Il Ritorno del Fuoco (parlando di Prometeo…)

Immagine dal web

Il cielo è grigio, sconsolato e amaro. E’ quasi notte, e curiose ombre senza scopo camminano con una fretta confusa ma caparbia. Mille obiettivi, perché averne uno solo le costringerebbe a dar conto del loro fallimento, visto che ad un successo non vogliono crederci. Ma avere mille obiettivi confonde la mente e il passo come non averne, il loro incedere precipitoso e sconsiderato si blocca a volte ad un pensiero improvviso, rallenta, riprende, una piccola corsa forsennata, poi recupera il ritmo di larghe falcate inconcludenti.

Due artisti di strada, come moderni aedi, diffondono note mozartiane con una tastiera e un violino. Al grande Maestro la tastiera avrebbe forse fatto accapponare la pelle, ma è già tanto per chi ha solo una manciata di secondi da recuperare alla musica. Scintillanti portatori metallici di suoni mostrano dentro le case la loro bellezza silenziosa: farli suonare significherebbe rubare vita al tempo. Orfeo è morto, il suo capo mozzato non giungerebbe oggi a Smirne culla di poeti, né esisterà mai un altro che sappia accordare una cetra con il solo strumento del suo dolore usando corpo e voce per muovere a compassione le pietre, i serpenti e gli stessi dei degli inferi.

Una grande ombra scompare tra le altre, inghiottita dalla fretta. L’ombra di Prometeo, che, immobile, ascolta la musica.
La sconfinata distesa di luci confonde gli occhi, ma non si può fingere di ingannare la notte con una penombra di fantasmi. Forse il fuoco nel cavo del suo bastone si sta spegnendo. Il calore che rallegrava l’inverno porta ormai solo la devastante distruzione degli incendi. Non più la fiamma della conoscenza, ma l’avido impadronirsi di una verità per farne l’unica possibile, distorta in nome del mantenimento di una gloria apparente fondata sull’inganno.

Ricorda con quanto immenso amore aveva insegnato agli uomini la medicina, l’astronomia, la scienza e la scrittura. Lui l’incanto dell’arte lo conosce bene. Il potere della musica, della pittura, della poesia, che ha voluto dare agli uomini in pegno di speranza. Ma oggi gli uomini non scrivono che di morte, non dipingono che immagini di orrore, non suonano che l’eco chiassoso dei loro incubi.

Dominio, il servo crudele e ossequioso di Zeus si sta prendendo la sua vendetta. Non era servito il suo scherno, allora, né il sadico piacere con cui lo aveva crocifisso alla roccia e aveva guardato compiaciuto l’opera dell’aquila, sperando che divorasse la diversità di Prometeo, che lo rendesse uguale a tutti gli altri dei. Prometeo il ribelle non è mai cambiato, ma ancora l’incubo lo insegue. Non la roccia, non l’aquila, né le ferite del corpo, ché di quelle non gli è mai importato, ma l’incubo dell’inutilità del dolore.

Per un attimo, Prometeo pensa davvero di spegnerlo per sempre, il fuoco che raccolse un giorno dal focolare di Zeus. Era stato divertente giocare il re degli dei. Sì, lo è sempre stato. In tutte le sue sfide, Prometeo si è sempre divertito, per quanto poi gli siano costate, per nulla al mondo avrebbe saputo rinunciare a sorridere della boria e della superbia. Cosa succederebbe adesso se la spegnesse davvero, quella fiamma? Morrebbe forse anche lui con gli uomini? Morrebbero certo le arti e le scienze, e svanirebbero le risate e le lacrime, perché gli dei, da soli, non sanno piangere né ridere, anche se Zeus non lo sa. Forse non sanno neppure esistere, senza gli uomini.

Prometeo è stanco. Per un attimo pensa che non gli importa poi tanto di esistere.
In quell’istante la sinfonia di Mozart finisce, e il quartetto di improvvisati cantastorie attacca l’Inno alla Gioia. Note entusiastiche, anche se forse non tecnicamente perfette, riecheggiano, mentre una bella voce pura di donna intona le parole.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

Una giovane coppia si è fermata, il ragazzo sussurra qualcosa alla ragazza, ognuno dei due svela qualcosa di sé all’altro, le parole servono ancora a offrire senza ingannare, e gli sguardi a incantare senza tradire. Poco lontano un bambino ride. Prometeo sospira appena. Il fuoco, nella canna vuota, si è riacceso.

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4 Pensieri su &Idquo;Il Ritorno del Fuoco (parlando di Prometeo…)

    • No, di Graves ho letto solo The Greek Myths e Io, Claudio (che però qui non c’entra), ma nel primo immagino siano state riprese alcune idee o comunque dei modi di vedere di quello che dici tu, che è precedente (ho fatto una piccola ricerca e tra l’altro ho scoperto che Graves ha scritto anche diversi poemi, non lo sapevo, pensavo fosse solo un critico letterario e studioso di mitologia…)

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