Il Bosco – Capitolo 2 – Parte I, IV

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Matteo aveva iniziato a suonare “Vedrai, vedrai”, qualcuno cantava e sull’onda della musica Elisa si lasciava condurre lungo una scia di pensieri.
Le canzoni erano strade da un altrove all’altro, legami sottili di forme tra sogni realistici e realtà immaginate, flussi di corrente e di parole, musica luce oppressione uguaglianza mondo. Kennedy Martin Luther King Che Guevara Vietnam Grecia Cina mondo. Guerra lotta fraternità pace mondo. La politica c’entrava e non c’entrava, era ovunque ma sfuggente, imprecisa nei contorni, scompariva e riappariva come una fata morgana. Le cose che leggeva sui giornali sembravano solo pezzi sparsi e sconnessi di qualcosa che si intuiva più molteplice e meno frammentario, ma che restava nell’ombra del non detto. La musica restituiva coerenza a quelle parole apparentemente sconcatenate. Si capiva di più, quando non si tentava di dare forma compiuta, definitiva, a quel disegno il cui senso stava proprio nei suoi contorni vaghi e mutevoli.
Musica e parole annodavano i fili, rendevano più saldi i legami, davano loro un sapore adulto che avrebbe altrimenti richiesto molto più tempo. Bastarono quei pochi pomeriggi, quelle poche sere di vento e stelle perché Elisa non riuscisse più a immaginarsi senza di loro, né loro senza di lei. Matteo era capace di dare a tutto ciò che viaggiava sulle note della sua chitarra una serietà profonda eppure non priva di una luce di segreta allegria, che raramente mostrava in altre occasioni. Sotto le sue dita, le canzoni yè-yè si trasfiguravano, assorbivano in sé tutto quello che per loro era vita, in quel momento. L’amore, la giovinezza, la paura, il coraggio, la dignità disarmata di chi si batte senza speranza di vittoria. E più di tutto l’amicizia, un vincolo di fratellanza più forte anche della solidarietà, per cui il sangue versato era il sangue di tutti, il sangue della terra.
Erano quelli come loro che i giornali chiamavano zazzeruti perdigiorno, e che sarcasticamente accusavano di protestare contro il consumismo solo perché non potevano permetterselo? Aveva quasi creduto, fino a quel momento, che i contestatori fossero un po’ come i marziani verdi del cinema, magari vagamente pericolosi, ma così lontani da non costituire un problema poi molto pressante. Ma forse erano gli altri, quelli come i suoi compagni tanto ammodino, ad appartenere a un altro pianeta, un pianeta in cui l’universo iniziava da Dante e finiva con Manzoni; la cui geografia si esauriva tra le Alpi e lo Stretto di Sicilia; la cui storia aveva visto l’eroica lotta per l’indipendenza negli anni gloriosi del Risorgimento e là era rimasta, immutata nel tempo. L’attualità aveva un sentore troppo forte di politica, un puzzo, per meglio dire, indegno di varcare le soglie dei sacri templi del sapere.
La riscosse la voce aspra di Lorenzo.
“Che branco di idioti. Voi e quel povero imbecille che pensava di cambiare il mondo con le canzoni e non poteva che finire ad ammazzarsi. Dobbiamo muovere il culo se vogliamo rovesciare il sistema. Come dice Mao, le rivoluzioni si fanno coi fucili, non con l’amore. Non sarà l’amore a buttar giù dalle loro poltrone questi bastardi borghesi, tutti ad applaudire la polizia quando fanno le retate e prendono qualche povero stronzo che non fa altro che starsene seduto per terra. Perché così se ne possono stare tranquilli, rintanati nelle loro casettine con la loro macchinina, e la loro buona figliola, che probabilmente è una puttanella comunque, non rischia di mettersi con un poco di buono, uno che non ha voglia di comprarsela a suon di gioielli e pellicce. Se non gli spacchi qualche vetrina non si svegliano”.
