Il coccodrillo come fa? E la giraffa?

Molti ricorderanno quella canzoncina dello zecchino d’Oro che tra l’altro, risalendo a oltre 20 anni fa, deve aver imperversato per più di una generazione, se anche il mio “piccolo”, quando era effettivamente un po’ più piccolo (ossia fino a un paio d’anni fa), l’ascoltava una media di 2-3 volte al giorno.

Già, ma avete mai pensato che anche della giraffa sappiamo poco? Pare, anzi, che gli scienziati fossero convinti che non facesse alcun suono. Da nuove ricerche emerge invece che un suo specifico verso, la giraffa ce l’ha. In particolare borbottacanterella (it hums).

Non so ancora quali conseguenze questo avrà sulla civiltà e il progresso, ma non si sa mai. E comunque mi sembra un verso bellissimo. Come facevamo prima, a vivere così disinformati?

🙂

Qui l’articolo del Time con questa foto.

Club Paradise

20150921_002449

Eccoci arrivati al sesto film con Robin Williams, siamo sempre al 1986. Non stavo nella pelle dalla voglia di parlarne!

Affermo qui senza mezzi termini che Club Paradise è un film meraviglioso.

No, non è un capolavoro della storia del cinema, magari non lascerà tracce indelebili su cui i posteri possano costruire nuove civiltà o quanto meno accapigliarsi in discussioni dotte quanto inutili sul suo significato, il suo stile e la sua mirabile originalità concettuale. E’ un film meraviglioso perché…

1) Jack Moniker è adorabile. Scanzonato, cinico il giusto ma leale nel profondo, seduttore, ironico, pochissimo propenso all’eroismo machista, pronto a cercare di evitare guai ma altrettanto pronto a fare quello che va fatto, semplicemente perché va fatto, senza tante parole. Un po’ guascone, il che non guasta mai. Con il cuore decisamente al posto giusto, però anche la testa, che è beglio, come direbbe il puffo quattrocchi, specialmente quando sei uno di quei tipi che comunque, i guai li trovano in ogni caso. Insomma, l’uomo che ogni donna vorrebbe accanto quando la situazione comincia a farsi un po’ calda… no, aspetta, che avete capito, sto parlando di disordini, rivolte, pericoli, cattivi corrotti da affrontare, quella roba lì. Lì ci vogliono tipi come Jack, con buona pace di Van Damme e compagnia, che francamente non trovo neanche decorativi, men che mai utili.

2) Peter O’Toole nel ruolo del console britannico di un’isola sperduta in mezzo all’oceano scherza su se stesso e un certo ambiente, una sorta di nobiltà colonialistica decaduta, con una capacità di prendersi poco sul serio che un attore veramente serio come lui poteva senz’altro permettersi ma che non è da da tutti.

3) Secondo me si sono divertiti come dei pazzi a girarlo.

4) Adoro la musica di Jimmy Cliff.

5) A me fa ridere. Un sacco. E soprattutto, ogni volta che lo guardo, dopo mi sento molto, molto meglio (anche quando stavo già bene prima). Sarà pure un po’ ingenuo, ma trovo che di questo tipo di ingenuità abbiamo davvero tanto bisogno.

I film precedenti di cui ho parlato sono Popeye, The World According to Garp, The Survivors, Moscow on the Hudson e Seize the Day.

/

Here’s the sixth film with Robin Williams, we’re still in 1986. I just couldn’t wait to talk about it!

