IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Parte I Inizio del Capitolo I

Immagine presa da qui

PRECISAZIONE: i due estratti che avevo postato in precedenza costituivano l’introduzione, qui entriamo nel vivo dell’argomento “eroe” 😀

PARTE PRIMA – STORIA DEI CARATTERI EROICI

CAPITOLO I – I primordi: l’eroe sciamano

Quando Propp parla degli aiutanti, ne individua tra l’altro quattro particolarmente legati al ruolo dell’eroe come “sciamano”. L’“uomo del fiume”, l’“uomo della montagna”, l’“uomo della foresta”, il “signore del gelo” rappresentano evidentemente le forze della natura, e la loro sottomissione all’eroe è la sottomissione della natura. Infatti senza il sostegno dell’uomo anche il signore della natura perisce, e in cambio di questo sostegno egli fornisce il suo aiuto[1].

Esistono dei miti nei quali l’eroe crea o contribuisce a creare il mondo, fa nascere boschi, fiumi e montagne, in una parola dà origine alla natura. Alla luce del ruolo dell’eroe come sciamano, Propp ritiene che vi sia un collegamento tra questa sua prerogativa e le fiabe nelle quali appare la fuga mediante lancio di oggetti (il pettine o pezzo di legno che diventa bosco, il sasso che diventa montagna, ecc.).

Vedremo che la qualità di eroe richiede sempre, nelle sue pur diversissime espressioni, la capacità di raggiungere un “altro mondo” che ha evidenti riferimenti al Regno della Morte. Questo passaggio  è strettamente collegato ad una richiesta, perlopiù impossibile, che viene fatta all’eroe da qualcuno, e che necessariamente implica il ricorso a mezzi soprannaturali: sono quelli che Propp chiama i “compiti difficili”.

Tuttavia non è nel mondo “di là” che vengono affidati all’eroe questi compiti sovrumani: il signore del “regno di là”, strega, fata, vento, animale o altro, assume il ruolo del donatore, ovvero il mezzo con il quale l’eroe viene in possesso di un oggetto o di un aiutante magico. Questo dono (che consentirà poi l’assolvimento del “compito difficile” gli viene dato in genere gratuitamente. Talvolta deriva dal fatto che l’eroe è stato gentile con un essere fatato (ha aiutato ad esempio una vecchina che si è rivelata una fata), ma più spesso non viene spiegato, e non avrebbe in effetti necessità di essere spiegato. Il fatto, ad esempio, di conoscere la magia che apriva la porta della capanna, il “sacrificio” alle belve che impedivano l’accesso (è ricorrente anche in Italia l’idea di gettare del pane unto d’olio ai cani, o della carne ai leoni custodi), l’aver mangiato il cibo ecc. sono altrettante prove che l’eroe ha superato. Talvolta egli sa tutte queste cose perché un precedente “donatore” o aiutante gli ha spiegato cosa fare, ma di norma egli sa già tutto “perché è l’eroe. Il suo eroismo consiste anche nella sua magica conoscenza, nella sua forza”[2]. Del resto, se accettiamo l’idea di Bettelheim per cui aiutanti e donatori non sono in realtà che proiezioni di particolari qualità del protagonista della fiaba, questa importantissima caratteristica dell’eroe come colui che ha la “conoscenza magica” e la forza di piegare la natura ostile non viene smentita neppure nel caso che egli scopra il modo di superare le prove grazie a queste figure.

Dunque, se in origine al cacciatore è possibile entrare nell’altro regno grazie alla sua forza, in seguito, vengono elaborati dei sistemi di verifica delle “virtù”, e tra queste può anche rientrare la capacità appunto di svolgere un compito difficile. Questo compito può essere necessario per entrare in questo mondo “altro” (ad esempio, per poter entrare nel castello fatato occorre gettare il pane ai cani, attendere che i leoni custodi abbiano gli occhi aperti, perché quando li hanno chiusi vuol dire che dormono, non parlare con nessuno, per quanto la tentazione sia forte, e così via), oppure viceversa può essere una sfida lanciata avente proprio lo scopo di far sì che l’eroe dimostri di essere stato nell’”altro regno”: così, se il re ordina di “andare non-so-dove a prendere non-so-cosa”, è evidente che per risolvere il problema l’eroe dovrà rivolgersi al sovrannaturale, dovrà, in sostanza, dimostrare il proprio potere sulle forze della natura, incluse quelle più oscure della morte. Quasi tutti i compiti impossibili, tutti forse, hanno in comune questo: la prova di aver affrontato e vinto le forze benefiche come quelle malefiche che sono alla base del benessere o della sventura del popolo al quale l’eroe appartiene.

