IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Giasone

Immagine dal web

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Nella complicatissima genealogia degli eroi greci, Giasone si pone come discendente di Deucalione, il figlio di Prometeo, ed è cugino di quell’Atamante che avrebbe sposato Ino, figlia di Cadmo e Armonia, oltre che di un altro glorioso eroe, Bellerofonte.

I Greci antichi ritenevano che molto prima del tempo conosciuto, un “grande artefice, principio di un mondo migliore”[1] avesse creato dal Caos il mare, il cielo e la terra, distinguendo e ordinando ogni cosa. In seguito ebbe origine l’uomo, sia fosse creato da quello stesso “grande artefice”, o che fosse stato Prometeo a dargli la vita, o ancora che fosse nato, come alcuni sostenevano, direttamente dalla terra stessa.

            Si diceva che questi uomini vivessero in una “età dell’oro”, in cui tutti rispettavano la giustizia senza bisogno di leggi e di giudici, la terra produceva spontaneamente i suoi frutti in una eterna primavera, e non esistevano le guerre.

Quando Saturno era stato sconfitto da Zeus, che era diventato re degli dei, era seguita l’età d’argento. Comparvero per la prima volta il freddo glaciale e il calore insopportabile, che costrinsero gli uomini a ripararsi nelle case, e l’uomo fu costretto ad arare la terra per ricavarne i frutti.

L’età del bronzo fu ancora peggiore, un periodo di empietà, di inganni e violenze, e di quello che Ovidio chiama “il gusto sciagurato di possedere”, dimostrando di avere ben chiara l’origine di tutti i mali e di tutte le guerre: “Sul suolo, prima comune a tutti come la luce del sole e l’aria, con cura l’agrimensore tracciò lunghi confini. E non soltanto si pretendeva che la terra, nella sua ricchezza, desse messi e alimenti, ma si discese nelle sue viscere, e ci si mise a scavare tesori, stimolo al male, che essa aveva nascosto vicino alle ombre dello Stige. Così il ferro pernicioso e l’oro più pernicioso del ferro furono portati alla luce: ed ecco, compare la guerra, che combatte con l’uno e con l’altro e squassa con mano insanguinata armi crepitanti. Di rapina si vive…[2].

A questo punto Zeus decise di spazzare via questa stirpe di uomini aggressivi e avidi, e inviò un tremendo diluvio. Deucalione, su consiglio del saggio padre Prometeo, costruì un’arca e con la sua sposa Pirra, figlia di Epimeteo e Pandora, “navigò in balia del mare per nove giorni e nove notti[3], fino a che la pioggia cessò e la piccola barca approdò sul monte Parnaso. Sia Deucalione che Pirra erano giusti e devoti, e Zeus non solo consentì a lasciarli in vita, ma su loro preghiera ripopolò la terra. Infatti un oracolo disse loro di gettare dietro di sé “le ossa della grande madre” (ossia le pietre, intese come le ossa della madre terra), e: “i sassi scagliati dalla mano dell’uomo assunsero l’aspetto di uomini, dai lanci della donna rinacque le donna. Per questo siamo una razza dura e rotta alle fatiche e i nostri atti provano di che origine siamo[4].

Da uno dei figli di Deucalione e Pirra, Elleno (che avrebbe dato il nome di “Elleni” alla stirpe dei Greci) nacque Eolo, il quale a sua volta ebbe tra gli altri lo sfortunato Atamante.

Atamante, che regnava sulla Beozia, aveva sposato in prime nozze Nefele, e da lei aveva avuto Frisso ed Elle. In seconde nozze aveva sposato poi Ino, che era però gelosa dei figli di primo letto del marito, e cercò di liberarsene. I due bambini furono salvati dalla madre Nefele, che donò loro un montone dal vello d’oro, che “li portò attraverso il cielo, superando terre e mari[5]”. Elle cadde e affogò nello stretto che da lei avrebbe poi preso il nome di Ellesponto, mentre Frisso raggiunse la Colchide, dove regnava Eeta, fratello di Circe e della moglie di Minosse, Pasifae. Frisso sacrificò il montone a Zeus e diede la sua pelle ad Eeta, che la appese ad una quercia nel bosco sacro ad Ares.

