Il Bosco – Parte I, Cap. 2, III

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III

Estate. Libertà nei vestiti leggeri, nei piedi scalzi. E il mare.
L’assenza di un saldo appoggio le toglieva la paura di sentirselo mancare sotto i piedi. Né era sempre necessario domandarsi che direzione prendere, o sapere dove andare. Guardando i suoi simili da una certa distanza, li sentiva meno lontani. In acqua si sentiva meno estranea alla terra.
In quella settimana di vacanza nell’incanto di Monterosso si era assunta con entusiasmo il compito di insegnare a Raf a nuotare. Le dava una scusa in più per scomparire in acqua per un tempo indefinito. Del resto era un compito che sua madre le aveva scaricato con una buona dose di sollievo. Raf aveva adesso tre anni ed era un adorabile, buffo, pestifero mostriciattolo. Lei e sua sorella, in segreto, lo chiamavano Attila, perché dove passava lui, l’erba certo non sarebbe ricresciuta per un bel pezzo.
In un assolato giorno di luglio, le braccia avvolte intorno al collo della sorellona come le spire di un boa constrictor, Raf rinunciò per la prima volta al salvagente. E subito dopo, tutto felice e fiero, prese a spruzzare ettolitri d’acqua tutt’intorno. Era il suo gioco preferito, quello, per fortuna solitamente le occhiatacce fulminanti delle malcapitate vittime si scioglievano subito in sorrisi indulgenti, non appena Raf spalancava gli occhioni con la sua miglior espressione da agnellino smarrito. Elisa si guardò intorno alla ricerca di un modo qualsiasi per distrarlo. All’improvviso le parve di vedere due gocce d’oceano fuori posto. Precisamente, su una faccia. La faccia di un ragazzo. Una faccia niente male. Sulla quale nel medesimo istante si scatenò la furia inondatrice di suo fratello.
“Ehi, piccolo uragano!”. Il ragazzo tentava inutilmente di proteggersi il volto con le mani, ma con suo grande sollievo, stava ridendo.
“Raf, no! Raf, per favore … mi scusi, io … il mio fratellino è un po’ …”
No, non stava balbettando, proprio no, era solo che … era solo che, ecco, si ritrovava di nuovo il terreno sotto i piedi, adesso. E dunque anche l’idea che potesse scivolare via da un momento all’altro.
Il piccolo uragano si era portato dietro le sue spalle con l’astuzia di una vecchia volpe consumata, e prima che avesse il tempo di capire cosa stava succedendo, Elisa si sentì afferrare per le gambe e trascinare sott’acqua. Annaspando e tossendo, riuscì a uscire,
“Raf, bestiolina mia adorata, questo non si fa, tesoro”, disse con la voce resa zuccherosa dall’esigenza di coprire l’improvviso, irrefrenabile desiderio di strangolarlo. Lui le si avvicinò, le schioccò un bacio su una guancia e lei scoppiò a ridere. “Vai adesso, vai dalla mamma, la lezione per oggi è finita”.
“Sei brava coi bambini!” Le gridò dalla riva il ragazzo dagli occhi marini.
“Già. Sì. Io … voglio dire grazie”, disse lei. Poi si girò e nuotò via, più lontano che poteva, più velocemente che poteva.

Dopo cena, quella sera, Elisa riuscì a strappare il permesso di uscire per un’oretta. Aveva bisogno di camminare.
I vicoli erano avvolti in quella luce imprecisa e instabile che precede il crepuscolo, un azzurro non cupo né luminoso, un color carta-zucchero. Le case erano tutt’uno con il cielo, il mare, il piccolo universo racchiuso in quello scorcio di paradiso, solo per quell’istante perfetto. Tornò verso il mare ma si fermò nel piccolo parco in fondo alla via principale. Non c’era più nessuno. Solo due minuti, pensò sedendosi. C’era qualcosa nel ragazzo della spiaggia che la costringeva a pensarlo per conto suo. Niente confidenze con Cristina a bassa voce nel letto di notte, niente gomitate e risatine complici con le amiche.
Passò mezzora prima che si rendesse conto che era buio da un bel pezzo. Si incamminò a passo spedito.
“Ehi, salve, dove vai così di corsa?”