Col tempo queste qualità vengono in identificate tout court con quella forza morale, che, appunto, sola consente di vincere non solo e non tanto la forza fisica, quanto l’oscurità, la paura, l’orrore che ancora oggi, in un mondo tanto cambiato, resta dentro di noi forse dettata in realtà dall’angoscia per la nostra stessa parte oscura, l’unica che ancora non sappiamo non solo dominare, ma neppure conoscere. Infatti solo conoscendo e accettando questa parte possiamo sconfiggerla, come tutte le fiabe e le varie saghe sulla lotta del bene contro il male vogliono in realtà insegnarci. In “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, alla fine Dumbledore (il Professor Silente) dice al protagonista che in fondo insegnargli l’”Occlumanzia” per impedire a Voldemort di entrare nella sua mente e impadronirsi dei suoi pensieri non era poi così indispensabile: alla fine è stato il tuo cuore a salvarti, quella forza che Voldemort conosce ma sottovaluta, e che è quella che invece Harry possiede in misura superiore a lui.

Il fatto di poter entrare nel Regno della Morte e tornare indietro poi tra gli uomini si ricollega strettamente all’idea dell’eroe come “sciamano”. Una delle più affascinanti e sfaccettate manifestazioni di questa capacità è la lotta contro il drago che, correlativamente, è una delle figure più multiformi della storia dei racconti mitici, fiabeschi e leggendari.

Il rapporto estremamente complesso che esiste da sempre tra il drago e l’eroe, e che non è che una delle espressioni del rapporto dell’eroe con le forze della natura, è ben espresso da Propp quando osserva che (nella fiaba russa, ma in realtà il concetto può applicarsi senza differenze ovunque) l’eroe è il nemico di sempre del drago, che sa della sua esistenza e sa anche che perirà per mano sua: “In tutto il mondo non ho altro nemico che il Principe Ivan…”[3].

Questo rapporto percorre con la stessa complessità, le stesse contraddizioni, gli stessi aspetti oscuri, tutti i tempi dagli sciamani fino ai giorni nostri.

Tra i Greci Apollo, sconfitto e ucciso il Pitone, oracolo della Terra, ne ereditò le virtù profetiche, ne assimilò la forza, “giocò coi serpenti, figli prediletti della terra”: e così Apollo, dio della luce, accolse dentro di sé la notte e la sua potenza[4]

Ed Ercole non ha forse iniziato la sua “carriera” di eroe, quando ancora era in fasce e si chiamava Alceo, uccidendo i due serpenti che il padre Anfitrione aveva messo nella sua culla e in quella del fratello gemello per metterlo alla prova e svelarne così la natura divina?

E se veniamo a quello che è oggi il più famoso eroe fiabesco, possiamo vedere che Voldemort, il nemico di Harry Potter, sapeva già prima ancora che Harry nascesse, che quello era il nemico che avrebbe dovuto distruggere per poter sopravvivere. Voldemort non è un drago ma ha una stretta relazione con i serpenti (ed è interessante il fatto che anche Harry ha questo rapporto, fin da piccolo sa parlare con i serpenti).

Serpente e drago spesso si confondono, e fin da epoche antiche. Atena affiderà a Cecrope, mezzo drago e mezzo uomo, l’unico “figlio” Erittonio, il primo uomo, destinato ad essere re di Atene, nato dal desiderio di Efesto che le ha lanciato contro il proprio seme: ed Erittonio, nascosto in un cesto che nessuno dovrebbe aprire, è protetto da un serpente che lo avvolge tra le sue spire[5]. Le figlie di Cecrope, disobbedendo al divieto, terrorizzate si gettano dalle rocce sull’Acropoli, poiché l’occhio umano non può sopportare, senza morirne, la vista della natura divina delle cose. A meno che, appunto, non si tratti dell’occhio di un eroe.

