Sabbia sporca

Immagine dal web

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Questo è di nuovo un racconto di tanto tempo fa. Ho deciso di postarlo ispirata dal racconto Riflessi di Dora Buonfino e in parte, indirettamente, anche dal Blog Action Day di cui ho saputo da Un po’ di mondo, anche se il suo articolo parla di tutt’altra cosa, ma anche questa è la storia di una persona che dalla violenza è stata indotta, per qualche tempo, a nascondersi e tacere. Sempre su suggerimento di Un po’ di mondo, ho deciso alla fine di partecipare all’iniziativa, perché di storie simili a questa, pur con le loro differenze, ce ne sono purtroppo tante, e però è anche importante sapere che anche se la voce si può perdere per un po’, ritrovarla è possibile.

La sabbia, come il mare, apparteneva a memorie lontane, che per anni Stefania aveva tenuto sepolte in angoli di sé quasi irraggiungibili. Poi era venuto il momento di ricordare, ricordare tutto, il mare e la sabbia insieme a quelle altre cose che sotto la sabbia aveva nascosto. Ed eccola di nuovo a Spotorno, Riviera Ligure di ponente, il suo rifugio d’infanzia per sei estati. Invasa già allora da un turismo chiassoso e nevrotico, preda di radioline gracidanti a ogni gol o splendida occasione o errore clamoroso, di iperprotettive madri mediterranee, di bambini grassocci e capricciosi, di adolescenti che palestravano esili bicipiti per ambizioni da amanti latini.

Ma la casa di zia Lina era un’oasi bianca, con sei scalini per arrivare al portone. Una dispensa ricca di cibi misteriosi, e nelle credenze strani oggetti scintillanti che la piccola Nanni non poteva toccare. Odore di legno, di antico, di naftalina, di sicurezza. Mattine domenicali trascorse a messa, con le scarpette chiuse, camicia a maniche lunghe e gonna sotto il ginocchio, anche quando agosto era desertica rabbia spietata e secca che ti asciugava via anche l’anima. Quei giorni in cui la sabbia bruciava.

Sabbia. Manciate prese a piene mani e poi lasciate scivolare giù lentamente, le mani a fare da setaccio, la polvere fine a coprire il corpo. Avvolgersi e nascondersi e rotolarci dentro scomparendo al mondo.

Enrico, suo cugino, la sabbia l’aveva sempre usata per costruire. Fortini, castelli, strade, interi paesi a volte. Un’altra cosa che Stefania adesso ricordava bene era l’ammirazione mista a compatimento con cui all’epoca guardava quelle opere che diventavano ogni anno più perfette, senza però diventare meno fragili. Lei non avrebbe mai avuto la pazienza di studiare i dettagli che rendevano prezioso un oggetto così irrimediabilmente effimero. A Enrico invece piaceva ricominciare da capo ogni volta, sembrava quasi riconoscente al mare che gliene offriva la scusa. Chi te lo fa fare di essere sempre così pignolo, se poi tanto le onde si mangiano tutto, gli aveva chiesto lei una volta. Lui l’aveva guardata per un po’, con uno sguardo da uomo grande. La bellezza di una cosa mica dipende dalla sua durata, aveva risposto.

Stefania aveva continuato a invidiare a Enrico i suoi castelli, e aveva continuato a rotolarsi nella sabbia, spesso ritrovandosi i granelli in bocca, tra i capelli, nel costume.

Poi, un giorno aveva smesso. Di colpo. Quando aveva capito che la sabbia non avrebbe coperto le sue ferite per sempre. Labbra spaccate, zigomi tumefatti, e come bruciava la pelle dove lui toccava, perché per lui toccare voleva dire colpire. Da un uomo che conosci, da un padre, non te lo aspetteresti mai. Preferiresti che la sabbia ti inghiottisse, perché se il tuo corpo non esiste più, allora anche le violenze non sono più vere, non sono più reali. E quando la sabbia non era stata più abbastanza, aveva scelto il ballo per non uccidere del tutto il suo corpo, ma annullarne qualunque anelito impulsivo. Era diventata insegnante di danze caraibiche. Che quasi tutti pensavano che fossero così naturali, tutte passione, libertà, istinto, quasi che il cervello non c’entrasse, che ci fosse solo il corpo. Niente di più falso. Ogni movimento era ingabbiato, racchiuso in schemi ordinati e precisi, soggetto a regole rigidissime.

