5. Seize the Day

5. Seize the Day

Il 1986 è un anno di svolta nella vita e nel lavoro di Robin Williams. Messi a posto i casini personali che lo avevano in qualche modo limitato negli anni precedenti (a quanto lui stesso diceva. Peraltro la sua bravura era già largamente nota e si racconta che non sia mai arrivato in ritardo o impreparato in nessun momento, neanche quelli peggiori), da questo momento prende decisamente il volo. In questo solo anno fa 3 film con 3 personaggi diversissimi (Seize the Day, Club Paradise e The Best of Times) e un one-man show (An Evening at the Met) che rimarrà negli annali della storia della stand-up comedy, credo per i secoli a venire.

Dirò subito che Seize the Day (1986)acclamato da una parte della critica (quella, forse, per la quale un film per essere bello non deve avere successo), non è uno dei miei preferiti. E’ un film così profondamente diverso da qualunque altra opera – cinematografica, teatrale o altro – che abbia visto la partecipazione di Robin Williams, che per me è stato uno choc. Nulla traspare della sua pazzesca capacità inventiva e di quella esuberante energia fisica e mentale che costituisce una parte così importante non solo degli spettacoli di ‘stand-up comedy’, ma anche di molti dei suoi film più amati e delle storie per bambini alle quali ha prestato la sua strepitosa voce. E nulla anche del sense of humour che era sempre stato presente in tutti i film precedenti, anche i più drammatici.

E’ uno dei segni della sua grandezza, il fatto che uno come lui, di cui chi lo conosceva diceva che quell’aspetto così dirompente, estroso e creativo della sua personalità gli veniva fuori con tale naturalezza che sembrava non esserci alcuna distanza tra il momento in cui accoglieva dentro di sé il mondo e quello in cui lo restituiva trasfigurato, ‘robinizzato’ (il termine utilizzato da Henry Winkler), riuscisse poi invece ad addomesticare o persino sopprimere del tutto quell’aspetto se lo voleva. Forse gli premeva, in questi primi anni soprattutto, evitare di essere incasellato in un ‘personaggio’ che avrebbe poi rischiato di stargli stretto. Ma che fosse uno splendido attore drammatico tanto quanto era grande come comico, i registi lo avevano capito fin da subito. Così come avevano capito che era in grado di interpretare i ruoli più diversi, apparentemente con la stessa facilità con cui altri si cambiano la maglietta (in realtà, con un lavoro durissimo di preparazione. Ma amava talmente il suo lavoro che probabilmente in effetti non gli pesava affatto).

Perché davvero pare non esserci niente in comune tra il Tom Wilhelm di questo film, fragile ai limiti del masochismo, e il mite e determinato Garp, il ‘rifugiato politico’ Volodya di Moscow on the Hudson, o l’imbranato ma amabile Donald di The Survivors. Per non dire poi dell’inarrestabile, meravigliosa fonte di risate che si muoveva in A Night at the Met con la grazia di una farfalla; o dell’ex pompiere un po’ guascone di Club Paradise, votato a “gettare acqua sul fuoco” dovunque, e soprattutto del vulcanico, testardo, ironico, dolcissimo e umanissimo Adrian Cronauer di Good Morning Vietnam, il film che appena un anno dopo lo avrebbe finalmente consacrato al successo internazionale (in America era già una star da quasi dieci anni).
Seize The Day è un film così monoliticamente triste, così intriso di un senso di sconfitta e di impotenza senza rimedio, da essere davvero durissimo da sopportare.

Ed essendo Robin Williams, comunque, l’attore che era, il fatto che sia in grado di mostrare ogni singola sfaccettatura che rende Tommy Wilhelm un perdente in tutto e per tutto, non è affatto confortante, ma semmai il contrario. Perché volente o no, ci si immedesima. O quanto meno, si entra dentro la storia, e si sente sotto la pelle l’amarezza, la rabbia futile, la perdita di speranza; la serie interminabile delle umiliazioni, perlopiù provocate dalla propria stessa inadeguatezza e da un senso di colpa schiacciante e insopprimibile; il tentativo di rifiutare i soldi come metro di valutazione delle persone senza tuttavia saperne trovare per sé uno diverso; l’incapacità di reagire in alcun modo costruttivo alla freddezza, al cinismo, alla disonestà e alla superficialità morale di quasi tutti quelli che lo circondano, e che sono farabutti o, nella migliore delle ipotesi, gente con il calore umano di un iceberg in letargo.

