Il Bosco – Parte Prima – Capitolo 2 – I

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Capitolo 2 (1967-1969)

I

Mezzogiorno era passato da un pezzo. Il portone del venerabile edificio che ospitava il liceo si aprì e la pigra, azzurra quiete di quella tersa giornata di tarda primavera venne rotta bruscamente da uno sciame di ragazzini in uscita, che manifestavano correndo e urlando la gioia di essere infine liberi dagli obblighi dell’ordine e della disciplina.

Anche Elisa correva con gli altri, urlava con gli altri, gioiva della stessa libertà degli altri, o forse di una libertà che non era propriamente la stessa di quella degli altri, o almeno non sempre. Chissà se succedeva anche a loro di celare dietro quell’urlo apparentemente vitale la sensazione di sentirsi staccati da tutto e da tutti, come a guardare da una vetrina qualcosa apparentemente a portata di mano, ma impossibile da toccare. Se capitava a tutti quanti di essere ossessionati dalla propria fragilità e dal senso – o non senso – del mondo.

Vide una delle sue compagne precipitarsi ad accendere una sigaretta con l’aria di aver anelato solo a quel momento per tutta la mattina e dirigersi verso un gruppetto di ragazzi che chiacchieravano. Dimenticò le proprie inquiete riflessioni e la raggiunse. I maschi erano piuttosto interessanti, in genere. Non per il loro fascino erotico, che non avevano proprio, ma per i loro discorsi, per il modo che avevano di sfiorare la politica come se fosse un argomento avventuroso. Qualche frase lanciata qua e là ad arte come un’esca in una sorta di sussurro clandestino, stando ben attenti a farsi vedere senza farsi sentire, trasudando mistero e aria d’importanza, consapevoli che più ancora del sesso quelli erano i veri frutti proibiti, e che se alle ragazze quasi mai interessava affatto il soggetto delle loro discussioni, erano però attratte come api al miele dalle loro pose da ribelli ma non troppo, figli di buona famiglia in giacca e cravatta, appena un po’ scapestrati ma pronti a rimettersi in carreggiata non appena la faccenda rischiasse di farsi troppo seria. Ma quanto a lei, era proprio il soggetto che la interessava.

“… dovrebbero ritirarsi dal Vietnam”, stava dicendo uno di loro, “la più grande democrazia d’occidente e un pugno di rossi morti di fame gli stanno facendo mangiare la polvere. Niccolò, cosa ne dice tuo padre? Lui che è nell’esercito come la vede la situazione?”

“Mica ci parlo con mio padre, io, di queste cose, Sté. Mi sa che se fosse per lui, cancellerebbe direttamente il Vietnam dalla carta geografica.

“Secondo me l’America ha sbagliato fin dall’inizio. Perché uno dovrebbe andare in un altro Paese e dirgli o fai quello che ti dico io, o ti dichiaro guerra?” disse Elisa.

“E tu cosa vorresti, ritrovarti i comunisti vicino a casa? – ribatté Niccolò. – Magari il Vietnam sarà pure lontano, ma è strategicamente importante. Ci sono i Russi che armano i Vietcong. E i gialli pure, i Cinesi, sai, sono anche peggio. Fa bene Franco in Spagna, pugno di ferro e niente grilli per la testa.”.

“Sì, però… – Stefano esitò, quasi non osasse esprimere un pur blando dissenso, ma si decise a proseguire. – Insomma, ho letto che in Spagna la polizia è stata molto dura con gli studenti, ragazzi come noi, in Italia persino un giornale monarchico ha criticato gli eccessi. Cioè io non so se …”

“Quindi tu daresti ragione gli studenti – disse NJiccolò, in tono critico. Poi alzò le spalle: – comunque voglio dire, se uno non vuole guai non ci va alle manifestazioni, punto. No?”

“Io non so dove lo trovate il tempo di occuparvi di questa roba. Che c’importa di tutti ‘sti paesi che manco sappiamo dove stanno. Io non ci capisco niente e non m’interessa proprio. – intervenne Diletta con aria scocciata.

“Ognuno ha il suo modo di occupare il tempo” osservò Elisa. Non aveva nessun intento polemico, o forse sì. Per la prima volta voleva capire esattamente da che parte stare, o forse, invece, aveva solo atteso l’occasione di una piccola vendetta meschina.

“Io con quelle come te non ci parlo – sputò Diletta.  – Chi ti credi di essere? Tu non sei nessuno. Nessuno, capisci? Quello che devi fare è solo stare zitta, nasconderti e farti notare il meno possibile. Non sai che i tuoi non possono neanche farsi vedere in chiesa, perché li caccerebbero fuori come si meritano? Dovresti vergognarti!”

Ancora e sempre la stessa storia, dal giorno in cui Fabrizio era entrato per la prima volta nelle loro vite. Da allora erano passati quattro anni, la bambina era diventata una ragazzina di quasi quindici anni, quel settembre aveva cominciato il secondo anno al ginnasio e la tiritera era sempre quella. Elisa si sentì soffocare, non solo e non tanto da quella frase, ma da quella vita che le avevano cucito addosso. C’era sempre una parte da sacrificare. Difendere la sua famiglia strana, rinunciando alla parte di sé che voleva essere del tutto normale, oppure rinunciare agli affetti per le amicizie, diciamo forse per dei simulacri di amicizia. Pensò alle parole di Fabrizio. Ragione, torto, il punto non era quello. Il punto era un Dio libero, un Dio che non aveva inferno. Forse c’era un’altra strada. Pensò, per la prima volta in vita sua, che avrebbe dovuto essere, che poteva farcela ad essere, semplicemente tranquilla.