Era ancora soprappensiero e sobbalzò rendendosi conto che quelle parole erano rivolte a lei. Si girò per rispondere inviperita all’importuno di farsi i fatti suoi, e le gambe le diventarono, come si suol dire, di gelatina. Era il ragazzo della spiaggia!
– Io… sto tornando in albergo. Ho fatto tardi perché ho fatto una passeggiata poi mi sono seduta nel parco a pensare adesso ho visto l’ora e anche se abbiamo già cenato ho pensato che fosse meglio tornare a casa perché non voglio che si preoccupino e poi magari mi fanno una scenata e comunque è tardi è buio ed è meglio che vada… – Elisa non poté andare avanti. Doveva per forza prendere fiato, perché era rimasta in apnea per troppo tempo.
Il ragazzo la guardò con simpatia.
“In che albergo stai?”
“Pensione Marinella”. Questa volta disse solo lo stretto indispensabile, laconica a ogni buon conto.
“E’ proprio accanto a quella dove siamo noi! Posso accompagnarti allora, così non rischi di fare brutti incontri, andando in giro da sola a quest’ora.”
Elisa non si accorse che lui la stava prendendo in giro e prese fuoco come un fiammifero, dimenticando persino di balbettare e di restare senza parole, o di farsi battere il cuore all’impazzata e farsi tremare le ginocchia, insomma, tutto quello che avrebbe “dovuto” succederle.
“Ehi, io vado in giro da sola da quando avevo dodici anni, non ho bisogno della scorta armata. E già che sei spuntato così dall’ombra, chi mi dice poi che non sia tu un “brutto incontro”?
Il ragazzo alzò le mani in un gesto di pacificazione, o forse per parare i colpi. I suoi occhi però ridevano.
“Va bene, va bene, non volevo mancare di fiducia nei tuoi confronti. Sono sicuro che te la sai cavare benissimo da sola, ho solo pensato che visto che siamo praticamente vicini di casa… ma hai ragione, non mi sono neppure presentato, e forse non ho un aspetto troppo rassicurante. Mi chiamo Andrea Bruzzo, e comunque ti giuro che non ho brutte intenzioni. Spero che tu mi creda e mi permetta di accompagnarti? – L’ultima frase era stata detta in un tono che fece tornare in mente a Elisa tutto quello che aveva dimenticato prima sul cuore, le ginocchia, la voce che d’improvviso non esce più, e tutto il corredo classico. Beh, ormai era un po’ tardi. Gli sorrise.
“Non avevo intenzione di presentarmi come un cerbero. Certo che puoi accompagnarmi. A proposito, io mi chiamo Elisa Perasso.”
Accidenti, non le sembrava vero. Non solo lo aveva conosciuto, ma gli stava parlando come… come se non ci fosse niente di strano, come se fossero vecchi amici. Chiacchierarono un sacco, durante la strada e ancora per un altro quarto d’ora almeno davanti all’albergo, anche se a lei era sembrato comunque troppo poco. Per la prima volta si era resa conto che poteva essere altrettanto naturale parlare del Vietnam quanto di musica, di poesia o di qualunque altra cosa, come se non fosse nulla di particolarmente affascinante o misterioso, semplicemente interessante, semmai. Che la politica poteva diventare solo una delle tante cose che c’entravano con la vita.

Il giorno dopo, alle sette Elisa era già pronta per uscire. Era sveglia dalle sei, e aveva persino preparato la colazione per tutti.
Quando infine giunsero alla spiaggia, Andrea non c’era ancora. Per non restare a contemplare l’orizzonte come se non aspettasse altro che di vederlo, Elisa si mise a leggere.
“Che libro è?”
Riconobbe la voce, ma questo non impedì al suo cuore di saltar via dal suo posto almeno per un momento. Lui parve approvare la scelta: “Il Grande Gatsby”, di Fitzgerald. Non certo un libro leggero da portare al mare ma per lei i libri erano oggetto di una passione onnivora: da un paio d’anni era passata senza scosse da Piccole Donne, Il richiamo della foresta e Ventimila leghe sotto i mari a Guerra e Pace, Il Rosso e il Nero e Jacopo Ortis.