Alla fine dei conti, riuscivo a trovare dentro di me scarsissima simpatia per quest’uomo frustrato che sembrava non far nulla per trovare un modo migliore di vivere. Lo stesso Saul Bellow, autore del libro da cui il film è tratto, aveva osservato che si può provare compassione per le vittime come Tommy, ma compatirle non vuol dire approvarle. Tommy è completamente impreparato alla vita.

Dato che l’ho scoperto molti anni dopo Dead Poets’ Society (che come credo sappiano ormai anche i muri, è il titolo originale dell’Attimo Fuggente, film imperniato sul concetto di ‘cogliere l’attimo’, ossia ‘seize the day’), e tuttavia lo precede di tre anni, la coincidenza del titolo con il concetto chiave di questo ben più famoso ‘fratello minore’ mi ha colpita. E’ come se Seize the Day fosse la versione cupa, oscura, quasi disperata di quello stesso concetto di cui in Dead Poets’ Society (che pure è un film drammatico, naturalmente, e molto anche), sarebbe stata invece poi espressa la parte più viva, quella che ti richiede, ti impone di realizzare i tuoi sogni a qualunque costo. Tommy Wilhelm sembra non avere sogni, e il senso della battuta (pronunciata da uno dei personaggi più biechi del film) è quello, piuttosto, di lasciarsi vivere alla giornata, un consiglio del tutto interessato a giocarsi il tutto per tutto, dato al protagonista per poterlo meglio fregare.

Poi però mi è capitato di leggere in un vecchio articolo una frase sulla ‘gloria della sconfitta’, e su quelle persone che diventano degli ‘eroi della sopravvivenza’, raccontando in maniera mirabile la propria stessa discesa verso gli inferi, narrando ciò che decreta la loro distruzione nel momento stesso in cui la distruzione sta già avvenendo . Si parlava di sopravvissuti della guerra e dei campi di concentramento, eppure, forse perché lo stavo riguardando proprio in quei giorni, mi ha immediatamente fatto pensare al film. E mi è venuto in mente che dopotutto, di questo si tratta. Della gloria della sconfitta di chi non vuole, ma prima ancora non può assoggettarsi alla perversità del mondo in cui vive, e per questo è inevitabilmente destinato a soccombere, e tuttavia in qualche modo soccombe proprio per non subire. E’ un perdente, ma tutto sommato un perdente non ‘addomesticato’, e sopravvive raccontando la propria sconfitta, che è già un modo di non accettarla, di ostinarsi a credere che non sia sempre inevitabile, o comunque che non lo sia per tutti.

In questo senso, ho potuto ‘fare la pace’ col personaggio, perché proprio non riuscivo ad accettare l’idea che un film con Robin Williams non mi piacesse 🙂

P.S. Seize the Day è il quinto film con Robin Williams di cui parlo, sto andando in ordine rigorosamente (ehm, aggettivo che mi si adatta poco, ma tant’è) cronologico. Se volete, trovate le altre recensioni qui

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1986 is a turning point year for the life and work of Robin Williams. Having fixed the mess his personal life had been in, which had limited him to some extent in the previous years (he used to say so. However, his talent was already largely known and he is said never to have been late or unprepared, not even in the worst moments), from now on, he definitely takes flight. This year alone, he stars in 3 films with 3 completely different characters (Seize the Day, Club Paradise and The Best of Times) and a one-man show (An Evening at the Met) that will remain in the annals of the history of stand-up comedy, I think, for a few centuries to come.

Seize The Day (1986) is so different from any other work – in cinema, theatre or whatever – in which Robin Williams has taken part, that it was a shock to me. You will see nothing here of his amazing inventive skills and of that exuberant physical and mental energy that is such an important part not only of his ‘stand-up comedy’ shows, but also of many of his most beloved films and of the children stories, to which he lent his incomparable voice. And nothing of the sense of humour that was a feature of all the previous films, including the most dramatic ones.