“Dovrei vergognarmi? E per cosa? Ti invidio, sai, se Dio ti ha scelta come confidente, magari quello che vuole lo sai persino meglio di Lui. Dovrei vergognarmi per chi? Per te che ti senti una ribelle perché dai due boccate a una sigaretta e poi sei così bacchettona che neanche il mio trisnonno? Io non lo so se a Dio piace mia madre e se gli piace Fabrizio, Lui a me non lo ha mai detto, purtroppo. Però a me piacciono. Preferisco mille volte mia madre separata e Fabrizio che si limita a darci affetto senza chiedersi se sia giusto o no, a certa gente bigotta che vive la religione come un modo per condannare, invece che per avvicinarsi a capire, e ragiona soltanto con le idee degli altri, stando ben attenta a non fare mai un pensiero con la testa sua”.

Poi le voltò le spalle per tornare in classe, mentre suonava la campanella per la ripresa delle lezioni, non senza notare con la coda dell’occhio le bocche spalancate dei suoi tre compagni. Piccola ma significativa soddisfazione.

Le tornò alla mente l’estate di tre anni prima, l’estate in cui era nato Raffaele. Ricordava sua madre sul letto della clinica, circondata di fiori, che teneva tra le braccia l’essere umano più piccolo che avesse mai visto. Lo aveva visto muoversi, e aveva pensato a un pesciolino che si fosse allontanato per la prima volta dal suo nido (avevano un nido, i pesci?) e si trovasse in un ambiente sconosciuto, diviso tra la curiosità e la preoccupazione.

Ricordava Fabrizio frastornato, stregato, rapito, ogni padronanza di sé spazzata via da una felicità assoluta, e l’’ondata di affetto che aveva provato per lui e che non si era più spenta.

Le allusioni, le cattiverie, l’avevano ferita per tanto tempo perché era lei a vergognarsi senza nessuna ragione. Non si sarebbe vergognata mai più. Quella era la sua famiglia, e se avesse potuto scegliere le persone che ne facevano parte, le avrebbe volute esattamente com’erano.

Metti che… / What if…

… una bella sera, ti trovi una Volpe sul davanzale. Magari sei uno a cui le volpi devastano il giardino e mangiano le galline, ma quell’attimo di smarrimento che gli abitanti di questo angolo di Notting Hill devono aver provato per qualcosa di totalmente inaspettato, totalmente fuori luogo, qualcosa che non c’entra proprio nulla con qualunque forma di routine quotidiana, ecco, forse questo varrebbe di per sé la pena. Stupirsi è sempre importante, non sai mai cosa puoi trovarti dietro l’angolo… o sulla tua finestra… 🙂

… one fine evening, you find a fox on your window sill. You may be one of those, who have seen foxes wreak havoc on their garden and eat their chickens. But that brief moment of bewilderment that those living in this part of Notting Hill must have felt for something so totally unexpected, so out of place, so far from all that is daily routine, wouldn’t it be well worth the while? It’s so important to be taken aback, you never know what you may find around the corner… or on your window… 🙂

Uccidere i cuccioli di volpe non può essere legale: il WWF chiede il tuo aiuto

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Spero che le informazioni siano complete, in ogni caso sarà sempre meglio che niente 🙂

Stelle cadenti

Qualche giorno fa, il 12 agosto, era attesa, in ritardo rispetto alla data tradizionale di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti.

Da una vita aspetto di vederne una e non è mai successo, ma ogni anno caparbiamente ci provo.

Di solito in quel periodo sono in campagna con la famiglia e dopotutto, finisce per essere più che altro una scusa per uscire a vedere il cielo, lontano dalle luci della città. Ma quest’anno ci tenevo particolarmente.

Il figlio più piccolo è andato poco lontano con un gruppetto di amici, da lontano si sentivano urla, risate, qualche parolaccia, qualche canzone certo non più propriamente infantile, ma è il loro momento, forse meritano più di noi di vedere le stelle cadenti, e se non succede, beh, se non altro meritano di passare un po’ di notte fuori a far gli scemi, che serve a crescere anche quello.

Col marito abbiamo tentato verso la mezzanotte, lui ne ha vista una, forse due ma non era sicuro. Io ho pensato non importa, peccato, ma tutto sommato non è niente di irrinunciabile. Però in realtà mi dispiaceva più di quanto volessi ammettere anche con me stessa. Abbiamo aspettato ancora diversi minuti, e niente. Un po’ scherzando, mio marito mi ha detto, se per caso ti svegli nelle prime ore del mattino (perché avevano detto in tv che sarebbe stato il momento in cui ne sarebbero cadute di più), magari ti alzi e provi a uscire, non si sa mai.

Ho sorriso. Mi sveglio spesso abbastanza presto e vado a letto moderatamente tardi ma in certe ore prima dell’alba sono un ghiro, non sono certo io quella che si sveglia e se per caso capita, mi guardo bene dall’alzarmi se non è strettamente necessario.

Ma stanotte mi sono svegliata alle tre. E intendo svegliata proprio, come fosse stato giorno, un po’ di fatica per alzarmi, ma sapevo perfettamente quello che volevo. Ho fatto piano, nessun altro mi ha sentito, sono uscita in giardino. Tempo due minuti, l’ho vista, perfetta, meravigliosa, un lampo di bellezza, una sensazione fortissima dentro. Niente desiderio, forse sono troppi e troppo complessi in questo momento, e neanche a una stella si può chiedere di districare tra i garbugli della mente quello che davvero vogliamo. Ma non era il desiderio che cercavo, o forse il desiderio era questo, la meraviglia, questa felicità di cui mi sono accorta solo quando la faccia mi si aperta in un sorriso nato da sé, che mi ha stupito e che è rimasto lì, per tutto il resto di quello scorcio di notte in cui non ho dormito e mi sono cullata questa emozione incredibile. E che è ancora lì e m’illumina da dentro, anche quando non si vede.