Adesso era il turno di Fitzgerald, ma abbastanza casualmente, perché quello che trovava sugli scaffali di casa lo prendeva e lo leggeva senza seguire un particolare filo logico. Tranne che più un libro strappava il cuore, più la tragedia era fosca e il destino straziante e disperato, più lo amava, felice di versare tutte le sue lacrime per la sorte di Natascia o di Andrej, di Julien Sorel, di Jacopo e di Teresa proprio come fino a due anni prima aveva pianto sulla sorte di Beth March e del capitano Nemo e del cane Buck.
“Anche a me piace Fitzgerald. – disse Andrea. – Tutta la letteratura inglese e americana mi piace molto. Hai mai letto Salinger, Il giovane Holden? – Elisa scosse la testa. – E Sulla strada di Kerouac?
“No”, disse Elisa, che questa volta si trovava di fronte al timore, tutto nuovo, non di leggere troppo ma di leggere troppo poco.
“Se vuoi, quando hai finito questo te li presto. – si offrì lui. Poi si rivolse a Viviana. – Mi scusi signora, mi presento. Mi chiamo Andrea Bruzzo. Sua figlia ed io ci siamo già incontrati.
Viviana sollevò un sopracciglio. Si erano incontrati, precisamente, quando? E poi che razza di letture suggeriva? Non certo adatte a una ragazzina di neanche quindici anni. Comunque sembrava gentile, anche se aveva troppi capelli e gusti letterari discutibili.
Una volta esaurite le formalità, Andrea ed Elisa scomparvero. Andrea le presentò sua sorella Monica, poi, man mano che giungevano alla spicciolata, gli altri ragazzi che aveva già intravisto con lui.
Monica somigliava al fratello nella parte superiore del volto, l’attaccatura a punta dei capelli, la forma curiosamente allungata degli occhi, la dolcezza dello sguardo, pur attraversato da lampi d’ironia. Una simile irrequietezza anche, sebbene accolta in modo ben diverso, da lui senza dubbio voluta e coscientemente cercata, mentre s’indovinava più amara quella di lei, vissuta con disagio, male accetta. Bastava guardare quelle mani che non stavano mai ferme, il suo stesso sorriso dolce e fuggevole, come se venisse ogni volta interrotto forzatamente troppo presto. Le somiglianze finivano lì: i lunghi capelli fini e dritti di Monica erano quasi neri, ben diversi dall’arruffata massa biondo scuro di Andrea; il naso di Monica era sottile, diritto, raffinato; quello di lui, pure sottile, si apriva con una curva quasi rapace e terminava allungandosi fino a ombreggiare il labbro superiore, un naso dantesco, come lui stesso lo avrebbe definito, in tono orgogliosamente auto-deprecatorio. Una linea sottile ma netta gli correva dal naso giù fino al mento, il che accentuava oltre misura gli aspetti più duri, quasi spigolosi del volto e al tempo stesso lo rendeva più umanamente imperfetto. Non agli occhi di Elisa però, sempre più incredula di fronte all’inatteso materializzarsi di un sogno, cieca a ogni cosa che non si sovrapponesse completamente all’immagine disegnata nella sua mente. Ogni volta che lui parlava, ogni volta che sorrideva, era come se le porte del mondo le si aprissero davanti.
Si riscosse bruscamente dalla contemplazione. Qualcuno aveva apostrofato l’oggetto della sua adorazione con un poco rispettoso: “Ehilà, scorticagatti!”dandogli una manata sulla spalla, cui Andrea aveva ribattuto “Come va, vecchio scampaforca?”
Il nuovo arrivato era piuttosto piccolo di statura; il naso affilato e quasi impercettibilmente inclinato verso sinistra, il brillio nei rotondi occhi castano chiaro, la bocca sfrontata, tutto contribuiva a quell’impressione di un’allegria quasi ostentata, dell’impudente faccia da schiaffi di un adolescente che ancora giocava a fare il monello.
“Ma perché scorticagatti?!” Chiese Elisa.
“E’ il suo modo di far dello spirito sui dottori, perché studio medicina”, spiegò Andrea. “Potrebbe anche dire ‘aggiustaossa’ o ‘macellaio’, ma immagino che non siano termini sufficientemente pittoreschi per lui. Ripagarlo della stessa moneta non è semplicissimo, studia biologia marina… ‘Vecchio profanatore di abissi oceanici’ non ha proprio la stessa efficacia, trovo. A proposito, lui è Marco Auriemma”.