Everyone who knew him says that the explosive, brilliant, creative side of his personality was so natural to him that there seemed to be no distance at all between the moment he “internalized” the world and the moment he “blew it back” transfigured,  “robinized” (these are words used by Henry Winkler). So it is just one of the marks of his greatness, that he should be able to repress, cancel that aspect as if it didn’t exist if he chose to. Perhaps it was important to him, in these early years, not to be “pigeonholed” into a character that risked to be constraining. However, that he was a wonderful dramatic actor as much as he was great as a comedian, it was something directors had realized quite early. And they had also realized that he was able to play the most different roles, apparently with the same easiness with which others could change their T-shirt (actually, very hard preparation was involved. But he loved what he did so much, that probably it was no effort for him indeed).

There seems in fact to be nothing in common between the Tom Wilhelm of this film, so fragile as to be on the verge of masochism, and the gentle but determined Garp, the ‘political refugee’ Volodya of Moscow on the Hudson, or the  clumsy but amiable Donald of The Survivors. Not to mention the overwhelming, amazing source of laughter that moved in A Night at the Met with the grace of a butterfly; or the dashing, gallant ex fireman of Club Paradise, and most of all, the impetuous, stubborn, ironic, sweet and kind-hearted Adrian Cronauer of Good Morning Vietnam, the film with which he would at last achieve international success (in the USA, he had been a star for almost ten years, by then).

I must say, the first time I saw it, I didn’t like Seize The Day. Or rather, I found it so monolithically, unrelentingly dismal, so imbued with a sense of failure and helplessness beyond remedy, that it was really hard to bear. And Robin Williams being the actor he was, indeed, the fact that he was able to express every single facet that makes of Tommy Wilhelm a loser through and through is not comforting, quite the opposite. Because willing or not, you feel related to him. At least, you get into the story, and you feel everything under your skin, the bitterness, the futile anger, the loss of hope; the endless series of humiliations, mostly caused by his own inadequacy and by a crushing, unquenchable sense of guilt; the attempt to refuse money as a yardstick for judging others, without, however, being able to find a different one for himself; the inability to react in any constructive manner to the coldness, cynicism and moral hollowness of all those around him, who are all crooks or, at best, people with the human warmth of a hibernated iceberg. At the end of the day, I found very little sympathy in myself for this frustrated man who seemed to do nothing to find a better way to live. Even Saul Bellow, the author of the book turned into this movie, noted that you can feel pity for victims such as Tommy, but being sorry for them does not imply approving them. Tommy is utterly unprepared for life.

Seeing that I found out about this movie only many years after Dead Poets’ Society, although it was made three years before, the similarity of its title with the much more famous “younger brother” struck me. It’s as if Seize the Day was the sombre, gloomy, almost desperate version of that very concept which inDead Poets’ Society (despite the fact that this of course is a dramatic movie, very much so), would be expressed in its more lively part, the part that asks you, urges you, to fulfil your dreams, whatever the cost. Tommy Wilhelm seems to have no dreams, and the sense in which he interprets the famous verse of the title is rather that of sitting by and letting your life just slip away.

After some time, though, I happened to read, in an old article in an Italian newspaper, a sentence on the ‘glory of defeat’. It was about those people who became ‘heroes of survival’, by admirably recounting their own downfall, describing what was driving them to their own destruction while that destruction was already underway. It referred to war and concentration camp survivors, actually, and yet, perhaps because I was seeing it again at the time, it immediately made me think of this film. And it came to my mind that after all, this is what it’s all about. The glory of defeat of someone who will not, or rather cannot subject himself to the perversity of the world in which he lives, and for this reason, he is bound to be beaten, but to some extent, he is beaten just because he is determined not to give in. He’s a loser, but all in all, not a ‘domesticated’ one, and he survives by telling of his own defeat, which is, in fact, a way not to accept it, to persist to believe that it is not always inevitable, or, however, not for everyone.

In this sense, I’ve been able to “come to terms” with this character, because I just couldn’t accept the idea of not liking a film with Robin Williams. :)

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9 Pensieri su &Idquo;5. Seize the Day

    • Sì, è proprio quello, alla fine, il nocciolo della questione, secondo me. Non so se fosse l’intenzione dello scrittore e del regista, però è una scelta cruciale, adeguarsi o perdere. In realtà forse ci sono altre scelte possibili, che appunto, il protagonista non riesce a vedere e tanto meno mettere in pratica. Però resta il fatto che per le persone fragili e che però rifiutano di conformarsi a un modello imposto, trasformarsi in vittime è facile. Bisogna sapersi guardare dai profittatori senza lasciarsi contagiare dal cinismo… complicato… 😦

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