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Quello che manca, quello che resta / What is missing, what is left

Vedi, gli anni poi passano sempre, anche dopo quegli istanti in cui qualcosa si ferma, si interrompe e crediamo forse sia il tempo, e lo sappiamo in realtà che il tempo passa, ma d’improvviso questo torna a stupirci, come se avvertissimo solo allora l’incongruità: lo abbiamo inventato noi, eppure prosegue per la sua strada, quando è il nostro cuore a essere rimasto, più o meno a lungo, immobile.

Del resto lo so che anche il mio cuore ha continuato a battere benché lo credessi fermo, e il mio tempo è prezioso adesso quanto lo era prima. Di più, forse, perché il valore delle cose lo impariamo a caro prezzo, perdendo ogni volta dei pezzi per ritrovarne di diversi in altri luoghi. Posso aver mancato un battito, un respiro, aver perduto magari il fiato per un po’, ma la vita, quella non l’ho mancata. Cosa mi hai insegnato? Tutto, anche questo.

Oggi è un anno che hai deciso di andar via e ancora sei dentro i mei pensieri con la forza dell’uragano che eri, meraviglioso uragano che scuoteva la nostra quiete in mille modi diversi senza mai far male, insegnandoci che si possono dire le peggiori verità con dolcezza, che essere onesti non richiede necessariamente crudeltà, e che l’unico compromesso accettabile è quello che permette di non far soffrire qualcun altro.

Da te ho imparato che si può essere pienamente consapevoli della violenza del mondo, e non per questo smettere di avere fiducia nelle possibilità di riscatto delle persone. Che si può pensare al passato e vivere nel presente. Che si può ridere dei nostri difetti non per senso di superiorità, ma per empatia. Che si può ridere e far ridere per rendere migliore la vita. Che un uomo può essere sentimentale senza perdere un grammo di virilità. Che le nostre abitudini possono essere, agli occhi di un altro, tanto strane quanto possano sembrarci le sue (Mindy: You know, I still can’t get over this. I’m sitting here having breakfast with a being from another planet. MorkWhat a coincidence. So am I.).

Che bisogna sempre giocare, anche quando si pensa di aver perso in partenza e le condizioni del campo sono improponibili.

Che dobbiamo sempre chiederci il perché delle abitudini e delle idee e più sono incrostate nella tradizione millenaria, più dobbiamo farlo. Sedersi a testa in giù o salire su un tavolo non sono che modi per dire tutto questo senza parole. E a te che sapevi sparar fuori parole alla velocità della luce, ne servivano in realtà pochissime, come a tutti i grandi uomini, per dire quello che non sapevamo di sapere già e far cadere tutti gli inutili veli con cui lo coprivamo.

La vita è buffa, e non devo certo venirlo a dire a te. E’ buffa e solo chi sa quanto possa essere incredibilmente bella e l’ha amata sempre senza mai tradirla, sa che si può accettarne la fine senza smettere neanche allora di amarla, perché si può essere vivi solo finché si è liberi. Poi naturalmente vengono fuori le solite banalità sul lato oscuro dei comici, sulla tristezza nascosta dei clown, e via così. Come se il lato oscuro non ci fosse in tutti noi. E come se l’unico aspetto tuo che noi abbiamo visto, fosse quello comico. Non ho proprio capito come si potesse vedere un clown, in te. Tutto avrei pensato, tranne che quello.

E del resto, tu anche.

In un’intervista hai preso in giro quel luogo comune, in quel modo che prendevi talvolta quando facevi dell’ironia gentile sulle cose serie, così dolce e pacato da essere quasi poetico. ‘The idea of the sad clown thing, I think it’s the idea of, you know, all of a sudden you be funny and then that moment of tenderness. But sometimes you have to be very careful that it doesn’t go into saccharine or too much sentimental. If you keep it real… That’s what makes it work. And if the show works on that level, I think the sad clown or the somewhat melancholy clown or the melancholy mime which sits next to the sad clown — he’s in a box with a window, looking out.’

Eppure vedi, ci casco anch’io nei cliché. ‘andar via’, ‘accettare la fine della vita’, qualunque cosa pur di non scrivere quella parola che tanto ci spaventa perché ci dice, duramente e senza sconti, che una persona davvero ‘non c’è più’, non è in un luogo che pur lontano, possa comunque sembrare raggiungibile. L’idea che da qualche parte tu comunque fossi lì e continuassi a creare, a parlarci di noi, a metterci di fronte all’assurdità delle cose normali, mi rassicurava. Ci saresti sempre stato, pensavo, a farmi capire le cose che non capivo, a sbeffeggiare il potere e difendere l’umanità di tutti, a mettere a posto con una battuta quintali di prosopopea e di retorica di chi crede di saper nascondere bene la meschinità del suo avere sempre ragione. Un giorno sarei venuta a trovarti, a vedere lo spettacolo che stavi portando in giro, avrei trovato il modo di vederti dal vivo, avrei sentito il tuo odore e magari ti avrei stretto la mano (ok, beh, andavo anche più in là, ma questo non ha importanza, qui). Ti avrei messo definitivamente tra le cose più reali della mia vita, al posto che ti era sempre spettato di diritto, in mezzo a quello che avevo di più vero e di più vivo.