“Terrore… pardon, terrone del mare, per servirti – declamò lui con uno scherzoso inchino – Giunto dal profondo Sud per solcare gli oceani e stanare le più insospettabili, ripugnanti e apparentemente del tutto inutili forme di vita”.
“Di dove sei?” domandò Elisa.
“Di Sapri”.
“Ma non dirgli ‘quella della Spigolatrice’, altrimenti ti manda a spigolare”.
“A spigolare?”
“A ramengo. A quel paese. A vendere ghiaccio agli Eschimesi…”
“Ah, ok, ho capito”.
“E’ una citazione della Bibbia, libro di Ruth”, intervenne un altro ragazzo che nel frattempo si era avvicinato.
“Filippo, ma da quando leggi la Bibbia? Ti sei convertito?” commentò Andrea, con un che di affettuosa ironia nel sorriso.
“No”, rispose l’altro, “ma la Bibbia è una magnifica opera letteraria. Ogni volta che arrivi a uno strato del significato delle sue storie, scavando trovi sempre un altro strato. Anche quella di Ruth è così. E’ un racconto di solidarietà femminile, di rispetto verso gli ultimi, di amicizia tra diversi, di fede… ve bene, va bene, la faccio finita”, sorrise, intercettando lo sguardo di Marco levato al cielo.
“L’esegeta biblico è Filippo Parodi – riprese Andrea, tornando a rivolgersi a Elisa. “Non studia teologia ma agraria, però se vuoi sapere i come, i dove, i quando e i perché della Terra e dell’Universo Mondo, lui è la persona giusta. Non che sia un secchione, tutt’altro, semplicemente sa tutto, dev’essere nato così”.
“Infatti la prima cosa che disse non fu “mamma” ma cogito ergo sum… o forse era cave canem, non ricordo bene…” intervenne Marco, in una caricatura delle altisonanti celebrazioni di certi Carneade dei quali si vuole sottolineare, fingendo d’ignorarlo, il fatto che siano beatamente ignoti ai più. “Sua madre non glielo ha mai perdonato. A due anni, dopo un approfondito studio ingegneristico dell’arredamento da cucina, riuscì precocemente ad aprire lo sportello dei biscotti, e subito scrisse un dotto trattato: “la fame come stimolo alla creatività e all’azione umana”. A cinque anni lo chiamarono a Oxford, ma rifiutò perché non la considerava alla sua altezza … in effetti, era ancora un po’ bassino. Le migliori università del mondo continuano a contenderselo e lui, non facendo ormai più parte dei sette nani e non sapendo bene se coltivare le sette arti o i sette peccati capitali, ha deciso di coltivare la terra… che se non altro è una sola!”
Filippo era piuttosto alto, con un viso lungo dagli zigomi alti e il mento appuntito, cui l’invidiabile abbronzatura non riusciva del tutto a sottrarre l’aria dello studioso, che lui ironicamente accentuava indossando occhiali rotondi, dalla montatura sottile.
Intanto, poco a poco erano arrivati anche gli altri.
Andrea proseguì con le presentazioni: – Questi sono Lorenzo e Anna. – Non aggiunse altro, ed Elisa trasse da sola le sue conclusioni. Anna era una ragazza minuta, un viso piccolo dai lineamenti regolari e occhi enormi, di un colore particolare tra il grigio e il verde muschio. Ma li alzava raramente da terra, quegli occhi, e quando lo faceva le si leggeva nello sguardo spaurito una rassegnazione al peggio, un desiderio di farsi notare il meno possibile, quasi sperando che ci si dimenticasse che esisteva. Al contrario, la prima cosa di Lorenzo che saltava agli occhi era la sua mole smisurata. C’erano strati di grasso, sui suoi muscoli, eppure s’indovinava che questo non riduceva di molto la sua forza allenata. Gli occhi scuri corrucciati da un broncio perpetuo, l’espressione quasi sempre fissa a mostrare un’incommensurabile noia, le labbra assottigliate dalla stanca, vuota malinconia di chi non trova una sola ragione di curiosità, un solo motivo valido per essere al mondo. Ma sotto quello spleen sembrava intravedersi una furia malamente repressa, un rancore indifferenziato, senza un oggetto preciso, che avrebbe potuto scatenarsi per una qualunque ragione, su chiunque.
“Mi dici che cazzo c’entra con noi ‘sta sbarbina?” – brontolò, e nonostante la parolaccia, non aggiunse all’espressione di noia che un’oncia di sarcasmo appena, senza faticar troppo a cambiare sguardo.