In seguito Ino e Atamante ebbero altri due figli, Learco e Melicerte; tuttavia quando essi accettarono di crescere Dioniso, figlio di Zeus e Semele, Era infuriata li fece impazzire: Atamante stesso uccise Learco, mentre Ino uccise Melicerte gettandolo in un pentolone d’acqua bollente, per poi gettarsi in mare stringendo il corpo del figlio. Da allora Ino e Melicerte furono venerati come dei, lei col nome di Leucotea (la “dea bianca”, forse una personificazione della spuma del mare), e lui col nome di Palémone. “Questi nomi”, dice Apollodoro, “glieli hanno dati i naviganti, che essi soccorrono nelle tempeste[6].

Nel frattempo un altro figlio di Eolo, Creteo, aveva generato Esone, che divenne re di Tessaglia e a sua volta ebbe per figlio Giasone. Ed ecco come Giasone divenne l’eroe del vello d’oro.

Esone aveva un fratello, Pelia, che si diceva figlio di Poseidone. Pelia usurpò il regno di Esone, e la madre di Giasone, temendo per la sorte del figlio, lo diede in custodia al saggio centauro Chirone, educatore di tanti eroi, che gli insegnò tra l’altro la medicina e forse gli diede anche il nome (Giasone significa “guaritore”).

Divenuto adulto, Giasone si presentò a reclamare il trono, oppure Pelia, ormai al corrente della sua esistenza, lo invitò a presentarsi. Durante il tragitto incontrò Era, in veste di una vecchia, e l’aiutò ad attraversare un fiume in piena, senza riconoscerla, e nel far ciò perse un sandalo. Per ricompensarlo dell’aiuto e anche in odio a Pelia, che non le aveva mai offerto sacrifici, la dea da quel momento fu sempre al fianco di Giasone.

L’apparizione di un uomo con un solo calzare era considerata anticamente di cattivo augurio, poiché si riteneva che egli provenisse da un altro mondo, e avesse lasciato laggiù il sandalo come pegno. In ogni caso, l’oracolo aveva predetto a Pelia che sarebbe morto per mano di un uomo con un solo calzare. Quando ebbe dinanzi il giovane, gli chiese cosa avrebbe fatto se gli fosse stato detto che una certa persona voleva ucciderlo. Giasone, “forse ispirato da Era[7], rispose che lo avrebbe mandato nella Colchide a prendere il vello d’oro, e fu questo il compito che Pelia gli diede.

Secondo un’altra versione, Giasone si era presentato in Tessaglia vestito di una pelle di pantera, i capelli sciolti sulle spalle, un’aria che incuteva terrore a chi lo avvicinava, ma quando Pelia gli aveva chiesto chi fosse, senza riconoscerlo il giovane gli aveva parlato con gentilezza, e gli aveva raccontato sinceramente la propria storia e la propria intenzione di riprendere il trono. Poi era andato a casa del padre, e qui lo avevano raggiunto i fratelli di Esone, Fere (con il figlio Admeto) e Amitaone  (con il figlio indovino Melampo). Questi lo avevano accompagnato al palazzo, dove egli aveva promesso di lasciare a Pelia la vita e anche gli armenti e i campi che aveva tolto a Esone, purché restituisse il regno. Non potendo uccidere un ospite, per di più dirante i festeggiamenti per i sacrifici agli dei, Pelia era ricorso all’astuzia. Aveva finto di riconoscere il diritto di Giasone come successore, ma gli aveva detto di essere perseguitato dall’ombra di Frisso, che in sogno gli chiedeva di recuperare il vello d’oro e riportarlo in Tessaglia. Poiché egli, Pelia, era ormai vecchio, il compito doveva spettare al giovane successore al trono.

Il vello si trovava in casa di Eete, dove “i raggi del sole riposavano durante la notte”[8]. La città si chiamava Ea, probabilmente da Eos, ed era in un certo senso quindi la casa dell’aurora, o del sole, ma anche la casa dell’invisibilità, dunque un regno di Ades, che ben si prestava a nascondere il vello d’oro, custodito da un enorme drago che non dormiva mai.