E invece, hai deciso di morire.

Non so nulla di questo. Ma per tutto quello che ho detto, credo sia stata una scelta consapevole. Ho letto cose diverse, ma a pensarti vittima, schiacciato da qualcosa che ti aveva sottratto la capacità di intendere e volere e aveva deciso per te, io non ci riesco. Tu? Difficile crederlo. Tu, Genio non imbottigliabile, hai sempre inteso, e voluto, infinitamente più degli altri, secondo me. Ho sempre pensato che dietro la timidezza, evidente nonostante l’infinita energia e una capacità comunicativa senza uguali, tu avessi la volontà più ferrea che si potesse immaginare.

E visto che nella tua testa non c’è nessuno di noi, piuttosto che in un annientamento della tua ragione, trovo maggior conforto a pensare che abbia deciso la tua morte come hai deciso la tua vita. Che abbia ben ponderato quello che avrebbe significato, per te e per gli altri, vivere senza tanto di quello che aveva reso quella vita significativa, importante, per te e per quello che eri e per come eri. E che abbia considerato che ne era valsa la pena sempre, ma ora non più. Che dopotutto, te la eri goduta, e tanto, e che poteva bastare. E gli altri pensassero un po’ quello che volevano, tanto tu, comunque fosse, avevi fatto ancora una volta quello che ritenevi giusto, e il resto non aveva importanza. ‘He was a comedian. […] Of course I’m very sad, but he lived on his own terms, even to the end’ (Da “Moscow on the Hudson”).

Naturalmente, è solo una mia impressione, vale come quella di chiunque non ti conoscesse da vicino. Ma questo penso, sulla base di tutti questi anni in cui ho seguito per quanto potevo tutto quello che facevi e dicevi. E allora mi è venuta questa idea, non so quanto stupida, inadeguata, persino immorale magari, ma ho pensato, se avessi avuto l’immensa fortuna di conoscerti da vicino, di essere qualcuno che ti voleva bene, e a cui tu volevi bene, avrei voluto avere la forza di dirti ok, se hai deciso di andare via, la scelta non può che essere solo tua, sei tu a sapere quando hai vissuto davvero fino all’orlo, e se hai sempre deciso della tua vita, forse è giusto che decida anche la tua morte. Solo lascia che ti tenga abbracciato fino all’ultimo, perché dopotutto forse non è così inevitabile morire da soli. Chi ha dato tutto merita tutto.

E così, continuo a tenere con me la parte viva, sorprendendomi, qualche volta, ma a volte no, che sia successo davvero quello che speravo, cioè che il tempo non abbia sbiadito nulla del ricordo, anzi. Forse perché è una memoria che mi sono scelta e che per questo continuo a scegliere ogni giorno, perché tiene in vita il mio tempo, i miei sogni, la parte migliore di me e del mio mondo. Ho detto che avrei custodito questo ricordo, ma neppure io ero certa fino in fondo che avrei continuato a farlo per tanto tempo. Qualcuno sicuramente pensa che sia assurdo, per una persona che neanche conosco. Ma il bello di invecchiare, per quanto possa far paura, e credo che anche questo tu lo sapessi, è che ti puoi permettere finalmente di non curarti di nulla che non sia quello che conta veramente per te, cioè quello che senti dentro. Del giudizio degli altri, poi, men che meno. E non per presunzione, ma per rispetto.

E quindi questo è tutto tranne che un saluto definitivo, e penso che negli anni a venire, finché ci sarò, più che l’anniversario della tua morte, ricorderò semmai quello della tua nascita. O di un film che hai fatto. O di uno show. O di un’intervista che ho amato particolarmente, magari. Perché è la vita che conta, e non il fatto che poi finisca. E anche questo, lo sai bene, l’ho imparato da te.

What makes me happy? My family, work and, I think, being around, you know, and creating.’

Lo scorso ottobre scrivevo queste cose:

Io che sono insofferente verso guru, capi carismatici (capi in genere, direi) e uomini della provvidenza di ogni specie, penso che sia importante scegliersi un Maestro, qualcuno con cui costruire la nostra personalissima strada. Io ho avuto la fortuna di scegliere quello che è sempre stato il migliore per me. Uno che ha reso più leggera la mia vita nei momenti pesanti. Un uomo nel quale credevo da ragazzina ingenua e nel quale posso credere ancora oggi (che non è scontato). Uno talmente grande, che quando mi manca di più, è nelle cose che ha lasciato che cerco conforto, e lo trovo sempre.

E’ bello che questo sia ancora vero adesso. E’ bello pensare che sarà vero fino a che avrò respiro.

You see, years will always go by, even after those instants in which something stops moving, and we think it may be time. Sure enough, we know time goes by; nevertheless, in certain moments, we are taken by surprise, as though only then feeling the inconsistency: we have invented time, and yet it carries on along its own way, when it is our heart that stands still for a while.

Indeed, I know that my heart too has continued to beat, although I thought it was not, and my time is precious now as it was before. Even more, because we learn the value of things at a high price, by losing pieces of ourselves every time, and finding different ones elsewhere. I may have missed a beat, I may have lost my breath, momentarily, but life, I haven’t missed that. What have you taught me? Everything, including this.

It is a year now since you decided to go away and you are still in my thoughts with the strength of the hurricane you were. An amazing hurricane, that shattered our quietness in a thousand ways without ever hurting us, teaching us that the worst truths can be said gently, that being honest does not necessarily mean being cruel, and that the only acceptable compromise is one that allows you to prevent the suffering of other people.