Il mostro divoratore (che diventerà poi il drago) è in stretta relazione con il rito iniziatico, osserva Propp. In questi riti il neofita veniva quasi sempre “inghiottito” sotto varie forme e poi “risputato fuori” come uomo nuovo, avendo acquisito qualità di grande cacciatore, forza magica, ecc. Dunque il collegamento con il ruolo di sciamano ne risulterebbe confermato

L’inghiottimento ad opera di un animale viene poi sostituito da quello ad opera dell’acqua: chi ha il coraggio di nuotare in uno stagno dove si trovano gli spiriti (o i draghi) oppure nel mare riceve da questi esseri virtù particolari di sciamano. Mentre la funzione di inghiottitore del drago non è in stretta connessione col suo aspetto (possono essere tali anche pesci, lucertole, uccelli ecc.), la sua caratteristica di signore delle acque è al contrario legata alla sua natura di serpente prima e di serpente-drago poi[6].

Da questo “inghiottimento” l’eroe riporta selvaggina (il potere sugli animali) o frutti della terra e più tardi facoltà taumaturgiche e medicinali, il fuoco, l’arte di modellare la creta… Potrebbero spiegarsi in questa luce anche i miti di Cronos che divora i propri figli (e inghiottendoli conferisce loro il proprio carattere divino) e di Giona che uscendo dal ventre della balena ha acquistato facoltà profetiche[7].

La ferocia del drago convive dunque con gli aspetti benefici. Il dualismo, carattere essenziale di questa figura, viene da lontano. E’ lo stesso carattere doppio del serpente, che è il protettore di Erittonio tanto quanto il mostro ucciso da Eracle. E questo dualismo si fonde nel Pitone ucciso da Apollo, che l’uccisore sostituisce nel potere divinatorio e nella potenza ricollegata in origine alle forze primordiali.

In seguito però l’accesso al Regno della Morte viene identificato con il viaggio verso un luogo lontano piuttosto che con l’entrata nell’animale totemico, e l’inghiottimento perde la sua funzione. A questo regno si giunge talvolta ugualmente nel ventre di un animale, perché il nesso con i riti arcaici esiste ancora, ma il senso dell’utilità, del beneficio di questo è andato perduto, e l’animale che ingoia è diventato comunque un nemico pericoloso.

Questa forma di “eroismo magico” di colui che entra nel ventre del mostro per trarne forza viene così col tempo sostituita dal valore e dal coraggio individuale. Il mostro diviene una raffigurazione del male e l’eroe è colui che lo uccide. Il passaggio avverrebbe dunque dall’eroe che viene ingoiato e poi “eruttato”, all’eroe che si lascia ingoiare (di solito per essere trasportato nel “regno lontano”) ma poi uccide il mostro (v. Assipatte, fiaba evidentemente molto antica); infine, il personaggio si sdoppia, e colui che viene inghiottito dal mostro è la “vittima” che l’eroe dovrà salvare uccidendo il mostro. Questa uccisione avviene dapprima pur sempre dall’interno, come appunto nella leggenda di Assipatte; in un secondo momento la lotta tra drago ed eroe avverrà invece soltanto dall’esterno, senza più alcun “inghiottimento”.

Un’altra ragione per questa trasformazione dell’essere amico in nemico potrebbe risiedere secondo Propp nel già menzionato carattere acquatico del drago: il drago è colui che governa le acque presso molte popolazioni antiche, dalle quali è considerato un essere temibile e spaventoso ma fondamentalmente benefico, appunto perché regola il corso delle acque e dona la fertilità.

Con il passaggio ad un’economia agricola più stabile e alle prime pur rudimentali forme di stato, gli antichi animali totemici vengono sostituiti dagli dei antropomorfi che ne assumono le funzioni, tra cui in particolare quella di dispensatori di acqua: nei miti spesso la lotta col drago è messa in rapporto con un abuso che egli ha fatto del suo potere, scatenando alluvioni o siccità, e questo avviene anche in molte fiabe, non solo russe[8].