Per recarsi in questo regno lontano, Giasone aveva bisogno di una nave straordinaria e di compagni che fossero pronti a intraprendere il viaggio verso l’ignoto e un’altra forma di battaglia contro la morte. Si diceva che tutti i più grandi eroi della Grecia avessero partecipato: Argo, il costruttore da cui la nave prese il nome; Linceo, dalla vista acutissima e suo fratello Idas; Castore e Polluce; Telamone (futuro padre di Aiace), Peleo (padre di Achille) e Laerte (padre di Odisseo) Filottete, il grande arciere; Orfeo, la cui musica incantava uomini e animali; Meleagro e Atalanta, e perfino Eracle, Teseo e Piritoo. La nave venne costruita con l’aiuto di Atena, e da essa i partecipanti alla straordinaria impresa si chiamarono Argonauti.

Durante il viaggio verso la Colchide si pone l’episodio delle donne di Lemno, che taluno ha voluto vedere come uno stupro di gruppo[9], ma che ebbe probabilmente tutt’altra natura. Lemno, l’isola maledetta, su cui gli eroi approdarono forse spinti da una tempesta, era popolata solo da donne, che si dicevano colpite da una punizione di Afrodite, che le aveva rese inavvicinabili dai loro uomini per l’odore sgradevole che emanavano. Per vendicarsi dell’abbandono, avevano ucciso non solo i mariti, ma tutti i maschi dell’isola. L’accordo che esse raggiunsero con Giasone e i suoi compagni, quasi un’apollinea composizione dei contrasti in armonia, portò loro il perdono di Afrodite. Tutte le donne ebbero dei figli dagli eroi naufraghi e gli uomini tornarono così a popolare l’isola.

Dopo la nefasta avventura con il popolo dei Dolioni, che gli Argonauti sterminarono per errore, e dopo aver perduto Eracle, abbandonato nella Misia dopo che era andato a cercare inutilmente il suo giovane amante Ila, la nave doveva ormai attraversare quello stretto che, benché identificato con il Bosforo, presenta tutte le caratteristiche di un passaggio verso il regno dei morti. Fu Fineo, re di un popolo della Tracia, a indicare agli eroi il modo di superare le rocce di quello stretto, che si chiudevano al passaggio di qualunque essere vivente, stritolandolo inesorabilmente. Il vecchio re era cieco, e si diceva che avesse avuto da Apollo il dono della profezia, ma fosse stato punito da Zeus appunto con la cecità materiale, che corrispondeva alla vista acuta concessagli nell’oscurità del regno dei morti. La vicinanza di questo popolo al confine col regno di Ades causava a questa vittima del re degli inferi anche un altro tormento, quello delle Arpie, che immancabilmente  venivano a divorargli il cibo, sporcando ciò che rimaneva coi loro escrementi, sì da renderlo immangiabile. Fineo sapeva però che quando fossero giunti questi eroi le sue sofferenze avrebbero avuto termine, poiché essi avrebbero cacciato quegli uccelli della Morte, ed egli avrebbe potuto tornare ad assaggiare il cibo. Così infatti accadde: furono i figli di Borea, i fratelli Calais e Zete, a respingere i mostri fino alle isole che si sarebbero da allora chiamate Strofadi, isole del ritorno.

Il re indovino suggerì ai viaggiatori di far passare una colomba attraverso lo stretto, che si sarebbe richiuso nel tentativo di catturare l’animale e poi subito riaperto: infatti la nave passò, “come una freccia alata”[10] per quell’apertura così precaria. E Apollonio Rodio fa dire agli eroi di Argo che essi si sono salvati da Ades.

Gli uomini dovettero visitare altri popoli, vedere altre terre e affrontare altri pericoli, prima di giungere infine alla corte di Eeta, il figlio del sole. Si dice che questo fosse un re malvagio e sospettoso, certo era già a conoscenza della disgrazia che gli sarebbe venuta dal “suo sangue”, ma non interpretò bene la predizione. Egli temeva infatti non la figlia Medea, ma soltanto lo straniero, con cui vi era un lontano legame di parentela.