I will affirm straightaway that Club Paradise is just wonderful. No, it’s no masterpiece of the history of cinema, it may not leave undeletable traces for posterity to build new civilizations upon or, at least, get to each other’s hair in cultured and useless discussions on its meaning, style and admirable conceptual novelty. No, it’s a wonderful film because…

1) Jack Moniker is adorable. Free and easy, unconventional, with just the right amount of cynicism and yet deeply loyal, seductive, ironic, scarcely prone to macho heroism, ready to avoid troubles but equally ready to do the right thing because it’s got to be done, simple as that. A bit of a daredevil, always nice. With the heart definitely in the right place, but the head too, which doesn’t hurt, especially when you’re one of those guys who find troubles anyway, no matter how fast they run. In short, the man that any woman would like to have next to her when the situation begins to get hot… hey, don’t get it wrong, I’m talking of disorders, riots, dangers, corrupt villains to face, that sort of things. Here is where you need guys such as Jack, and leave Mr. Van Damme and those like him at home, as quite frankly, I don’t even find them ornamental, let alone useful.

2) Peter O’Toole as the British consul of an island lost in the ocean jokes on himself and on a certain class, a sort of impoverished colonialist aristocracy, and takes himself very little seriously, something a serious actor like him could certainly afford to do, but that was not for everybody.

3) I think they had lots and lots of fun doing this film.

4) I love Jimmy Cliff’s music, I really do.

5) It makes me laugh. Very much indeed. And above all, every time I watch it, I feel much, much better (even when I already felt good before). It may be a bit naïve, but in my opinion, It’s a kind of naïveté we are badly in need of.

The previous films I’ve talked about are Popeye, The World According to Garp, The Survivors, Moscow on the Hudson e Seize the Day.

1337

Personalmente oscillo tra l’idea “il numero di like/commenti/follower non è importante” (domanda rivolta a me stessa: no scusa, ma allora perché hai aperto un blog? Forse avresti impiegato meglio il tempo scrivendo un trattato di filologia romanza, ha una sua nicchia di lettori anche quella) e l’idea che la gentilezza e il tempo delle persone che passano, si fermano, anche solo il tempo di cliccare sulla stellina, e magari poi a volte tornano e commentano e tornano ancora, post dopo post, vanno riconosciuti. Perché il coinvolgimento di altri in qualcosa che ho scritto è una delle cose più preziose della mia vita. E lo dico molto seriamente, perché in questo anno, scrivere è stato per me prima ancora di salvezza, poi valvola di sfogo, per poi, man mano, riavvicinarsi sempre più a quello che era sempre stato, un piacere sempre più grande, e addirittura una specie di magia che rende le mie giornate più leggere, più belle, più vive.

E allora, per non esagerare con le statistiche e i traguardi e tutto quanto, ho trovato un compromesso che mi pare tutto sommato simpatico: un paio di giorni fa, sono stata informata che i ‘like’ raggiunti erano 1337.

Ecco, 1337 è un numero che mi piace, perché non è rotondo, non sa di punti di arrivo e forse neanche di partenza, è un numero senza segni particolari (qui forse un matematico potrebbe smentirmi, ma ai miei occhi di profana almeno…) e comunque ha una sua bellezza e quindi colgo questa occasione per dirvi grazie. E soprattutto, a presto 😀

Ormai lo sapete…

… che ho un debole per le luci…

e anche per la mia città.

E quindi…

… Luci di Genova, 18/9/2015…

Purtroppo nel post le mostra minuscole, non so perché… ma se ci cliccate sopra, si vedono molto meglio 🙂

Il diamante mandarino e il vero amore

Ho scoperto che esiste un uccellino, una specie di fringuello dal nome estremamente evocativo di “diamante mandarino”, due parole che insieme suonano così incongrue da essere poetiche e comunque, in generale, da creare un mondo di possibilità letterarie. L’uccellino, poi, in inglese si chiama “zebra finch”, che sarebbe come dire fringuello zebra, anche lì, una combinazione lessicale che fa pensare a storie di mescolanze, matrimoni misti e ircocervi… 🙂

Aggiungeteci che questa particolare specie è stata oggetto di una ricerca che ha dimostrato che la scelta del partner giusto (non giusto in assoluto, ma giusto per ogni singolo individuo della specie) ha conseguenze incredibili. Quando i poveri fringuelli sono stati costretti ad “accontentarsi” di un partner diverso da quello che costituiva la loro prima scelta, si sono accoppiati lo stesso, ma la vita di coppia e la sopravvivenza dei piccoli sono peggiorate drasticamente, per motivi di compatibilità genetica, pare.