A parte le ragioni socio-economiche, tuttavia, sembrano sfuggire a Propp i nessi derivanti dalla mutata concezione della morte: man mano che la società si evolve, anche il rapporto con la morte diviene sempre meno naturale e accettabile. Oggi sarebbe forse difficile pensare ad una fiaba in cui la fanciulla varca effettivamente il regno dei morti e viene riportata indietro: anche per questa ragione il salvataggio avviene quasi sempre “prima” che la vittima venga divorata.

Il drago passa nella fiaba in questa concezione tarda di terrore del regno dei defunti, divoratore dei morti, vinto il quale l’anima può infine raggiungere la beatitudine eterna.

A questo punto il divoramento si è trasformato in qualcosa di ripugnante, e diviene anche “punizione” dando a tutto il motivo una sfumatura moralistica[9], pur convivendo con il diverso aspetto del combattimento.

E’ per questo che, come vedremo, uno dei fondamentali caratteri eroici del protagonista delle fiabe sta nel superare la paura della morte: quando il rapporto con la morte era più naturale, ciò che contava era piuttosto il fatto di “superare un confine”, perché da questo derivava una speciale protezione e benefici straordinari per il popolo. Quando invece la morte è divenuta un orrore da cui tutti fuggono, chi non fugge è “eroico”.

Ma l’aspetto forse più interessante è un altro. Se è vero, come afferma Propp, che l’espulsione dalle fauci del drago rappresenta anche la nascita dell’eroe, ne deriva che il drago è anche il padre, l’antenato, o comunque in qualche modo l’origine dell’eroe. Nell’ultima fase colui che è nato dal drago, cioè l’eroe, uccide il drago. Anche in questo caso, da alcuni riferimenti si può dedurre che il drago o lo spirito acquatico conferiranno al nuovo nato la propria forza e la propria natura[10]. In questo modo si giunge alla conclusione che il drago è ucciso da un essere della sua stessa specie, forse perché l’antica concezione del drago benefico non è del tutto scomparsa e questo drago combatte allora contro il drago-mostro temibile[11]. In sostanza, la sconfitta del drago, non diversamente da quella dell’orco o dal gigante, rappresenterebbe la conquista della propria autonomia, del proprio potere, da parte dell’eroe-figlio, ovvero il passaggio da una generazione a un’altra. Il drago non è più capace di dominare le forze della natura, di portare benessere alla sua gente, al contrario diviene una minaccia, e il suo posto è preso dal suo erede più giovane.

Questo spiegherebbe anche perché solo l’eroe, che appunto ha la stessa natura del drago, è in grado di sconfiggerlo. Diventa ancora più evidente, in Harry Potter, il motivo dello stretto legame tra Harry e Voldemort. Harry è nato in modo “normale” ma è stato comunque “marchiato”, sia dalla madre che lo ha protetto con la sua morte, sia dallo stesso Voldermort che tentando di ucciderlo senza riuscirci gli ha trasmesso i suoi poteri.

Partendo dall’analisi psicologica, Bettelheim giunge a conclusioni simili. Qualsiasi bambino, egli osserva, sogna di essere al posto del padre e avere per sé l’attenzione esclusiva della madre; tuttavia ovviamente lo spaventa l’idea di vivere senza la protezione del padre e anche la sua vendetta se conoscesse i suoi pensieri. La storia dove l’eroe uccide il drago (o altro mostro) e salva la principessa lo conforta a più livelli: gli dice che in realtà non è il padre con cui egli vuole combattere, ma un drago malefico; che non è la madre che egli vuole, ma una donna magnifica che certamente incontrerà; che, lungi dal doversi sentire in colpa per le proprie fantasie, egli può identificarsi con l’eroe, che è sempre giovane e innocente come lui, oltre che dotato di quelle qualità appunto “eroiche”[12].