Andrea alzò le spalle. Non si era posto il problema, in realtà. Il loro gruppo era nato del tutto casualmente, e lui sperava che con la stessa casualità avrebbe continuato a crescere. Non avrebbe saputo dire neanche, dopotutto, perché ne facesse parte Lorenzo. O lui stesso, se per questo. Nessuno aveva mai chiesto o preteso nulla. Non c’erano vincoli se non quello, del tutto personale, dell’affetto e del senso di appartenenza, che del resto poteva durare tutta la vita o una mezza giornata, secondo l’indole di ciascuno. Tuttavia negli anni, man mano che altri si aggiungevano e qualcuno invece spariva, era diventato evidente che senza saperlo, si erano in qualche modo “scelti”, in base a qualcosa che avrebbe potuto definire, se gli fosse interessato farlo, come una intransigente determinazione all’onestà, al di là delle differenze anche profonde che potevano esserci tra loro. La stessa determinazione che scintillava dietro la timidezza dello sguardo di quella “sbarbina”, limpido nonostante gli occhiali dalle lenti spesse che portava. Ma Lorenzo aveva letto quasi tutti i libri giusti, quelli che sapevano cosa era davvero rivoluzionario e cosa non lo era. Evidentemente una ragazzina timida, per quanto onesta, non lo era abbastanza.
Andrea non avrebbe potuto spiegare questi caotici pensieri a Lorenzo, e forse non lo avrebbe fatto neppure se avesse potuto. Alzò le spalle e non disse nulla, consapevole che quel gesto avrebbe forse potuto rivelare ciò che gli era indifferente, ma non ciò che gli stava a cuore.
Terminò le presentazioni con Matteo “il nostro esperto di letteratura classica, di musica classica, di abbigliamento classico… come tutto questo si concili con il fatto che studia economia, lascio a te giudicare”, e con “Marisa la saggia”, una bella ragazza dai gesti misurati e lo sguardo mite, i cui fiammeggianti capelli rossi creavano uno strano contrasto con l’aria placida e il suo “mirabile talento nel pacificare i conflitti”, come Andrea lo aveva definito.
Si avvicinavano ormai le undici e il caldo stava diventando opprimente. Elisa sentì un rivolo di sudore colarle dalla fronte e tornò a sentirsi intimidita, a disagio. Un minuscolo granchio uscì dalla sabbia, si fermò a guardarli e pareva come incuriosito, ma forse cercava solo un po’ di fresco. Lorenzo gli si avvicinò e fece per schiacciarlo con una scarpa.
“Lascialo stare! – disse Filippo duramente. Lorenzo parve esitare poi si fermò. L’animaletto tornò a rifugiarsi sotto la sabbia, ma la piccola scena l’aveva inorridita anche più di quanto fosse giustificato. Il sole scottava. Tutt’intorno un vocìo di mamme gracidanti, padri esasperati e bambini inselvatichiti. Forse il caldo e il rumore inasprivano le reazioni.
“Non potremmo andare a fare un bagno adesso? – Propose Filippo, che aveva anche lui l’aria di non poter restare al sole un minuto di più.
Passando, Elisa si accorse che era arrivato Fabrizio e andò a salutarlo.
“E’ quello tuo padre? Non ti somiglia molto”, osservò Matteo. Era probabilmente solo un’osservazione casuale, non tutti somigliano ai loro genitori, ma Elisa pensò che se non avesse colto quel momento, la storia sarebbe venuta fuori ancora una volta da sé, con parole non sue, svelata suo malgrado come una vergogna. Era l’occasione invece di raccontarla lei finalmente, come qualcosa che le apparteneva, perché si sentiva pronta come mai prima, in cambio di quell’amicizia, ad offrire in dote se stessa.
Forse, però, non era stata una buona idea.
Lo sguardo di Matteo si oscurò e lui parve frenarsi a stento, sul punto di dire qualcosa di sgradevole. Lorenzo d’altra parte non si trattenne.
“Una donna che pianta suo marito per andare con un altro – commentò in tono sprezzante. – Bella roba!”