“Tu guardi il mondo con il tuo dolore e la tua rabbia, lo guardi con i tuoi occhi, per questo non vedi vie d’uscita. Perché è per te che non vedi vie d’uscita”.
A Elisa parve che Filippo, con quel suo tono sempre pacato, avesse detto una cosa terribile.
“Io lo capisco”, disse Andrea. “Capisco la rabbia e capisco il dolore. I giornali terrorizzano i benpensanti, dovunque ci sono dei ragazzi che stanno insieme vedono un pericolo. Se poi c’è un campo beat, Dio ne scampi, un covo di peccatori, una nuova Babilonia, peggio del diavolo. Bisogna cacciare via tutti, distruggere tutto e dopo magari disinfestare, come se si trattasse di topi o insetti. Però questi topi, questi insetti, questi giovinastri pulciosi e capelloni, loro, i fucili, non ce li hanno. E non credo neanche che spacchino vetrine”.
“E infatti non vanno da nessuna parte. Se ne stanno lì, nelle loro tende, aspettando la prossima ripulita. Dovunque ci sia un potere, io sto con chi si ribella, con chi esce e scende in piazza, non con chi se ne sta rintanato in casa con le sbarre alle finestre.”
“Anch’io sto con chi esce, ma una ribellione per la dignità e la giustizia non può essere violenta. Non capisci? Ad ogni vetrina sprangata la rivoluzione fa un passo indietro. Serve solo a chi vuole far credere che a protestare siano pochi fanatici disperati. Hanno cercato di fare questo giochetto anche quando hanno parlato dello sciopero generale per l’Italcantieri dell’ottobre scorso. I disordini spaventano e tengono la maggioranza tranquilla, ma ci si dimentica di dire chi è che sta uccidendo Genova. Non sappiamo più quello che siamo e che vogliamo essere, mentre decidiamo se diventare un grande centro industriale, il più importante porto del mondo o il più moderno polo terziario dell’universo, aziende e navi se ne vanno da un’altra parte, l’occupazione scende e tanti non sanno bene cosa li aspetta. Però bisogna mantenere la calma, se si comincia a parlare di fucili, si spiana la strada a un nuovo padrone che garantirà l’ordine e la tranquillità a spese del dissenso. E magari si prenderà lui i fucili e sceglierà lui contro chi usarli”.
“Tutte chiacchiere, il fatto è che non hai abbastanza fegato, non ce n’hai per rompere vetrine, figuriamoci per prendere un fucile”, disse Lorenzo, e c’era più di un velo d’irrisione nella sua voce.
“Fegato? Per rompere vetrine? E cosa c’entra? Ah, vuoi dire il fegato al posto del cervello…”
Andrea e Lorenzo rimasero a fissarsi per diversi minuti con aria di sfida, come due rivali prima di un duello. Elisa era in ansia, avrebbe voluto che Andrea la smettesse di provocare Lorenzo, ma allo stesso tempo lo ammirava per il modo in cui lo faceva, senza sbruffoneria, cioè, forse un po’ sì, ma non sembrava gli interessasse farsi vedere, o piacere ad altri che a se stesso. Era ormai una cosa tra loro due, con gli altri a fare da spettatori.
“Uscire non basta, se non agli scemi. Solo uno scemo può credere che si possa abbattere un regime con l’amore. Faresti meglio a non mescolarti con la feccia violenta, potrebbero confonderti con chi lotta veramente. Tu stai solo lì a giocare, prima di metterti su lo studio da dottore con i soldi di papà”.
“Tu consideri un imbecille chi non spacca le vetrine, io considero un imbecille chi lo fa. Ma sono disposto a correre il rischio di stare fianco a fianco con gli imbecilli, pur di non tradire quelli che hanno le idee e il cuore al posto giusto.
Al tuo Mao preferisco Che Guevara: tutte le rivoluzioni del mondo non valgono una sola vita umana.”
“Cosa parli a fare di Che Guevara? Tu sei solo un rivoluzionario da strapazzo. Perché non molli i tuoi brillanti studi, non rinunci alla tua bella carriera per combatterlo davvero, l’imperialismo? La giustizia! Bah! Solo parole, ma la lotta, oh no, la lotta non fa per te, a te fanno orrore le armi… o ti fa paura perdere la tua preziosa vita borghese?”