L’articolo del Time che ne parla (lo trovate qui e l’immagine sopra il post è la loro) conclude così (traduzione mia) 🙂

“Possono i “Diamanti mandarino” dirci qualcosa sull’evoluzione della scelta del compagno nella nostra specie? Beh, malgrado le somiglianze, non siamo diamanti mandarino. […] Tuttavia, abbiamo sviluppato emozioni come “attrazione” e “amore”, con la funzione di trovare un individuo ben specifico, con il quale formare un legame di coppia.

E proprio come tra i diamanti mandarino, ogni persona è attratta da partner diversi, come diverse sono le compatibilità. E’ dunque probabile che i comportamenti correlati alla scelta del compagno, inclusi “uscire insieme” e “lasciarsi”, siano parte di una strategia evoluta volta a trovare un partner compatibile, il che (almeno nella storia evolutiva), dovrebbe migliorare il nostro successo riproduttivo. Per cui, se ancora non avete trovato “la persona giusta”, non disperate. La biologia evolutiva suggerisce che la ricerca valga comunque tutto il tempo e la fatica che vi dedicate.” 😀

Englishman in New York

Adoro Englishman in New York, penso sia una delle canzoni più belle che siano mai state scritte. Esagero con l’entusiasmo? Ovviamente ci sono moltissime altre canzoni di Sting e non solo di Sting che trovo splendide e per certi aspetti anche più belle di questa. Ma qui si tratta di cuore e istinto, senza nessuna spiegazione possibile. Mi è entrata nell’anima da subito e lì è rimasta.

I don’t drink coffee I take tea my dear  / Non bevo caffè, bevo tè, mia cara
I like my toast done on one side / i toast mi piacciono abbrustoliti su un solo lato
You can hear it in my accent when I talk  / e puoi sentirlo nel mio accento quando parlo
I’m an Englishman in New York / sono un Inglese a New York

See me walking down fifth avenue / mi vedi camminare giù per la Quinta Strada
walking cane here at my side / il bastone da passeggio al mio fianco
take it everywhere I walk / lo porto ovunque vada
I’m an Englishman in New York / sono un Inglese a New York

Uh-uh I’m an alien, I’m a legal alien / sono un alieno, per la legge
I’m an Englishman in New York [2] / sono un Inglese a New York

If manners maketh man as someone says / se è l’educazione a fare un uomo, come si dice
he’s the hero of the day / lui è l’eroe del giorno
takes a man to suffer ignorance and smile / ci vuole un vero uomo per sopportare l’ignoranza e lo scherno
be yourself, no matter what they say / essere se stessi, qualunque cosa dicano gli altri

oh-oh I’m an alien, I’m a legal alien
I’m an Englishman in New York [2]

Modesty, propriety / Il riserbo e il decoro
can lead to notoriety  / possono renderti famoso
you could end up as the only one / potresti essere l’ultimo rimasto
gentleness, sobriety are rare in this society / la dolcezza e la sobrietà sono rare in questa società
at night a candle’s brighter than the sun / di notte una candela fa più luce del sole

Takes more than combat gear to make a man / ci vuole più di una tenuta da combattimento per fare un uomo
takes more than a license for a gun / più di un porto d’armi
Confront your enemies, avoid them when you can / Affronta i tuoi nemici, evitali quando puoi
a gentleman will walk but never run / un gentiluomo cammina, non corre mai

If manners maketh man as someone says
he’s the hero of the day
takes a man to suffer ignorance and smile
be yourself, no matter what they say
be yourself, no matter what they say
be yourself, no matter what they say

Come i bambini che “odiano leggere” possono innamorarsi dei libri

Per un lettore appassionato, che non ricorda un momento della sua vita in cui non leggesse, può essere difficile persino provare a mettersi nei panni di qualcuno a cui non piace.