“Già, un vero peccato” osservò Marco gravemente e a lei si strinse il cuore, riflettendo amaramente sull’errore di giudizio che aveva commesso e a quanto, di nuovo, le sarebbe costato. Fino a quando lui proseguì in tono di ben altra leggerezza: “un vero peccato contro l’immoralità. Ah, non ci sono più quelle belle corna di una volta, quelle cui stavano appesi i destini della civiltà occidentale… Ma io l’ho sempre detto, il matrimonio affonda sulla morale… pardon volevo dire si fonda, naturalmente” e le strizzò l’occhio. “Che poi, piantare un marito… suvvia, ci sono semi molto più fertili, non è vero Filippo?”
Filippo sorrise, con una certa aria d’esagerata innocenza.
“Vuoi mettere il seme della discordia…?
Marco colse l’esca al volo.
“Il seme della discordia…? Non ti facevo così malizioso!”
Elisa ci mise un attimo prima di capire perché tutti avessero cominciato a sghignazzare apertamente, ma quando ci arrivò, il suo sorriso un po’ timido, imbarazzato, si allargò progressivamente fino a comprendere qualcosa di buffo e serissimo cui non avrebbe saputo dare un nome, ma che avrebbe posto quella giornata tra i punti fermi cui aggrapparsi sempre, in mezzo ai bizzarri capricci della memoria.

Quella sera Cristina la mise a perdere perché le raccontasse tutto.
– Dai, non farti pregare, raccontami un po’. Ce n’è qualcuno che ti è più simpatico degli altri, diciamo?
– Beh, a dire la verità…
– Ce n’è uno che ti fa il filo?
– Ce n’è uno, in effetti, che mi guarda in un certo modo…
– E com’è, come si chiama?
– Si chiama Matteo, è un bravo ragazzo molto serio, statura media, occhi castani, capelli castani, studia economia…
– Non mi sembri persa per lui. – Osservò Cristina.
– Non lo sono infatti. – Ribatté Elisa. E aggiunse: – Adesso però voglio dormire. Buonanotte.
Non si sentiva ancora pronta a parlarle di Andrea, e Cristina dovette accontentarsi di quello che aveva avuto, benché fosse tutt’altro che soddisfatta.
Per Elisa però non era facile dormire. Non voleva dormire, in realtà, voleva pensare ad Andrea. Era strano quello che provava pensando a lui, una sorta di contrazione allo stomaco che non avrebbe neppure saputo dire se era piacevole o spiacevole. I brividi che sentiva sulla schiena al pensiero delle sue mani la spaventavano, non le era mai successo e non sapeva bene cosa significassero. Le piacevano, le mani di Andrea, e non aveva mai notato questo particolare nei ragazzi. Si chiedeva come sarebbe stato se l’avesse toccata.
Quella notte fece un sogno. Era su un prato insieme con lui, tutto era tranquillo, in lontananza si vedeva lo sfondo violaceo delle colline avvolte dalla foschia. Poi, all’improvviso, comparvero dei cavalli, un branco di cavalli selvaggi che certamente provenivano dalla collina, lei lo sapeva, ma erano sembrati spuntare dal nulla. E adesso era venuto fuori un corso d’acqua che prima non c’era, e poi quasi tutti i cavalli erano scomparsi e ne erano rimasti solo due, e lei e Andrea erano lì a guardarli, ma nello stesso tempo Elisa sapeva che quei due cavalli erano loro. Correvano e si inseguivano nel fiume, avvicinandosi e sfiorandosi come se giocassero. Elisa sentiva, nel sogno, gli spruzzi dell’acqua sulla pelle, e poi ad un tratto il gioco smise di essere un gioco e lei si svegliò ansimante e spaventata dalla forza delle emozioni che le erano rimaste dentro. E allora comprese che era finito il tempo delle gomitate tra amiche quando passava il bello della scuola, delle risatine compiaciute quando qualcuno le guardava, degli ingenui tentativi di “farsi notare”, quando chiunque andava bene, bastava che fosse di sesso maschile. Allora è così essere innamorati, rifletté, e con questo pensiero si riaddormentò.

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6 Pensieri su &Idquo;Il Bosco – Parte I, Cap. 2, III

  1. Spero non ti dispiaccia ma per “godermi” questa storia avvincente e molto ben scritta, ho copiato i testi, li ho trasferiti e impaginati nel mio word per leggerli come meritano… Farò altrettanto con i prossimi capitoli… Intanto, è magnifico. Grazie. Piero

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