“Ammetterò che non mi sento tipo da guerriglia. Mi spingerò addirittura fino a dire che per quanto io ammiri Che Guevara, non sono sempre necessariamente d’accordo con quello che dice. So di darti uno choc, probabilmente, ma si può amare qualcuno anche senza farne un mito. D’altra parte… Guevara èu n medico. E sai qual è la parte che mi piace di più dei suoi discorsi? L’etica del lavoro e della responsabilità. Fare quello che fai con amore, rinnovare di giorno in giorno il tuo entusiasmo, non stancarti, non chiamarti fuori, andare avanti anche quando hai la tentazione di pensare che non serva, che della tua parte si possa anche fare a meno. E sentirti responsabile non solo delle ingiustizie e dei delitti che hai commesso, ma di tutti, tutti i delitti e le ingiustizie del mondo. Tenere gli occhi ben aperti per non partecipare, anche con il gesto più banale e insignificante, allo sfruttamento altrui.”
“Ma voi siete tutti comunisti?” domandò Elisa, con curiosità un po’ diffidente. I partiti erano tutti difficili da interpretare e ancora lei non aveva capito se i comunisti erano davvero pericolosi come a volte sentiva dire. Quello che le sembrava di aver capito era che si occupavano molto di lavoro, di questione operaia, di industrializzazione, capitalismo, licenziamenti e cose simili.
“Ma neanche per idea!”, protestò Matteo.
Andrea sorrise.
“Io non ho nessun problema se vuoi chiamarmi comunista, tessere però non ne ho mai prese, perché se ci fosse un’altra Ungheria, o un’altra Baia dei Porci, da qualunque parte venga, voglio essere libero di prendere la mia posizione senza che qualcuno mi venga a dire che la linea del partito è diversa. Marx aveva le sue ragioni, ma non è l’unico che vale la pena di leggere. Il PCI comunque bmi sta abbastanza simpatico, forse perché i miei ne sono terrorizzati, pensano che adesso che tutti studiano, anche i figli delle domestiche, per forza di cose il mondo va verso il disastro, che queste idee di uguaglianza porteranno i bolscevichi che distruggeranno le chiese e forse uccideranno anche la nostra famiglia perché anche noi siamo dei borghesi, dopotutto…”
“Come quasi tutti noi – osservò Marco. – anche io che sono un terrone, però mio padre fa l’operaio specializzato e mia madre è maestra, io vado all’università e abbiamo la casa e pure la macchina, anche se il mio vecchio deve fare gli straordinari per pagare le rate. Però rispetto a tanti parenti che abbiamo giù, siamo ricchi. Certo, i cartelli “non-si-affitta-ai-meridionali” li abbiamo trovati pure noi e mia madre ci ha sofferto un sacco. I miei adesso vogliono solo integrarsi, essere come tutti gli altri. Io invece non so dove sono e dove voglio essere e così mentre cerco di capirlo faccio un po’ lo scemo che non guasta mai. Ma mio padre, anche se guadagna più di tanti altri, vive per il lavoro e alla sera quando torna non gli puoi neanche parlare. Sta lì sul divano e alle volte si addormenta pure. Io non ci voglio diventare così. Io voglio lavorare, sì, e magari fare un lavoro che mi piace, se posso, però voglio anche una vita mia. Mio cugino lavora alla Fiat di Torino e due anni fa ha fatto gli scioperi per avere l’orario ridotto. Mica ci dobbiamo morire, nella fabbrica. Per questo voto PCI”
“Tutti noi abbiamo una vita abbastanza facile rispetto ai nostri genitori”, disse Filippo. “Sarà che i miei si sono ammazzati di fatica per farmi studiare. Ci lamentiamo ma poveri cristi anche loro fanno quello che possono. E’ che magari vedono le cose che gli cambiano intorno e questo gli fa paura. I miei sono di origine contadina, mio padre a suo tempo ha protetto i partigiani, “pöei figieu”. Ma se sopporta comunisti e capelloni è solo perché teme di averne uno o forse un paio in casa”.