From you, I have learnt that one can be fully aware of the violence of the world, and yet never lose faith in the possibility of redemption of each person. That one can live in the present while thinking about the past. That we can laugh of our defects, not out of a sense of superiority, but out of warmth and empathy. That one can laugh and make others laugh to make life better. That a man can be sentimental without losing an ounce of virility. That our habits can be, in the eyes of another person, as odd as theirs can appear to us (Mindy: You know, I still can’t get over this. I’m sitting here having breakfast with a being from another planet. MorkWhat a coincidence. So am I.).

That we should always play, when the conditions of the field are insane, and the match may seem to be lost from the beginning.

That we should always ask ourselves the reasons of our habits and ideas, and the more encrusted they are with millenary tradition, the more we should do it. Sitting on your head or climbing on a table are just a way to say all this without words. And while you could shoot words at light speed, you only needed very few, like all great people, to say what we already knew – but were unaware of – and lift all the unnecessary veils with which we covered it.

Life is funny, I needn’t tell you that, obviously. It’s funny, and only someone who knows how immensely beautiful it can be, and has always loved it without ever betraying it, knows that you can accept its end and even then, not stop loving it, because you can only be alive if you are free. Then, of course, the usual platitudes come out, the dark side of comedians, the hidden sadness of clowns, and all that. As if the dark side was not in each one of us. And as if the only aspect we could see in you was the comedian. It just beats me that you could be seen as a clown. Anything but that, I’d have thought.

And indeed, you too.

You made fun of that stereotype in an interview, in that way you could take at times, when your irony addressed something really serious: so gentle and sweet as to be almost poetic. ‘The idea of the sad clown thing, I think it’s the idea of, you know, all of a sudden you be funny and then that moment of tenderness. But sometimes you have to be very careful that it doesn’t go into saccharine or too much sentimental. If you keep it real… That’s what makes it work. And if the show works on that level, I think the sad clown or the somewhat melancholy clown or the melancholy mime which sits next to the sad clown — he’s in a box with a window, looking out.’

But you see, I slip into clichés myself. ‘Go away’, ‘accept the end of life’, anything to avoid writing the word that frightens us so much, because it tells us, in an unmitigated, blunt way, that someone indeed is no longer there, is not in any place that may be far away but somehow reachable nonetheless. Just the idea of you being around somewhere and continuing to create, to speak of us, to make us face the absurdity of normal things, it reassured me. You would always be there, I thought, to make me understand what I didn’t understand, to jeer at power and defend the humanity of everyone, to scale down with just one joke the incredible amounts of haughtiness and rhetoric of those who believe they have hidden well enough the meanness of their being always right. One day I would come to your town, I’d see the show you were touring, find a way to see you live, smell your scent, shake hands with you maybe (ok, I went further than that, but this does not matter here). I’d finally put you among the most real things in my life, in the place that has always been yours by right, amidst all I had that was most alive and most true.

But you decided to die.

I know nothing about this, but in light of everything I’ve said, I am convinced it was a voluntary choice. I have read otherwise, but to think of you as a victim, crushed by something beyond your control that decided for you, well, I just can’t. You? It really is hard to believe. You, the Genie that could not be locked into any lamp, you have been aware of your wishes, and lived as you wished, in my opinion, infinitely more than anyone else. I have always thought that behind your shyness, apparent despite your endless energy and unmatched communicativeness, you had an iron will, the strongest one could imagine.

And seeing that none of us is inside your head, rather than in the annihilation of your reason, I find greater comfort thinking that you might have decided your death just as you decided your life. That you thoroughly weighed what would mean, for you and for those around you, to live without so much of what had made your life significant, important, for you and for what you were and for how you were. That you considered that it had always been worth the while, but not anymore. That after all, you had had fun, a lot of it, and now you could call it a day. As for the others, let them think what they would, for happen what may, you did, once again, what you felt right, and nothing else mattered. ‘He was a comedian. […] Of course I’m very sad, but he lived on his own terms, even to the end’ (From “Moscow on the Hudson”).

Of course, it’s just my feeling, it counts for no more than that of anyone who didn’t know you closely. But this is what I think, based on all these years in which I have followed, as far as I could, everything you said and did. And this idea has come to my mind, I don’t know whether it may be stupid, inadequate, even immoral, maybe, but I’ve thought, had I be so immensely lucky as to actually know you closely and be someone you cared for, and who cared for you, I’d have wished to be strong enough as to tell you ok, the decision must be yours and no one else’s. You alone can know when you’ve lived your life to the brim, and if you have always chosen how to live, it may be only right that you should decide on your death too. Only, please let me hold you till the end, because after all, perhaps it is not so necessary to die alone. Someone who has given everything deserves everything.

So, I keep the living part with me and I am surprised sometimes, but other times I am not, that what I hoped has indeed happened, I mean that time would not diminish the memory in any way. It may be because this is a memory I’ve chosen myself and for this reason I keep choosing it day by day, because it keeps my time alive, my dreams, the best part of myself and of my world. I said I would cherish it, but even I wasn’t certain I would do it for so long. Someone will certainly think it’s madness, for a person I haven’t even ever met. But the best part of getting older, frightening as it may be, and I think you knew this as well, is that you can afford at last not to care about anything but what really matters for you, that is, what you feel inside. And least of all, of being judged. Not out of arrogance. Out of respect.

