A Night at the Met

A Night at the Met

Foto dal web

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Oggi è il giorno della recensione, e dovrei parlarvi di A Night at the Met. In realtà viene riportato come film, perché esiste la versione in DVD, ma non è un film, è il primo spettacolo comico importante di Robin Williams, vale a dire, il primo in cui ha tenuto un palcoscenico prestigioso come quello del Met, il Metropolitan Opera House di New York.

Il problema è: come si fa la recensione di uno spettacolo comico?

Che lui si muovesse su quel palco con la grazia di una farfalla l’avevo già accennato in un precedente post. L’abbiamo visto raramente ballare e cantare, di solito accennava appena qualche nota e qualche passo. La ninna-nanna Swee’ Pea’s Lullaby, la ballata Sailin’ e il ritratto musicale I Yam what I Yam, tutte tratte da Popeye (quest’ultima, secondo me, ha anche molto dell’autoritratto) sarebbero comunque certo bastate per la vita, anche se non ci fossero stati poi il Ramon di Happy Feet  e il Genio di Aladdin, a ricordarmi che sì, sapeva anche cantare. Che con la sua voce facesse quello che voleva è poi cosa arcinota. Non si trattava di un “semplice” strumento musicale, non solo quello, cioè. Imitava rumori, suoni, accenti, lingue, caratteri, era in grado di afferrare tutte le sfumature di tono di uno sconosciuto che parlava tra il pubblico e farne un’imitazione perfetta nel giro di pochi secondi. Poteva essere durissimo e dolcissimo, glaciale ed empatico, buffo, furioso, remissivo, timido e spavaldo. Poteva farti provare una gioia infinita oppure tutto il dolore del mondo. Ma non solo la voce, tutto il suo corpo, faccia compresa, era uno strumento.

Anche qui, in A Night at the Met, intona giusto un paio di note, a imitazione di Pavarotti e di Placido Domingo (!), ispirata dall’ambientazione, tra carrozze, antiche armature e lampadari di cristallo del peso di una balenottera azzurra (“I’d like to thank Imelda Marcos for her earrings“). Il resto sono  voli dell’immaginazione e della fantasia, tanti, e poi passaggi improvvisi sulla realtà, anche la più cruda, con quella capacità fuori del comune di leggerla e restituirtela trasformata, diventata altro, diventata sua (“They’re talking about partial nuclear disarmament. this is also like talking of partial circumcision. A strange thing. You either go all the way or fuckin’ forget it”).

Molti anni dopo, RW avrebbe ammesso che l’unica vera dipendenza della sua vita era sempre stata quella dalle risate del pubblico. Non faccio fatica a crederlo. Il bambino che dava una voce diversa ad ogni soldatino con cui giocava, per sentirsi meno solo, aveva presto scoperto che quell’antico espediente poteva lenire le ferite altrui quanto aveva fatto con le sue.

Ho pensato a volte di non avere senso dell’umorismo. Sono così pochi i comici che mi fanno ridere, ma davvero molto pochi, potrei fare al massimo 4-5 nomi, e sono tutti “datati”. Forse sono strana io, ma quello che ho capito è che almeno per quanto riguarda me, perché una persona possa farmi veramente ridere fino alle lacrime, bisogna che sappia cos’è il dolore. Il che è tutt’altra cosa dalla tristezza del clown (del resto, non ho mai amato i clown). Qui parliamo di persone che conoscono profondamente le emozioni, quelle più positive e quelle più negative, che hanno la capacità e la voglia di entrare in contatto profondo con la propria parte più intima, e usare per gli altri ciò che conoscono di sé.

Potrei dirvi che mi sono piegata in quattro quando RW ha improvvisato uno scambio di ruoli tra un ipotetico allenatore di football trovatosi a fare il coreografo e un coreografo che dettasse le mosse di una squadra di football. Che per quanto Reagan appartenga alla storia, la sua caricatura diventa una caricatura universale, satira non tanto contro un personaggio in particolare, quanto contro la retorica dell’uomo della provvidenza in generale. Che le parti sull’alcool sono commoventi e quasi drammatiche per chi sa da dove hanno origine, eppure io, almeno, non posso fare a meno di ridere, e di pensare che ancora una volta, la risata ridimensiona il potere di ciò che spaventa e fa male, lo riporta a misura umana, da problema schiacciante e spaventoso lo fa tornare ad essere qualcosa che si può affrontare e risolvere.

Posso dirvi tutto questo, ma non posso veramente riportare per iscritto la personalità dirompente che da’ corpo a battute che magari, dette da un altro o scritte, non sarebbero altrettanto efficaci. Perché qui la comicità diventa racconto di una storia, una storia in cui tutte le sfumature di chi la crea entrano in gioco e quindi nessun altro può appropriarsene. Si può solo guardare ed essere contagiati da quel modo di vedere il meraviglioso dovunque. E ridere di quella risata che fa migliore la vita.

Purtroppo lo show è davvero intraducibile. Credo che le battute che ho riportato siano comprensibili, e comunque quelle posso tradurle se volete, ma per il resto, mi pare un’impresa titanica. Per chi conosce l’inglese, inserisco il video. Come ho detto, esiste un DVD, ma a quanto ne so, non è proprio la versione integrale dello spettacolo (per quanto vale la pena comunque), mentre questa dovrebbe esserlo.

Today is review day and I wanted to talk about A Night at the Met. Actually, it is reported as a film (on Wikipedia), because there is a DVD version, but it’s not a film, it’s one of the first important comedy shows of Robin Williams, and the first in which he held a stage as prestigious as the Met, the Metropolitan Opera House di New York.

The problem is: how do you write a review of a comedy show?