L’autrice di questo articolo di cui vi do il link sotto, Wendy Falconer, ha imparato che ci sono davvero persone a cui non piace leggere quando è diventata un’insegnante. La domanda che le sorgeva spontanea in quelle situazioni era “cosa vogliono dire quando dicono ‘non mi piace leggere’? Come può non piacere una storia?”

Una volta, vedendola ridere mentre leggeva, uno studente le ha chiesto con sospetto come era possibile che “le parole scritte” potessero farla ridere. E meno ancora credeva che potessero far piangere, come, ad esempio, può fare un film. Un film, le ha detto, “è fatto da persone reali, puoi immaginare che [quello che vedi] stia accadendo sul serio.

Da lì è partita una “carriera” votata a trovare la chiave perché i ragazzi non perdessero “la bellezza, il conforto, il rifugio, la sfida e la gioia” dei libri. La mancanza di sicurezza in se stessi nella lettura li faceva sentire “stupidi” e faceva sì che ogni giorno di scuola fosse molto più difficile del necessario.

L’ìimportante, sembra di capire dagli esempi che porta, resta sempre l’attenzione verso la personalità dei ragazzi, Cominciare dal leggere in classe ad alta voce e poi ascoltarli, accogliere i loro gusti, farne tesoro per trovare i libri “giusti” per loro e poterne poi parlare, condividere emozioni, raccontare dei personaggi e degli autori. Può sembrare una ricetta banale, quasi ovvia, per qualcuno con molta passione (e forse anche un buon livello di esperienza) quasi certamente lo è, ma purtroppo non è quello che succede quotidianamente. Si impongono libri certamente importanti ma che, per il fatto stesso di essere imposti, non sono certo digeriti volentieri; non si legge quasi mai in classe; e l’idea che si possa discutere insieme di libri che interessano gli studenti sembra in alcuni casi ancora quasi eretica. Ci sono le eccezioni, fortunatamente, lo so per esperienza diretta e indiretta. Ma so anche che spesso e volentieri si trovano quasi a dover “combattere” per fare qualcosa che viene visto come “strano” e che invece non si capisce perché non sia considerato la cosa più normale del mondo.

Pensiamo che uno che mette i piedi sul banco e ascolta musica con le cuffie a scuola non potrà mai amare i libri, e invece non è così. Tutto sta a credere nelle persone. Non sempre questo basta, ma è giusto per un insegnante crederci sempre. Ieri sera ho visto, su consiglio di un amico, un bel film che non conoscevo, “The Emperor’s Club” (2002, con Kevin Kline, la versione italiana ovviamente esiste), proprio su questi temi. Lo trovate qui in inglese 

qui in italiano  e lo consiglio caldamente.

Qui invece trovate il post originale inglese di Wendy Falconer: il post in inglese su NerdyBookClub

Mi piacerebbe sapere se qualcuno ha qualche esperienza specifica da raccontare o qualche “dritta” (anche per genitori) 🙂

Treni e nuvole (il cielo vicino alla stazione)

Silverwing / Ali d’Argento

20150913_184526 20150913_184559 20150913_185039

Zitti zitti siamo arrivati al centesimo articolo… E per questo post vi propongo una delle letture più stravaganti ma piacevoli che mi sia capitato di fare quest’estate.

Si tratta di questa saga intitolata Silverwing, di Kenneth Oppel (Ed. Simon & Schuster). L’ho scoperta tramite un blog che per me è una miniera di idee, perché parla di letteratura per bambini e ragazzi, in inglese, ed essendo di taglio anglosassone, la competenza di chi se ne occupa non esclude (anzi, ha come conseguenza naturale) che se ne parli con passione e relativa semplicità, e in particolare senza nessun gergo da addetto ai lavori. Il blog si chiama “The Nerdy Book Club”, lo adoro anche per il nome e la grafica e lo trovate qui.