Therefore, this is all but a final goodbye, and I’m sure in the years to come, until I’m around, rather than the anniversary of your death, I’ll celebrate that of your birth. Or of a movie you acted in. Or of one of your shows. Or of an interview I’m especially fond of. Because it’s life that counts, not the fact that it ends sooner or later. And this, as you very well know, is another thing I’ve learnt from you.

What makes me happy? My family, work and, I think, being around, you know, and creating.’

Last October, I wrote this:

I am averse to gurus, charismatic leaders (leaders in general, more often than not) and all sorts of men of destiny, and yet I think it’s important to find a Maestro, a guiding star, someone to help you plan your very personal route. I was lucky to choose the one that has always been the best for me, someone who made my life lighter, when it was heavy, a man I believed in when I was a little naive girl and i believe in now (not something to be taken for granted). Someone so great that when I miss him most, It’s in what he left behind that I look for comfort, and always find it.

It’s good that this is still true now. It’s good to think it will true as long as I have breath.

I ladri del tempo

Parole. Parole scagliate, schiantate come una cascata verso la valle. Come stalagmiti di ghiaccio, bellissime e fredde, scintillanti e feroci. Le parole hanno inventato i sentimenti. Le parole hanno inventato l’uomo, e non il contrario. Le parole disegnano i nostri contorni, sono un seme piantato nella terra, e il grano che cresce, il vento che piega le spighe, la grandine che le schiaccia, il sole che le matura e la falce che le taglia. Oggi non avevo più parole, le avevo finite tutte. E per un istante, quell’istante in cui sono rimasto senza parole, ho smesso di esistere.

E non sono solo le parole. Anche il corpo mi sta abbandonando. I colori, per esempio. Ho già perso il rosso, il giallo, l’arancio. Il sole all’alba, al pomeriggio e al tramonto ha un unico non-colore. C’era tra il verde e l’azzurro una differenza nitida, evidente, incontrovertibile, come tra il cielo e il mare, o tra il cielo e la terra. Ora non più, e forse questo vuol dire che anche la differenza tra il cielo e il mare va svanendo, la stessa differenza tra il cielo e la terra è più sfumata, più presente nei miei ricordi, qualcosa che prendo per scontato, più che sperimentarlo con scientifica obiettività nel tempo della mia vita attuale. Forse stiamo tornando a quel tempo primordiale in cui non c’era separazione tra i continenti, le acque e la volta celeste. Forse stiamo tornando al Caos.

I sapori invece li ho perduti tanto tempo fa. E gli odori. C’era un tempo, lo so, in cui potevo riconoscere, dal gusto o dal profumo, tanto un frutto da un altro, quanto una donna da un’altra. Oggi non più. Vedo una pesca, so che è una pesca, ma in che cosa differisce da una mela o da un’arancia? Sanno di acqua, tutte allo stesso modo. E la mia donna… so che è la mia donna, ma in qualche modo è come se anche lei fosse diventata d’acqua. L’universo è solo una massa d’acqua insipida e inodore. Neanche toccare con le mani, mi aiuta, perché le mie mani non toccano che acqua, sfuggevole, evasiva, né fredda né calda, né dura né morbida. Inesistente. Trasparente. Inutile.

E le mie orecchie… le mie orecchie sono cambiate? Qualche volta penso di no. Le sento, le loro voci che parlano, alla radio, alla televisione, dalle piazze con gli altoparlanti. Non si fermano mai, e coprono ogni altro suono. Non c’è più musica, non ci sono più i chiacchiericci dei crocchi agli angoli delle strada, gli urli dei bambini, sempre sul confine tra la paura e il divertimento. Neanche il rumore delle frese, dei trapani, dei martelli pneumatici, degli allarmi che attaccavano il loro lamento d’improvviso nelle notti di temporale. Nulla più, solo le loro voci. E non so se è perché io riesco a sentire solo quelle, o se perché proprio i suoni sono scomparsi dalla faccia della terra, appiattiti e schiantati da quelle voci nefaste.

Chi è quella gente? Da quale abisso dello spazio e del tempo è arrivata qui?
Mio padre, lettore accanito di miti greci, mi diede nome Nestore, perché di tutti gli eroi dell’Iliade era stato Nestore l’unico a giungere a tarda età, audace in gioventù, saggio in vecchiaia. Questo sperava per me. Non un destino particolarmente glorioso, non la morte in battaglia o i viaggi nell’impossibile, ma l’orgoglio di rappresentare la memoria di un popolo. E la memoria, quella, mi è rimasta. Mnemosine, tra tutti gli dèi, non mi ha ancora abbandonato. E’ la mia fortuna o la mia disgrazia? Forse, la chiarezza delle percezioni che ho perduto è diventata perfezione del ricordo. Date, avvenimenti, persone, cose, sono tutti lì, nella mia mente, senza sbavature, senza ripensamenti, senza la nebbia che di solito li confonde, rendendoli vaghi quanto più sono remoti nel tempo. Ricordi di ieri o ricordi di trentasei anni fa, non c’è differenza per me.

L’urlo di quando sono nato paura libertà fame orgoglio immenso dolore di aver perso il mio nascondiglio smisurata dolcezza di vivere. Ogni nuovo segno sul viso di mia madre che invecchia, la forma delle unghie sulle mani di mio padre, la casa e tutti gli oggetti che conteneva, fino all’ultimo straccio nell’angolo più nascosto della dispensa, le foglie dell’albero su cui mi arrampicavo, le loro nervature, i cambiamenti di luce con le ore del giorno.