Da questo punto di vista la lotta contro il drago non è altro che la lotta contro il padre (o l’antenato, che è lo stesso), volta da un lato a superare il proprio conflitto edipico, dall’altro ad asserire la propria indipendenza e mostrare il proprio valore e quindi la capacità di “prendere il posto” del padre, o, in altre parole, di assumere il proprio ruolo di adulto. “L’eroe”, dice Calasso, “diventerà egli stesso il nuovo mostro… Quando l’eroe affronta il mostro, non ha ancora potere, né sapienza. Il mostro è il suo padre segreto, che lo investirà di un potere e di una sapienza che sono soltanto di un singolo, e soltanto il mostro gli può trasmettere[13].

Per questo allora il drago e colui che lo combatte hanno in realtà la stessa natura, per questo il drago sa fin dall’inizio chi sarà il suo nemico, e per questo solo l’eroe può sconfiggere il drago. La “marcatura” dell’eroe non pregiudica allora né la sua umanità, né la possibilità per il bambino di identificarsi con lui, che è anzi lo scopo stesso della storia. Non è perché l’eroe è speciale che può sconfiggere il drago, ma perché solo un figlio può prendere il posto del padre.

[1]Vladimir J. Propp, Le radici storiche dei racconti di magia, Ed. Newton, Roma 2003 p. 302-305

[2]Ibidem, p. 200

[3]Ibidem, p. 341

[4]Pietro Citati, La mente colorata. Ulisse e l’odissea, Mondadori, Milano 2002, p. 19

[5]G. Mascioni, op. cit., p. 88

[6]V. Propp, op. cit., p. 374

[7]Ibidem, p. 349

[8]Pp. 375-378

[9]P.393

[10]p. 395

[11]Pp. 396-7

[12]B. Bettelheim, op. cit., p. 110

[13]R. Calasso, op. cit., p. 383

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14 Pensieri su &Idquo;IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Parte I Inizio del Capitolo I

  1. Articolo interessante e di grande approfondimento.
    Le fiabe, specie le classiche, lette da occhi adulti, sono estremamente inquietanti e, da maestra, non vado mai “oltre”. lascio che godano dell’intreccio e del lieto fine. La fortuna per i bambini sta nel sapersi fermare all’individuazione delle categorie di Propp, di tifare per l’eroe buono, di amare l’aiutante, di farsi affascinare dal mezzo magico e di rifiutare l’antagonista. C’è comunque una speciale attrattiva per il mostro e per la paura che genera. Però Cappuccetto Rosso per i bambini resterà la bimba buona e ingenua di sempre, nonostante sia stata ingoiata dal lupo. Pochi bambini penseranno che il lupo le ha trasmesso i poteri della furbizia e della cattiveria.
    Buona serata, ciao
    Marirò

    • Grazie, certo, sono d’accordo con te, le fiabe servono ai bambini anche (e forse soprattutto) perché “tifano” per i buoni e pensano che “valga la pena” di comportarsi come loro.
      Il lieto fine è essenziale perché bisogna che i bambini credano che potranno diventare adulti e che crescere avrà degli aspetti positivi, tra l’altro.
      Io credo che poi, i bambini sappiano, o meglio sentano, di avere anche delle parti che “somigliano” a quelle dei cattivi, si identificano anche in loro, e non è un caso che molti cattivi delle fiabe siano in realtà personaggi piuttosto affascinanti e spesso ambivalenti (sia nel senso che ci sono moltissimi lupi buoni, pirati buoni, draghi buoni, ecc., sia nel senso che proprio i cattivi possono poi “piacere”.
      e credo che questo sia altrettanto importante perché se il cattivo della storia viene sconfiitto, il bambino comunque sa può vincere le parti di lui che non gli piacciono (e poi, quando crescerà, ci sarà il tempo per rivalutare qualche “cattivo”).
      Tutto questo senza tanti discorsi e paternali, ma con il linguaggio simbolico che penso che i bambini capiscano benissimo.
      Detto questo, probabilmente la mia antipatia vivissima per Cappuccetto è forse in parte alla base del mio amore viscerale per i lupi 😉
      Grazie del perziosissimo commento da “persona coinvolta” 🙂
      Buona serata anche a te
      Alexandra

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