Perché parlavo di una saga “stravagante”?

Perché sono tre romanzi tutti incentrati sulla storia di un pipistrello.

Ed è evidente che l’autore ha molta simpatia per questi esserini solitamente poco amati e li ha studiati bene. Certo,sono “antropomorfizzati”, ma le differenze tra le varie specie, le sfumature, le abitudini, l’alimentazione, lo sforzo di rendere per iscritto il loro mondo in bianco e nero, denotano qualcosa di più del semplice intento di un qualunque romanzo di formazione per ragazzi (perché di questo si tratta, alla fine).

Non vi dirò moltissimo, anche perché la trama è meno importante, tutto sommato, della capacità di descrivere le emozioni, i timori e i desideri di un “giovane della specie” (pipistrellica o umana che sia). Dirò solo che nel primo romanzo, intitolato come la saga nel suo complesso Silverwing, il protagonista Shade, giovane e gracile cucciolo con “l’insano” desiderio di vedere il sole, resta indietro durante la migrazione e si trova ad affrontare vari pericoli e a conoscere molti personaggi, amici e nemici. Forse questo è il mio preferito, una bella storia di ricerca di libertà, soprattutto nel senso di imparare quando, e come, certe regole possono (e devono) essere trasgredite (e quando no).

Nel secondo, Sunwing, Shade va alla ricerca del padre e finisce in una sorta di paradiso artificiale creato dall’uomo, che forse poi così paradiso non è, e da cui è tutt’altro che facile andar via di propria volontà… e questa è solo la prima delle sue vicissitudini.

Nel terzo, Firewing, gli tocca andare addirittura fino agli inferi, alla ricerca del figlio.

Non credevo che fosse stato tradotto, non ne avevo mai sentito parlare, invece ho scoperto che esiste una versione italiana, Il fantastico volo di ali d’argento, traduzione di Maria Bastanzetti, Ed. Piemme, collana Il Battello a Vapore, illustrazioni (che nell’originale non ci sono) di Michelangelo Miani.

Provo giusto a tradurvi un breve dialogo all’inizio del libro (l’ho tradotto io, perché non ho la traduzione “ufficiale”, ma so che nella versione italiana il protagonista è chiamato Ombra):

“Sì, voi andate,” disse Ombra, sbadigliando con noncuranza. “Io darò appena un’occhiatina al sole.”

La loro reazione fu così soddisfacente, che dovette arricciare il naso per impedirsi di sorridere. Lo fissarono tutti in silenzio, il pelo tra gli occhi corrugato per lo sgomento,

“Di che parli?”, fece Chinook, beffardo.

“Non puoi guardare il sole,” disse Yara, scuotendo la testa.

“Beh, io voglio provarci.”

Era la prima cosa che veniva detta a tutti i cuccioli, e la più importante. C’erano altre regole – troppe, pensava Ombra – ma questa era tra tutte quella che ti inculcavano con più insistenza. Mai guardare il sole. Era semplice. Era indiscutibile.

“Diventerai cieco,” disse Jarod. “Ti brucerà le pupille fino a fartele uscire dalla testa.”

“E poi ti ridurrà in cenere,” aggiunse Osric, con un certo compiacimento.

5. Seize the Day

5. Seize the Day

Il 1986 è un anno di svolta nella vita e nel lavoro di Robin Williams. Messi a posto i casini personali che lo avevano in qualche modo limitato negli anni precedenti (a quanto lui stesso diceva. Peraltro la sua bravura era già largamente nota e si racconta che non sia mai arrivato in ritardo o impreparato in nessun momento, neanche quelli peggiori), da questo momento prende decisamente il volo. In questo solo anno fa 3 film con 3 personaggi diversissimi (Seize the Day, Club Paradise e The Best of Times) e un one-man show (An Evening at the Met) che rimarrà negli annali della storia della stand-up comedy, credo per i secoli a venire.