Non solo quello che appartiene a me. La nostalgia mi prende a volte per ciò che non è mai stato mio. Un giardino che scivola da un pendio della riviera, il bosco dietro, e davanti forse il mare che non vedo, ma c’è, so che c’è. E ogni fiore del campo, le radici, la terra, i calabroni, il bruco che smuove le zolle, il ragnetto dell’orto tra i vigneti che sale sul letto la notte. E le navi. Vele, sartie, alberi, ponti, cabine, senza misteri, senza lacune nella mia memoria di uomo della terra che mai ha messo piede sul mare. E le sale dei castelli, di cui conosco ogni arazzo, ogni disegno del pavimento, la forma della punta di ogni lancia nella sala delle armi. E aerei, e treni, e carovane di cammelli, e la sella dura sulla schiena di un cavallo. I miei antenati avevano forse abitato le case della mia nostalgia, percorso quelle strade, quei deserti, quelle acque. Sono stato mille volte cacciatore, prima che oggi mi costringessero a questa caccia, e mille volte contadino, e principe, marinaio, fabbro, calzolaio, esploratore.

Non ho mai fatto nessuno di questi mestieri.

Sono sempre stato solo un venditore di parole, le vendevo per nascondermi e confondermi in chi le leggeva le ascoltava le ripeteva le recitava le ricordava parole di luce parole d’ombra parole di follia parole di saggezza. E mai il silenzio.
Perché l’avevo capito, che il giorno del silenzio sarebbe stato il giorno della nostra resa e della nostra morte. L’avevo capito, che se avessi smesso di ricordare, se avessi perso le parole che avevo accumulato per tutti i giorni i minuti e gli istanti della mia vita, il mio popolo avrebbe perso la memoria. Avremmo perso tutto. Per sempre. Le parole, tutte le parole hanno un colore, un sapore, una consistenza, una forma. E questo è il mio colore, il mio sapore, la mia consistenza, la mia forma. Questo sono io, e devo scrivere prima di dimenticare. Il mondo buio, senza sapore, senza odore, senza forma o consistenza che mi siano visibili, posso ricostruirlo con le parole, ma senza le parole tutto sarà finito.

Loro lo sanno.

Sento le loro voci, di nuovo. Ogni volta che sento quelle voci sparisce un colore, non trovo più un suono, perdo un sapore. Le loro voci che ripetono, ossessionanti, sempre le stesse parole. Una lunga fila di orrori, di paure, di pericoli mortali.

“Si ricorda alla cittadinanza che è fatto obbligo di chiudere ogni casa con un muro dell’altezza di metri dieci che circondi interamente l’abitazione, chiuso da un cancello con corrente ad alto voltaggio; si ricorda altresì che porte e finestre dell’abitazione dovranno essere blindate. In mancanza di queste precauzioni, il Consiglio dei Saggi vi riterrà responsabili nel caso restiate vittima dei reati di furto, rapina, stupro, rapimento ed ogni altro delitto che venga commesso a causa della vostra negligenza.

Alla cittadinanza è vietato viaggiare oltre il confine del Regno della Saggezza, ogni viaggio comporta un rischio per la vostra sicurezza. Lo Stato non può difendervi. Incidenti, banditi, malintenzionati. Oggi le città del mondo sono ricettacoli di criminalità e il pericolo si annida ovunque.

I cittadini al di sotto dei quindici anni non potranno uscire se non accompagnati da un adulto armato o in grado di utilizzare tecniche di autodifesa. Ogni cittadino dovrà imparare ad usare mezzi di autodifesa a partire dai sei anni di età.
Si ricorda che sono vietati gli assembramenti di cittadini di qualsiasi età, poiché possono portare a disordini, litigi e contrasti che il Consiglio dei Saggi intende evitare perché la popolazione viva nella più grande pace e tranquillità. In nessun luogo, di qualsiasi natura, potranno essere presenti più di due persone per volta le quali si conoscano e possano avere reciproco contatto.

Si ricorda che è assolutamente vietato sotto pena di morte accogliere sotto il proprio tetto o avere comunque contatti di qualsiasi natura con persone di luoghi diversi dal Territorio dei Saggi.

Si ricorda che è fatto divieto di parlare con chicchessia di politica, religione, storia, geografia, letteratura, argomenti tutti i quali possono suscitare pensieri di malinconia, insoddisfazione, e dar luogo a conflitti di opinione che il nostro saggio governo intende in ogni modo evitare. Si ricorda che controlli casuali verranno effettuati sulla vostra corrispondenza e su ogni mezzo di comunicazione, e che sarà in ogni tempo facoltà del governo entrare nelle vostre abitazioni per ricercarvi mezzi clandestini che nella illuminata, benevola e insindacabile opinione del nostro Consiglio dei Saggi abbiano o possano avere come conseguenza l’insinuazione di idee pericolose nella mente dei nostri beneamati cittadini.

Si ricorda che, benché l’uso del primitivo rito della nomina dei rappresentanti dei cittadini per via elettiva sia stato mantenuto per rispetto delle antiche tradizioni, il Consiglio dei Saggi suggerisce che i cittadini non hanno sufficiente consapevolezza e maturità per una funzione così delicata come la scelta dei propri governanti. Chi ritenesse nondimeno di avere i requisiti necessari, potrà richiedere la scheda elettorale, che verrà concessa dal Consiglio previa verifica dell’effettiva sussistenza di tali requisiti. Che ne fosse trovato sprovvisto, decadrà dalla possibilità di presentare una nuova richiesta per un tempo minimo di cinque anni, estendibile a discrezione del Consiglio. Si ricorda che chiunque abbia in passato manifestato opinioni non conciliabili con la politica di pace, serenità e sicurezza che il nostro illuminato governo porta avanti, sarà automaticamente ritenuto inidoneo al voto per un periodo di almeno cinque anni, estendibile a discrezione del Consiglio.