That he moved on that stage with the grace of a butterfly, it’s something I’ve already mentioned in a previous post. We’ve seldom seen him dance and sing, but he was surely able to, although he usually hustled up just a few notes or a few steps. However, the Swee’ Pea’s Lullaby, the Sailin’ ballad and the musical portrait I Yam what I Yam, all taken from Popeye (and the last one has much of a self-portrait, I think) would have been enough to remind me for all my life, even without the Ramon of Happy Feet  and the Genie of Aladdin, that boy, he certainlycould sing. And everybody knows he did whatever he wanted with his voice. It wasn’t a “mere” music instrument, not just that, I mean. He could mimic noises, sounds, accents, languages, personalities, he was able to grasp and perfectly reproduce all tone shades of a stranger from his audience in just a few seconds. He could be extremely harsh and extremely sweet, icy and empathic, funny, furious, submissive, shy and full of confidence. He could make you feel endless joy, or all the pain in the world. And it wasn’t just his voice. His entire body, including his face, was an instrument.

Even here, in A Night at the Met, he starts to sing just a few notes, in imitation of Pavarotti and Placido Domingo (!), inspired by the setting, amid carts, ancient armours and crystal chandeliers that weigh as much as a blue whale (“I’d like to thank Imelda Marcos for her earrings“). The rest are flights of imagination and fancy, so many of them, and then sudden dives into reality, even the most crude, with that uncommon ability to read it and return it transformed into something else, something entirely his own (“They’re talking about partial nuclear disarmament. this is also like talking of partial circumcision. A strange thing. You either go all the way or fuckin’ forget it”).

Many years later, RW would have admitted that the only real addiction in his life had always been to the laughter of his audience. I can well believe it. The little boy who used to give a different voice to each of his toy soldiers to feel less lonely had found out soon enough that this could do the trick for others as well, and heal their wounds as it had done with his own.

I’ve thought at times that I didn’t have any sense of humour. There are so few comedians that make me laugh, very few indeed, I can name 4-5 at most, all of whom are “dated”. I may be strange, but what I’ve realised is this, for someone to really make me laugh till I cry, they must have known pain. Which is something quite different from clown sadness, another thing altogether (indeed, I’ve never liked clowns). We are talking of people who deeply know their emotions, both positive and negative, who are able and willing to come into deep contact with their innermost part, and use for others all that they know of themselves.

I could tell you I was rolling in laughter when RW improvised an exchange of roles between a football trainer and a choreographer. That although Mr. Reagan belongs to history by now, the impression of him becomes universal, not so much a parody of a particular character, as satire against the man of destiny rhetoric in general. That the parties regarding alcoholism are moving and almost dramatic if you know where they some from, and yet I for one cannot help laughing, and thinking that once again, laughter puts frightening and painful situations into perspective, back on a human scale, until the crushing, scary problem turns into something that can be faced and dealt with.

I can tell you all this, but I cannot put down in writing the insuppressible personality that fleshes out jokes, which, if told by someone else or written down, wouldn’t be as much effective, maybe. Because here, comedy means telling a story, and a story in which all facets of the person who’s creating it come into play, so that no one else can take it for their own, although in another sense, it belongs to everybody. We can just watch and be infected by that way of seeing wonder everywhere. And laugh, with that laughter that makes life better.

Here I’ve posted (above, after the Italian version) what I think is the full version of the show from Youtube, there is a DVD but, as far as I know, not all parts of the show are included (although I think it’s worth it anyway).

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20 Pensieri su &Idquo;A Night at the Met

    • Grazie Sid, sono felice che ti sia piaciuta perché rappresenta molto per me. Ho recensito anche tutti i suoi film precedenti, da “Popeye” in poi, perché nel mio piccolissimo, se posso contribuire anche per una parte microscopica a farne capire la grandezza a qualcuno che magari lo conosceva meno, mi sento, diciamo, in qualche modo utile 😀
      Ciao
      Alexandra

    • Sono d’accordo quasi su tutto, non sul tragico, anche se può sembrare strano, a dirlo adesso. Ma vedi, credo che si sia finito troppo spesso per leggere tutta la sua vita alla luce della sua morte e credo che questo non sia giusto nei suoi confronti. Sensibile, malinconico, empatico, di una bontà fuori del comune, attento agli altri. Ma anche allegro, spiritoso (anche al di fuori del set, a quanto dicono quelli che lo conoscevano), riservato, taciturno, intelligentissimo, capace di godersi ogni istante, innamorato del suo lavoro… Un’infinità di cose che gli hanno permesso di dare tanto perché aveva tanto dentro.
      E come ho scritto tempo fa, magari mi sbaglio, del resto mica lo conoscevo di persona, anche se mi sembra quasi che sia così, ma penso piuttosto che sia più giusto leggere la sua morte alla luce della sua vita. Un gesto di libertà infinita, fatto con piena consapevolezza, perché non avrebbe più potuto fare quello che amava e dedicarsi ai suoi, ma anzi, avrebbe avuto bisogno di essere assistito e questo secondo me non avrebbe potuto sopportarlo. Questo, sono d”accordo, è tragico. Ma non lui, lui non lo è mai stato.
      (scusa il fiume in piena, ma come avrai capito, ho più che un debole, diciamo…)

      • Anzi, ho letto con attenzione e condivido. Pensa che non mi riferivo al suo addio al mondo, ma ad una mia sensazione: ho sempre trovato grande malinconia nei suoi occhi dolcissimi, e squarci di dolore anche nei suoi momenti più comici.
        Del resto, un uomo con tanta capacità di trasmettere emozioni, non può che essere un uomo complesso e dalla sensibilità non comune.
        Piace tanto anche à moi.

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