Dirò subito che Seize the Day (1986)acclamato da una parte della critica (quella, forse, per la quale un film per essere bello non deve avere successo), non è uno dei miei preferiti. E’ un film così profondamente diverso da qualunque altra opera – cinematografica, teatrale o altro – che abbia visto la partecipazione di Robin Williams, che per me è stato uno choc. Nulla traspare della sua pazzesca capacità inventiva e di quella esuberante energia fisica e mentale che costituisce una parte così importante non solo degli spettacoli di ‘stand-up comedy’, ma anche di molti dei suoi film più amati e delle storie per bambini alle quali ha prestato la sua strepitosa voce. E nulla anche del sense of humour che era sempre stato presente in tutti i film precedenti, anche i più drammatici.

E’ uno dei segni della sua grandezza, il fatto che uno come lui, di cui chi lo conosceva diceva che quell’aspetto così dirompente, estroso e creativo della sua personalità gli veniva fuori con tale naturalezza che sembrava non esserci alcuna distanza tra il momento in cui accoglieva dentro di sé il mondo e quello in cui lo restituiva trasfigurato, ‘robinizzato’ (il termine utilizzato da Henry Winkler), riuscisse poi invece ad addomesticare o persino sopprimere del tutto quell’aspetto se lo voleva. Forse gli premeva, in questi primi anni soprattutto, evitare di essere incasellato in un ‘personaggio’ che avrebbe poi rischiato di stargli stretto. Ma che fosse uno splendido attore drammatico tanto quanto era grande come comico, i registi lo avevano capito fin da subito. Così come avevano capito che era in grado di interpretare i ruoli più diversi, apparentemente con la stessa facilità con cui altri si cambiano la maglietta (in realtà, con un lavoro durissimo di preparazione. Ma amava talmente il suo lavoro che probabilmente in effetti non gli pesava affatto).

Perché davvero pare non esserci niente in comune tra il Tom Wilhelm di questo film, fragile ai limiti del masochismo, e il mite e determinato Garp, il ‘rifugiato politico’ Volodya di Moscow on the Hudson, o l’imbranato ma amabile Donald di The Survivors. Per non dire poi dell’inarrestabile, meravigliosa fonte di risate che si muoveva in A Night at the Met con la grazia di una farfalla; o dell’ex pompiere un po’ guascone di Club Paradise, votato a “gettare acqua sul fuoco” dovunque, e soprattutto del vulcanico, testardo, ironico, dolcissimo e umanissimo Adrian Cronauer di Good Morning Vietnam, il film che appena un anno dopo lo avrebbe finalmente consacrato al successo internazionale (in America era già una star da quasi dieci anni).
Seize The Day è un film così monoliticamente triste, così intriso di un senso di sconfitta e di impotenza senza rimedio, da essere davvero durissimo da sopportare.

Ed essendo Robin Williams, comunque, l’attore che era, il fatto che sia in grado di mostrare ogni singola sfaccettatura che rende Tommy Wilhelm un perdente in tutto e per tutto, non è affatto confortante, ma semmai il contrario. Perché volente o no, ci si immedesima. O quanto meno, si entra dentro la storia, e si sente sotto la pelle l’amarezza, la rabbia futile, la perdita di speranza; la serie interminabile delle umiliazioni, perlopiù provocate dalla propria stessa inadeguatezza e da un senso di colpa schiacciante e insopprimibile; il tentativo di rifiutare i soldi come metro di valutazione delle persone senza tuttavia saperne trovare per sé uno diverso; l’incapacità di reagire in alcun modo costruttivo alla freddezza, al cinismo, alla disonestà e alla superficialità morale di quasi tutti quelli che lo circondano, e che sono farabutti o, nella migliore delle ipotesi, gente con il calore umano di un iceberg in letargo.