“Già quando le ho detto che intendevo andare all’università, a mia madre quasi quasi le veniva una crisi isterica – Monica fece una risatina. – E adesso esco con la minigonna e tre o quattro collanone di legno alla volta e vado a vedermi i concerti. Si è rassegnata, poveretta. Io ogni tanto provo a parlarle di Che Guevara, di Lumumba, della guerra in Vietnam, del femminismo, degli operai. Mi sa che si aspetta un giorno o l’altro di vedersi la figlia incinta di un qualche morto di fame, magari di colore, stile Indovina chi viene a cena. Però non un bel professorino simpatico e ammodo, no, proprio uno di quelli arrabbiati, tipo Malcolm X, per dire. E pure povero.”
“Quelli del PCI san fare solo i cagnolini da salotto aspettando sotto il tavolo qualche briciola di potere. Stanno lì a mangiare nella stessa stanza coi padroni, quegli stessi che hanno fatto i soldi sulla pelle degli operai. Repressione, licenziamento degli scioperanti e dei sindacalisti, premi ai crumiri, questo succede nelle fabbriche, ma loro neanche se ne accorgono!” Lorenzo quasi gridava il suo disprezzo. Il PCI non era abbastanza per lui, né aveva ancora trovato il posto giusto, anche quelle che i giornali chiamavano forze estremiste, gli sembravano sempre troppo deboli, troppo democratiche, troppo accomodanti.
“Comunisti, fascisti, di qua, di là. Io non vi capisco – disse Matteo. – Se quello che volete è cambiare il mondo mettetevi a farlo, senza stare a chiacchierare e a creare un gruppetto per ogni cosa, ognuno per sé e per la sua purezza, il più maoista, il più leninista, il più marxista…”
“Volete? Perché, tu dove stai? Ti piace così com’è o sei troppo vigliacco per partecipare e mettersi in mezzo?” Lorenzo lo provocò, con l’abituale durezza.
“Vuoi sapere quello che penso io? – ribatté Matteo. – Io penso che da che mondo è mondo è sempre stato il più forte a vincere. Il più forte si fa le leggi, pretende di avere il monopolio delle armi, della giustizia e della morale. E’ questo che è sempre successo e che succederà sempre e non saremo certo noi a cambiare le cose”.
“Ma non credi che sia importante esserci, dimostrare che comunque non accettiamo che le cose stiano come stanno? Forse non possiamo fare una grande differenza, ma anche una piccola conta. Se non altro per quello che noi pensiamo di noi stessi”- osservò Andrea.
No, in realtà Matteo non ci credeva. A dirla tutta, forse non gli interessava poi tanto. Era loro amico, si lasciava trascinare. Si lasciava, nonostante tutto, “mettere in mezzo”, senza voglia e senza il coraggio né per starne fuori del tutto, né per farsi coinvolgere del tutto.
Forse era un paradosso, o forse no, a leggere certi manifesti fascisti lui trovava che certe parole fossero le stesse. E certe ridicole pretese, anche. Contava davvero chi era più antiborghese o più nemico del materialismo del moderno sistema consumistico? Lui non ci riusciva proprio ad appassionarsi a queste cose.
“Prima o poi la gente si incazzerà sul serio, capirà che siamo in guerra e che ci stanno portando via tutto, che ci fregheranno se glielo lasceremo fare.” Ribatté ancora Lorenzo. Le voci cominciavano a sovrapporsi, la polemica prese una piega molto personale e troppo aggressiva, fino a che non intervenne Marisa, proponendo un pomeriggio al cinema, forse solo per fare in modo che la discussione si spostasse dall’ardente e idealistica passione per Che Guevara e Mao Tse Tung a quella altrettanto ardente ma meno idealistica – e dunque meno pericolosa – per Billy Wilder, Bergman e Rossellini.

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