Si racconta che di fronte alla richiesta di Giasone, di restituire il Vello alla sua famiglia, Eeta reagisse semplicemente facendo gettare il giovane nelle fauci del drago che custodiva il tesoro. L’eroe avrebbe allora sconfitto il mostro, come già aveva fatto Eracle, da dentro le sue viscere. Altre due prove, che secondo autori tardi Eeta avrebbe aggiunto alla lotta col drago sembrano solo un’estensione di poco significato, tuttavia sono interessanti per la somiglianza straordinaria che presentano con i “compiti difficili” affrontati dall’eroe di tante fiabe anche di luoghi che non si ha motivo di ritenere connessi al mondo mitico della Grecia: dapprima l’aratura magica (coi tori  dagli zoccoli e dal muso di bronzo che sputavano fuoco, e che Giasone avrebbe domato con l’aiuto di Medea, la principessa, la figlia che per seguire lo sposo tradisce il proprio padre); poi, la seminatura dei denti di serpente da cui nascono guerrieri. Il popolo, che ormai parteggia per questo giovane bellissimo e coraggioso, freme al vederlo attaccato da molti nemici, ma egli getta tra loro una pietra, e questo fa nascere una battaglia per cui essi finiscono per uccidersi l’un l’altro. E infine la lotta col drago[11]. Era certo più affascinante la leggenda che lo vedeva domato dall’eroe dall’interno delle sue stesse fauci, ma anche la versione di Ovidio è evocativa: “…il drago eternamente desto, il drago che tutto irto di creste, con tre lingue e denti adunchi, è lo spaventoso guardiano dell’albero su cui scintilla il vello. Quando il figlio di Esone lo ha spruzzato col succo di un’erba soporifera, quando ha pronunciato tre volte parole che inducono placido riposo, che fermano il mare turbato, che fermano i fiumi in corsa, il Sonno scende finalmente su quegli occhi che non l’hanno mai conosciuto[12].

Certo, se pure Medea non aiutò Giasone durante la conquista dell’oggetto della sua ricerca, certamente lo aiutò nella sua fuga. Questa principessa maga, sorella di Circe, sacerdotessa della morte, nipote del re del sole, così vicina a Persefone, che Afrodite aveva acceso d’amore per lo straniero, giunse ad assassinare il fratello Apsirto, tagliandolo a pezzi e gettandolo in mare per ritardare l’inseguimento del padre che certamente si sarebbe fermato a raccoglierne le spoglie. Raggiunto dagli inseguitori, Giasone sposò Medea perché il padre non potesse riportarla indietro. Oppure, secondo la versione di Apollonio, Apsirto avrebbe inseguito e combattuto gli Argonauti, ma la sorella lo avrebbe consegnato a tradimento a Giasone, il quale lo avrebbe sacrificato nel tempio “come un toro”[13].

Quando, dopo varie altre avventure, gli Argonauti tornarono infine a Iolco, scoprirono che Pelia, credendo che la nave fosse andata distrutta, aveva cacciato via Esone. Giasone conquistò il regno, secondo alcuni con la forza, secondo altri grazie alla magia di Medea, che avrebbe resuscitato il padre di Giasone ucciso da Pelia immergendolo nell’acqua bollente e così convinto le figlie di Pelia a fare lo stesso col proprio padre, che invece ne sarebbe morto. Ovidio racconta la storia in modo diverso, forse anche per accentuare le generosità di Giasone: sarebbe stato lo stesso eroe, addolorato nel vedere il padre sfinito dalla vecchiaia, a chiederle “se è possibile (e cosa non è possibile con le formule magiche?), togli degli anni alla mia vita e, toltili, aggiungili a quelli di mio padre![14]. Medea si sarebbe commossa e avrebbe invece promesso di ringiovanire il vecchio Esone senza abbreviare la vita del figlio.

Giasone non si fermò in Tessaglia: mise sul trono il figlio di Pelia, Acasto, e si recò a Corinto con Medea, che vantava un diritto di successione al trono della città. Là essi vissero per dieci anni, poi a Giasone venne offerta la mano di Creusa (o Glauce[15]), figlia di Creonte. Secondo questa versione del racconto, Medea in quanto straniera non avrebbe potuto in realtà regnare a Corinto, né i suoi figli avrebbero avuto alcun diritto su quel trono: per questo il matrimonio parve conveniente a Giasone, che ripudiò la sposa.