Alla fine dei conti, riuscivo a trovare dentro di me scarsissima simpatia per quest’uomo frustrato che sembrava non far nulla per trovare un modo migliore di vivere. Lo stesso Saul Bellow, autore del libro da cui il film è tratto, aveva osservato che si può provare compassione per le vittime come Tommy, ma compatirle non vuol dire approvarle. Tommy è completamente impreparato alla vita.

Dato che l’ho scoperto molti anni dopo Dead Poets’ Society (che come credo sappiano ormai anche i muri, è il titolo originale dell’Attimo Fuggente, film imperniato sul concetto di ‘cogliere l’attimo’, ossia ‘seize the day’), e tuttavia lo precede di tre anni, la coincidenza del titolo con il concetto chiave di questo ben più famoso ‘fratello minore’ mi ha colpita. E’ come se Seize the Day fosse la versione cupa, oscura, quasi disperata di quello stesso concetto di cui in Dead Poets’ Society (che pure è un film drammatico, naturalmente, e molto anche), sarebbe stata invece poi espressa la parte più viva, quella che ti richiede, ti impone di realizzare i tuoi sogni a qualunque costo. Tommy Wilhelm sembra non avere sogni, e il senso della battuta (pronunciata da uno dei personaggi più biechi del film) è quello, piuttosto, di lasciarsi vivere alla giornata, un consiglio del tutto interessato a giocarsi il tutto per tutto, dato al protagonista per poterlo meglio fregare.

Poi però mi è capitato di leggere in un vecchio articolo una frase sulla ‘gloria della sconfitta’, e su quelle persone che diventano degli ‘eroi della sopravvivenza’, raccontando in maniera mirabile la propria stessa discesa verso gli inferi, narrando ciò che decreta la loro distruzione nel momento stesso in cui la distruzione sta già avvenendo . Si parlava di sopravvissuti della guerra e dei campi di concentramento, eppure, forse perché lo stavo riguardando proprio in quei giorni, mi ha immediatamente fatto pensare al film. E mi è venuto in mente che dopotutto, di questo si tratta. Della gloria della sconfitta di chi non vuole, ma prima ancora non può assoggettarsi alla perversità del mondo in cui vive, e per questo è inevitabilmente destinato a soccombere, e tuttavia in qualche modo soccombe proprio per non subire. E’ un perdente, ma tutto sommato un perdente non ‘addomesticato’, e sopravvive raccontando la propria sconfitta, che è già un modo di non accettarla, di ostinarsi a credere che non sia sempre inevitabile, o comunque che non lo sia per tutti.

In questo senso, ho potuto ‘fare la pace’ col personaggio, perché proprio non riuscivo ad accettare l’idea che un film con Robin Williams non mi piacesse 🙂

P.S. Seize the Day è il quinto film con Robin Williams di cui parlo, sto andando in ordine rigorosamente (ehm, aggettivo che mi si adatta poco, ma tant’è) cronologico. Se volete, trovate le altre recensioni qui

/

1986 is a turning point year for the life and work of Robin Williams. Having fixed the mess his personal life had been in, which had limited him to some extent in the previous years (he used to say so. However, his talent was already largely known and he is said never to have been late or unprepared, not even in the worst moments), from now on, he definitely takes flight. This year alone, he stars in 3 films with 3 completely different characters (Seize the Day, Club Paradise and The Best of Times) and a one-man show (An Evening at the Met) that will remain in the annals of the history of stand-up comedy, I think, for a few centuries to come.

Seize The Day (1986) is so different from any other work – in cinema, theatre or whatever – in which Robin Williams has taken part, that it was a shock to me. You will see nothing here of his amazing inventive skills and of that exuberant physical and mental energy that is such an important part not only of his ‘stand-up comedy’ shows, but also of many of his most beloved films and of the children stories, to which he lent his incomparable voice. And nothing of the sense of humour that was a feature of all the previous films, including the most dramatic ones.

