know you closely and be someone you cared for, and who cared for you, I’d have wished to be strong enough as to tell you ok, the decision must be yours and no one else’s. You alone can know when you’ve lived your life to the brim, and if you have always chosen how to live, it may be only right that you should decide on your death too. Only, please let me hold you till the end, because after all, perhaps it is not so necessary to die alone. Someone who has given everything deserves everything.

So, I keep the living part with me and I am surprised sometimes, but other times I am not, that what I hoped has indeed happened, I mean that time would not diminish the memory in any way. It may be because this is a memory I’ve chosen myself and for this reason I keep choosing it day by day, because it keeps my time alive, my dreams, the best part of myself and of my world. I said I would cherish it, but even I wasn’t certain I would do it for so long. Someone will certainly think it’s madness, for a person I haven’t even ever met. But the best part of getting older, frightening as it may be, and I think you knew this as well, is that you can afford at last not to care about anything but what really matters for you, that is, what you feel inside. And least of all, of being judged. Not out of arrogance. Out of respect.

Therefore, this is all but a final goodbye, and I’m sure in the years to come, until I’m around, rather than the anniversary of your death, I’ll celebrate that of your birth. Or of a movie you acted in. Or of one of your shows. Or of an interview I’m especially fond of. Because it’s life that counts, not the fact that it ends sooner or later. And this, as you very well know, is another thing I’ve learnt from you.

What makes me happy? My family, work and, I think, being around, you know, and creating.’

Last October, I wrote this:

I am averse to gurus, charismatic leaders (leaders in general, more often than not) and all sorts of men of destiny, and yet I think it’s important to find a Maestro, a guiding star, someone to help you plan your very personal route. I was lucky to choose the one that has always been the best for me, someone who made my life lighter, when it was heavy, a man I believed in when I was a little naive girl and i believe in now (not something to be taken for granted). Someone so great that when I miss him most, It’s in what he left behind that I look for comfort, and always find it.

It’s good that this is still true now. It’s good to think it will true as long as I have breath.

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