Resa folle dal dolore e dalla gelosia, Medea uccise Creusa donandole una veste che le bruciò le carni, poi uccise i suoi stessi figli  Si diceva che Giasone stesso fosse perito per sua mano o che, sconvolto da quanto era accaduto, si fosse tolto la vita; tuttavia la versione più comunemente accettata lo vede vagare per qualche tempo, smarrito e disperato, fino a che un giorno, mentre era seduto sul relitto della nave Argo, ricordando le glorie del passato, venne colpito e ucciso da una trave marcita. Medea invece si sarebbe recata ad Atene, dove avrebbe sposato Egeo e sarebbe rimasta con lui fino a quando, avendo tentato di far uccidere Teseo, figlio di Egeo, fu mandata in esilio con il figlio Medo, che avrebbe dato il nome di Media alla regione in cui entrambi si eran o rifugiati.

[1]Ovidio, Metamorfosi, op. cit., pag. 9

[2]Ibidem, pag. 11

[3]Apollodoro, Biblioteca, op. cit., pag. 21

[4]Ovidio, op. cit., pag. 25

[5]Apollodoro, op. cit., pag. 31

[6]Ibidem, pag. 137

[7]Apollodoro, op. cit., pag. 41

[8]K. Kerényi, op. cit., p. 449

[9]R. Calasso, op. cit., p. 361

[10]K. Kerényi, op. cit., p. 457

[11]Apollodoro, nella Biblioteca, Ed. Mondadori, 1998, pag. 51, fa riferimento alla prova dei tori dalle zampe di bronzo e alla seminatura dei denti di drago, che richiama molto da vicino la vicenda di Cadmo; egli anzi dice che Atena aveva dato a Cadmo solo metà dei denti del drago, e l’altra metà l’aveva data a Eeta. Apollodoro non parla invece della lotta contro il drago: secondo lui Eeta avrebbe progettato di uccidere Giasone e tutti gli Argonauti nonostante il superamento delle due prove loro richieste, ma essi sarebbero fuggiti nella notte con il vello rubato da Medea.

[12]Ovidio, op. cit., p. 255

[13]K. Kerényi, op. cit., p. 464

[14] Ovidio, op. cit., p. 257

[15]Apollodoro, op. cit., la chiama Glauce

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47 Pensieri su &Idquo;IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Giasone

  1. io adoro i miti dell’antichità. I greci ne sono stati gli interpreti migliori. Credo che li abbiano appresi dagli antichi egizi con cui avevano numerosi scambi. Mi chiedo da dove provengano in origine…forse è davvero esistita una civiltà superiore prima della storia così come noi la conosciamo…

  2. La Medea di Euripide è una delle tragedie più alte di tutti i tempi. La portai all’esame di terza liceo (greco) per le prove orali…me ricordo ancora che inizia eitò felàrgus me diaptastai skafòs….ma chi sooooonoooo

  3. L’anno scorso ho regalato a mia figlia il libro” Miti greci per bambini” e proprio un mese fa le ho comprato, sempre in edizione per nani, l’Eneide. Ovviamente il paragone con POLLON l’ha fatto, ma questa è un’altra storia 🙂

  4. Ma quanto hai scritto?? Sono costretta a leggere di nascosto dai padroni cattivi (e potrei pure farlo in un altro orario anzichè sul lavoro, ma almeno mi passa il tempo in quel carcere) ma con i tuoi post non riesco!
    Mi devo mettere a tavolino, rispolverare le nozioni del liceo e ponderare ogni frase.
    E’ un ottimo esercizio di ginnastica per la mente però! 🙂
    Ciao cara, ammiro la tua pazienza con quel guastatore dalla parrucca viola! 😉

  5. molto bello questo post, si legge tutto con piacere perché è come la storia della nostra vita, quella più vicino a noi, che ci appartiene, quella di tutti i giorni che è diventata mito, storia e in fondo, quotidianità. Ogni metafora ci appartiene come parte di noi

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