Everyone who knew him says that the explosive, brilliant, creative side of his personality was so natural to him that there seemed to be no distance at all between the moment he “internalized” the world and the moment he “blew it back” transfigured,  “robinized” (these are words used by Henry Winkler). So it is just one of the marks of his greatness, that he should be able to repress, cancel that aspect as if it didn’t exist if he chose to. Perhaps it was important to him, in these early years, not to be “pigeonholed” into a character that risked to be constraining. However, that he was a wonderful dramatic actor as much as he was great as a comedian, it was something directors had realized quite early. And they had also realized that he was able to play the most different roles, apparently with the same easiness with which others could change their T-shirt (actually, very hard preparation was involved. But he loved what he did so much, that probably it was no effort for him indeed).

There seems in fact to be nothing in common between the Tom Wilhelm of this film, so fragile as to be on the verge of masochism, and the gentle but determined Garp, the ‘political refugee’ Volodya of Moscow on the Hudson, or the  clumsy but amiable Donald of The Survivors. Not to mention the overwhelming, amazing source of laughter that moved in A Night at the Met with the grace of a butterfly; or the dashing, gallant ex fireman of Club Paradise, and most of all, the impetuous, stubborn, ironic, sweet and kind-hearted Adrian Cronauer of Good Morning Vietnam, the film with which he would at last achieve international success (in the USA, he had been a star for almost ten years, by then).

I must say, the first time I saw it, I didn’t like Seize The Day. Or rather, I found it so monolithically, unrelentingly dismal, so imbued with a sense of failure and helplessness beyond remedy, that it was really hard to bear. And Robin Williams being the actor he was, indeed, the fact that he was able to express every single facet that makes of Tommy Wilhelm a loser through and through is not comforting, quite the opposite. Because willing or not, you feel related to him. At least, you get into the story, and you feel everything under your skin, the bitterness, the futile anger, the loss of hope; the endless series of humiliations, mostly caused by his own inadequacy and by a crushing, unquenchable sense of guilt; the attempt to refuse money as a yardstick for judging others, without, however, being able to find a different one for himself; the inability to react in any constructive manner to the coldness, cynicism and moral hollowness of all those around him, who are all crooks or, at best, people with the human warmth of a hibernated iceberg. At the end of the day, I found very little sympathy in myself for this frustrated man who seemed to do nothing to find a better way to live. Even Saul Bellow, the author of the book turned into this movie, noted that you can feel pity for victims such as Tommy, but being sorry for them does not imply approving them. Tommy is utterly unprepared for life.

Seeing that I found out about this movie only many years after Dead Poets’ Society, although it was made three years before, the similarity of its title with the much more famous “younger brother” struck me. It’s as if Seize the Day was the sombre, gloomy, almost desperate version of that very concept which inDead Poets’ Society (despite the fact that this of course is a dramatic movie, very much so), would be expressed in its more lively part, the part that asks you, urges you, to fulfil your dreams, whatever the cost. Tommy Wilhelm seems to have no dreams, and the sense in which he interprets the famous verse of the title is rather that of sitting by and letting your life just slip away.

After some time, though, I happened to read, in an old article in an Italian newspaper, a sentence on the ‘glory of defeat’. It was about those people who became ‘heroes of survival’, by admirably recounting their own downfall, describing what was driving them to their own destruction while that destruction was already underway. It referred to war and concentration camp survivors, actually, and yet, perhaps because I was seeing it again at the time, it immediately made me think of this film. And it came to my mind that after all, this is what it’s all about. The glory of defeat of someone who will not, or rather cannot subject himself to the perversity of the world in which he lives, and for this reason, he is bound to be beaten, but to some extent, he is beaten just because he is determined not to give in. He’s a loser, but all in all, not a ‘domesticated’ one, and he survives by telling of his own defeat, which is, in fact, a way not to accept it, to persist to believe that it is not always inevitable, or, however, not for everyone.

In this sense, I’ve been able to “come to terms” with this character, because I just couldn’t accept the idea of not liking a film with Robin Williams. :)