IL PAESE INFELICE – PARTE I, Capitolo II (L’eroe greco), introduzione

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            Gli antichi greci definivano l’eroe come “un uomo un tempo vissuto nell’eccezione e che la morte ha consacrato”[1]. Il rapporto dell’eroe con la morte sembra tornare come il riflusso insistito di un’onda sempre uguale. In qualche modo i due elementi sono inscindibili.

            L’eroe greco, naturalmente, ha mille facce. E’ il generoso e istintivo Achille, facile alle “ire funeste”, che peraltro lo colgono quando viene colpito negli affetti più cari, che vive in modo ardente. E’ il dolce, sfortunato Ettore, forse il più amato dell’Iliade, l’uomo che combatte e uccide perché sa di doverlo fare, ma odia la guerra, e al sangue preferisce i gesti di tenerezza verso la moglie e il figlioletto. E’ Prometeo, il Titano orgoglioso, ribelle e gentile, che sceglie di disobbedire a Giove per amore degli uomini e ne sopporta senza mai lamentarsi l’atroce castigo. E’ il chiassoso, eccessivo, prorompente Eracle, che ride e mangia, del tutto ignaro, nella casa di Admeto quando si piange Alcesti, ma poi non esita ad andare dritto nel regno di Thanatos e strapparle la sua vittima a bastonate.

            Il tempo degli eroi è breve: si apre con il ciclo di Creta e si conclude nel giro di poche generazioni con il massacro della guerra di Troia, in cui la morte di tanti eroi, tanto troiani quanto greci, non è altro forse che l’espressione poetica, metaforica, della scomparsa dell’idea stessa di eroe, benché le conseguenze delle loro imprese abbiano costituito il fondamento della civiltà greca per l’intero corso della sua esistenza.

            Il tempo degli eroi è quello in cui Zeus ha concesso agli dei di congiungersi con gli uomini: gli eroi sono appunto il frutto di questi rapporti, pericolosi come lo sono e lo saranno tutti gli incontri tra esseri appartenenti a mondi diversi: tra fate e uomini, tra streghe e demoni, tra principesse e draghi.

            Quando gli eroi, lottando con i mostri, sconfiggendoli e prendendone il posto come dominatori della natura, mediatori tra terra e cielo, finiscono per imitare gli dei come Apollo, Zeus intravvede il pericolo: non può permettere che questi uomini diventino i dominatori della terra e delle acque, dunque devono morire, devono estinguersi. E mentre decide questa sorte che li colpirà tutti indiscriminatamente, ne fa anche un’occasione di massima gloria per un singolo individuo, Achille. La gloria di un eroe diventa inevitabilmente la gloria di tutti gli eroi. Per la prima volta le gesta degli uomini saranno cantate dagli aedi, e così vinceranno il tempo e la morte.

            Ma la brevità di questo tempo non impedisce che vi si concentrino tutti questi individui così profondamente diversi, ciascuno con il suo proprio, personalissimo modo di vivere la propria condizione di eroe.

            La prima caratteristica, inerente al concetto stesso di eroe, che nello stesso tempo differenzia questi uomini, individuandoli, ma anche li accomuna, è l’unicità. Achille, è stato detto, è più di tutti gli altri colui che identifica questo concetto di “unico”, di insostituibile, contro l’idea opposta di Agamennone, l’idea antieroica per cui un individuo vale l’altro. Ma questo carattere “speciale”, unico, è proprio di tutti gli eroi greci. E’ l’unicità di chi appartiene pienamente all’umano, ma è nello stesso tempo illuminato dalla luce divina, dallo “splendore”, sia pure mescolato all’ “ombra della mortalità”. Ed è per questa unicità che gli Eroi non possono essere considerati unicamente nella veste di guerrieri, sia pure grandi, ma come i protagonisti di una vera e propria mitologia[2].

            L’eroe della fiaba, abbiamo detto, è pienamente umano, deve esserlo, in lui anche un bambino deve potersi identificare, e dunque la sua parte “sovrannaturale” non deve impedire questa identificazione. Ma questo non toglie che l’elemento del sovrannaturale esista, e sia anzi importantissimo. Vedremo come l’eroe, anche quello delle fiabe, abbia un’essenziale funzione di mediatore tra due o addirittura tre mondi diversi: il cielo e la terra (e l’acqua), o, se si preferisce, la parte luminosa e quella oscura, la vita e la morte.

            E ancora: l’unicità è anche una qualità pienamente umana, che l’uomo riconosce anche nella cerchia della tribù o della famiglia, la “nascita di un essere messo al mondo da una madre come qualche cosa di meravigliosamente nuovo, mai esistito prima” e che “appare nella mitologia eroica come di provenienza divina”[3]. In questo senso l’idea di uomo-dio non sarebbe altro che una concezione più alta di uomo, quella che anche Bettelheim vedeva come finalità della fiaba: l’accesso ad un grado più elevato di umanità.

            Nell’eroe greco, che è spesso oggetto di un culto non tanto diverso da quello riservato agli dei, e che del resto finisce non di rado per divenire egli stesso un dio, al termine della sua vita, questo carattere individuale/dualistico appare particolarmente evidente.

            E strettamente connessa all’unicità è la complessità. L’eroe, come tutti gli uomini, è unico proprio perché è complesso, non riconducibile ad una semplificazione. Non è neppure solo un eroe: ha una sua personalità, spesso fortemente caratterizzata, e tutt’altro che rispondente ad un ideale di perfezione. Né, sottolinea Kerényi, l’eroe può essere ridotto ad una personificazione di progressi o di ritrovati scientifici, o al nome inventato di un qualche fondatore di città cui si voglia dare lustro. Per quanto sia importante l’origine delle città e delle famiglie, la mitologia greca ha sempre al suo centro l’uomo, più del divino, più delle sofferenze, l’elemento umano in tutte le sue manifestazioni

            Chi sono dunque questi uomini tanto particolari? Com’è la loro vita, cosa li distingue dagli altri?

[1]Grytzko Mascioni, Mare degli immortali, Oscar Mondadori, Milano, 1991, p. 9

[2]Kàroly Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Mondadori, Milano 1989, p. 240-241

[3]Ibidem, p. 247

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14 Pensieri su &Idquo;IL PAESE INFELICE – PARTE I, Capitolo II (L’eroe greco), introduzione

    • Allora, l’idea era di parlare dell’eroe nel mito e nella fiaba dall’antichità a oggi, quindi i Greci, i Romani, i cavalieri e l’eroe cortese e via così, fino a Harry Potter e oltre per intenderci 😀
      Il problema è che mi ero fatta un po’ prendere la mano, ai tempi, e avevo scritto oltre cinquanta pagine fitte fitte a una sola interlinea soltanto per arrivare alla fine dell’età greca…
      Poi avevo affrontato in parte altri aspetti, più legati all’eroe fiabesco, insomma seguendo un po’ l’uzzolo del momento (tieni sempre conto che si trattava di una ricerca prevalentemente a fini personali, l’idea di pubblicarla in qualsiasi forma era abbastanza remota in quel momento. Poi le cose prendono una piega che non ti aspetti…)
      tra l’altro, di eroi greci ce ne sono tanti e sono uno più affascinante dell’altro, hanno poche caratteristiche in comune e per il resto sono diversissimi. io li avevo poi “raccontati” a uno a uno, ma vedremo, comincerò dai primi, poi semmai taglierò qualcosa.
      Il prossimo è Prometeo. Stay tuned 😀

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