Ricordate di non affacciarvi alla finestra, esistono i proiettili vaganti. Ricordate di non uscire di casa senza esservi debitamente provvisti di giubbotto e cappuccio antiproiettile. Ricordate di dotare ogni vostro oggetto personale dei dispositivi di sicurezza di volta in volta specificati dal Consiglio dei Saggi.

Ricordate. Una vita sicura è una vita felice.
Adesso la mia compagna è qui. Non dovrebbe esserci, perché l’amore è proibito più di ogni altra cosa, in quanto mette a rischio la serenità del popolo. La cosa buffa è che la mia compagna si chiama Serena. E lei è davvero così. Nonostante questo nostro mondo paradossale, dove la vita si è persa nell’incubo del dover morire, e ogni cosa ha perso il senso della sua bellezza. Il sangue è vita ma è anche morte, un fiore può contenere un veleno mortale. Ma anche la saggezza, portata all’estremo, diventa follia.

All’improvviso so cosa devo fare, e lo sa anche lei. La guardo, cercando di compensare con la memoria quello che i miei occhi non riescono più a vedere, e le mie mani non sentono più. So che è bella. So che ha capelli e occhi scuri, e nel ricordo il suo corpo è ancora morbido, caldo e dolce, anche se non me ne accorgo più.

Non ho avuto nemmeno bisogno di parlare. Quando è arrivata, non ho richiuso la porta col catenaccio e la tripla mandata, come faccio sempre. L’ho lasciata aperta, spalancata, anzi. E lei si è messa a volare intorno come una farfalla, aprendo finestre, spegnendo la luce artificiale man mano che entra quella del sole, mettendo sul piatto del clandestino impianto stereo un disco proibito. Tutta la musica è proibita, alla radio si ascolta un solo canale, la Voce della Saggezza.

Questa casa ha un vantaggio. E’ vecchia. Vecchia e piena di anfratti, porte che sembrano aperte e invece sono chiuse, pareti che sembrano ininterrotte e contengono invece scomparti insospettati.

Prima di aprire porte e finestre abbiamo tirato fuori da ogni angolo segreto i miei libri, il mio tesoro accumulato negli anni, accuditi con amore, spolverati, sfogliati, letti e riletti perché le parole non mi abbandonassero, e Mnemosine continuasse a proteggermi. Una volta che la mia casa è tornata ad essere aperta al mondo, abbiamo aperto anche i libri al mondo. Là fuori, esposti a qualcosa che so essere più forte persino della saggezza: la curiosità umana. Non più un interlocutore alla volta, scelto con cura, per affinità e comunanza di emozioni. Non più quella cauta, furtiva trasmissione di conoscenze scambiate al buio, ma un fiume, un mare indistinto di persone non studiate, non selezionate, se non in base al loro stesso desiderio. L’uso che ne faranno non importa. Una parola può essere abusata, maltrattata, trascurata, ma non muore mai.

Adesso che i muri non mi proteggono più dai suoni esterni, ricomincio a sentire di nuovo. Non più solo le loro voci, ma l’angoscia della gente che nella certezza della sua tranquillità inalterabile ha scoperto una prigione molto più difficile da evadere di un edificio di acciaio e cemento.

La curiosità è donna, dicevano, molto tempo fa. Ed è proprio una donna a fermarsi per prima sotto casa nostra. Prende un libro con mani a un tempo titubanti e frettolose. Non sa se portarlo via. Vorrebbe sfogliarlo, ma sa di non avere molto tempo. I libri sono la cosa più vietata di tutte, la più pericolosa. Leggere il delitto più grave. E scrivere… scrivere è inconcepibile. Per questo lo faccio.

Vedo che la donna sta per andarsene, ha lasciato andare il libro, e mi prende lo sconforto. Ma quando già si è voltata, arriva un uomo con un bambino, le dice qualcosa. Lo sento parlare! Sta dicendo che conosceva anche lui quegli oggetti, un tempo, quando leggere non era ancora vietato, e sta spiegando qualcosa a suo figlio che lo riempie di domande a mitraglia. E ne arrivano altri. Si fermano e parlano, con aria di sfida.

Loro, i Saggi, si stanno organizzando, questo è certo. Ma ci mettono molto tempo, troppo. Non è trascorso neanche un quarto d’ora, e i libri sono spariti. La mia gente sa essere molto veloce, molto risoluta, e molto coraggiosa, se vuole.
Ma cosa succederà dopo? Non credo che lo saprò mai. Probabilmente non vivrò a lungo quanto Nestore. Non credo che racconterò ai figli dei miei figli la storia di questa strana guerra. Adesso che vedo e sento molte cose, adesso che sanno della mia memoria e delle parole che ho conservato e sparso con tanta disinvoltura per la nostra terra martoriata. Sarà forse una pallottola vagante a prendermi, presto o tardi, e spero ma non mi illudo che non ne abbiano abbastanza per prendere anche lei, Serena che mi dorme accanto e non so come non ha mai paura o forse ce l’ha e la nasconde per me o per se stessa o per tutti e due. Sento il suo corpo rannicchiato tra le mie braccia. Posso toccarla, seguire il suo profilo, e non più con la memoria soltanto, ma in questo presente. Come il sapore asprodolce, il rosso fresco e succoso delle fragole che abbiamo mangiato questa sera.