Cadmo e Armonia

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            Il mito di Cadmo e Armonia si pone anch’esso a metà strada tra il mondo degli dei e quello umano, poiché anche questa celebre coppia è considerata a un tempo divina e terrestre. Certo Cadmo  aveva nella sua famiglia un gran numero di dei. Suo padre Agenore si diceva nato da Libia e Poseidone. Libia era figlia di Epafo e dunque nipote della povera Iò, con cui Zeus si era unito sotto forma di toro, e che Era per gelosia aveva trasformato in giovenca. Iò a sua volta era figlia di Inaco, nato da Oceano e Teti. La sposa di Cadmo, Armonia, era ritenuta figlia di Ares e Afrodite, la loro figlia Semele avrebbe dato alla luce Dioniso, l’altra figlia Ino sarebbe stata a sua volta venerata dopo la morte come dea.

            Cadmo era partito dalla casa dei genitori per cercare la sorella Europa che, come Iò qualche generazione prima, era stata rapita da Zeus ed era scomparsa: il capostipite dunque di tanti eroi delle fiabe alla ricerca di una sorella portata via da un essere di un mondo “altro”. Il padre gli aveva vietato di tornare a casa se non avesse ritrovato Europa, “spietato per troppo affetto”, dice Ovidio[1].

            Egli tuttavia non trovò la sorella, e non osando tornare a casa finì per trovare invece la sua sposa e per fondare un regno, quello di Tebe. Seguendo, su suggerimento di un oracolo, una vacca sacra, la condusse al luogo del sacrificio. Tuttavia, per compiere il rito aveva bisogno di acqua, e sulla fonte regnava un drago, figlio di Ares, evidentemente l’originario sovrano di quelle terre ancora selvagge:

“… un serpente generato da Marte, tutto irto di creste d’oro; fiammeggiano gli occhi, il corpo è tutto rigonfio di veleno, ha tre lingue che vibrano, i denti sono disposti in tre file[2].

            Qui la solitudine di Cadmo viene sottolineata come un aspetto del suo essere in un certo senso “primo uomo”: gli altri abitanti della terra, che pure esistevano, erano nati dal fango, esseri così primordiali da non alterare sostanzialmente la solitudine dello stato primitivo. Cadmo si presenta anch’egli come un uomo primitivo: “portava addosso la pelle strappata a un leone, per armi una lancia dalla punta di ferro lucente e un dardo, ma soprattutto, più forte di qualsiasi strumento, il coraggio[3]. Sebbene Ovidio parli di una lancia e di un dardo, sembra che in origine l’eroe non avesse armi, e avesse ucciso il drago con una pietra (le raffigurazioni di Cadmo con la spada sono più tarde).

            Anche secondo Ovidio Cadmo lanciò un macigno: “Quel colpo avrebbe sconquassato una gran cinta di mura con tutte le sue alte torri: il serpente rimase incolume”. Allora l’eroe lanciò il dardo, che il serpente riuscì a svellere dal proprio corpo, ma senza riuscire a strappare il ferro.

Allora sì che gli crebbe la rabbia. Un flusso di sangue gli gonfiò la gola, una bava bianchiccia gli spumeggiò intorno alle fauci pestifere, e la terra rimbombò spazzata dalle squame e l’alito nero che gli usciva dalla bocca infernale ammorbò e infettò l’aria. Ora si raggomitola con le spire che fanno un cerchio immenso, ogni tanto si drizza più dritto di un lungo fusto, ora con impeto travolgente si slancia come un fiume ingrossato dalle piogge e abbatte col petto le piante che incontra”.

            Dai denti del drago, usati come semi, nacque una stirpe di guerrieri armati, alcuni dei quali si uccisero tra loro. I superstiti vennero chiamati Sparti, “i seminati”.

            La sua opera di fondatore si compì con il matrimonio con Armonia, la “unificatrice”, figlia dell’amore e della guerra.

            Alle nozze dei due sposi intervennero tutti gli dei, e fu questo l’ultimo banchetto in cui i due mondi si avvicinarono così tanto. Dopo quel momento, l’intimità tra dei e uomini scomparve, e del resto neppure la coppia che ne fu protagonista ebbe vita felice: Semele volle vedere Zeus nella sua divina potenza, e ne fu incenerita prima di dare alla luce il piccolo Dioniso; la sorella Ino uccise i due figli e si gettò in mare; Agave impazzì e in preda a furia dionisiaca uccise il proprio figlio Penteo; e Autonoe ebbe il triste compito di raccogliere le spoglie del figlio Atteone tramutato in cervo e divorato dai suoi stessi cani per l’ira di Artemide che egli aveva visto durante il bagno.

            Alla fine della loro vita, Cadmo e Armonia ripresero il loro ruolo di dei legati agli inferi, tramutandosi in una coppia di serpenti. Se ancora ci fosse qualche dubbio sul ruolo di signore primordiale della natura che il serpente ucciso da Cadmo doveva avere, basta leggere, ancora una volta, le parole dell’acuto Ovidio. Cadmo è ormai un uomo vecchio, prostrato dalle tante disgrazie che hanno colpito la sua famiglia, e così si rivolge all’amata moglie Armonia:

Forse era un serpente sacro quello che trafissi con la mia lancia ai tempi in cui lasciammo Sidone, e del quale seminai i denti, semi mai visti, nel suolo. Se gli dei si preoccupano di vendicarlo con un’ira così spietata, possa io stesso protendermi, serpente, su un lungo ventre”.

            Cadmo viene subito accontentato e Armonia, per amore, chiede e ottiene di seguirne le sorti. I due serpenti vanno a vivere nel bosco e “Ancora oggi, non fuggono l’uomo né lo aggrediscono per ferirlo. Serpenti pacifici, non hanno dimenticato che cosa furono un tempo[4]

[1]Ovidio, op. cit., pag. 93

[2]Ibidem, pag. 95

[3]Ibidem, pag. 95

[4]Ibidem, pag. 160-63

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9 Pensieri su &Idquo;Cadmo e Armonia

  1. È bello leggere dei momenti in cui il terreno ed il divino si avvicinano. Mi fai venire voglia di riprendere i miei dilettantistici interessi mitologici.
    Parlerai anche di Dioniso, trattando il tema della natura umana e divina, o rimarrà solo una citazione?

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