Concentrazione, controllo ferreo della volontà e delle emozioni. Un confine che Stefania era stata ben attenta a mantenere anche con gli uomini. Si era innamorata molte volte, ma non si era lasciata andare mai. Non si era mai fidata. Non aveva mai lasciato che il suo corpo si fidasse.

La paura del buio ha con sé un terrore più sottile, fantasmi che ti crescono dentro e ti mordono le viscere, mani ben note che ghermiscono e lasciano lividi incancellabili. Qualche volta non sono che ombre lievi, e con la luce svaniscono. Altre volte, invece, la luce non arriva, e per farli scomparire devi volerlo molto forte, devi attraversare la notte fino in fondo come un sonnambulo, a tentoni, cercando la strada.

C’era spesso, nei suoi incubi, un tunnel. Giallo, abbagliante, da ferire gli occhi. E lei, annichilita, immobile, si era sempre lasciata risucchiare da quelle violente onde gialle. Solo negli ultimi sogni aveva cominciato confusamente a fare qualcosa, muoversi, toccare le pareti. Non che fosse servito, l’uscita non l’aveva trovata, ancora. Ma adesso era lì, a frugare nella sabbia, a cercare a tentoni la sua strada.

Camminare nella sabbia le era sempre piaciuto, e ancora le piaceva. Era morbida, arrendevole, e nessuno sentiva i tuoi passi.

Era stato naturale allontanarsi dalle persone che le ricordavano la verità cancellata. Aveva rivisto zia Lina ed Enrico forse due o tre volte, in quei quindici anni. Un funerale, un paio di matrimoni. E basta. Così aveva tenuto sotto controllo odio e umiliazione e paura e dolore, anche se le era costato perdere il mare, la sabbia, i castelli. Quel giorno aveva deciso che li rivoleva indietro, che importa se avrebbe dovuto ritirare fuori tutta la rabbia che aveva finto di non avere, rimettere in discussione la pace d’animo e il perdono che le avevano fatto da scudo. Forse si può scegliere anche il proprio passato, o almeno si può scegliere quale parte tenere e quale buttare via. Prima devi riappropriartene, rivolerlo tra le mani. E poi puoi decidere.

Qualche notte più tardi, nel sogno, vide chiaramente, per la prima volta, che il tunnel non era infinito, che l’uscita esisteva Lontanissima, appena intravista, sfocata come un miraggio, ma c’era. Ancora si sentiva a tratti sfinita, fiaccata da quella distanza, spaventata all’idea che forse quella luce l’avrebbe solo potuta vedere e mai raggiungere. Ma una parte di lei sapeva che presto o tardi si sarebbe permessa di sognarsi fuori, sotto il sole, magari vicino al mare, magari tra la sabbia, a rotolarsi non più per scomparire, ma solo per giocare. Forse avrebbe costruito un castello.

Nessun miracolo, questo no. Ma il giorno dopo uscì e comprò un vestito color giallo sole. Le stava bene, il sole addosso.

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25 Pensieri su &Idquo;Sabbia sporca

      • Sì, per fortuna oggi la scrittura è diventata soprattutto libertà e bellezza, più che mezzo di tenere sotto controllo le emozioni. Mi ha aiutato, insieme ad altre cose, davvero a ritrovarmi.
        Soprattutto è importante, come spesso dici tu, sapere che ritrovarsi si può, che le cicatrici che restano, dopo un po’ diventano qualcosa che in fondo ti rafforza e non ti indebolisce. Un po’ come le cicatrici che ci si è procurati andando in bicicletta, che poi diventano memoria non delle cadute, ma del fatto che ti sei rialzato e hai imparato ad andarci benissimo 🙂

      • E’ giusto. Il dolore è una cosa, il vittimismo è un’altra. Il dolore può essere anche vitale, il vittimismo è letale. Tutti noi siamo molte cose e io di persone ferite ne ho conosciute molte. Di alcune non lo avresti mai detto, avresti addirittura forse pensato che avessero avuto tutto facile, da quanto erano solari, poi la ferita veniva fuori in qualche momento, la ferita e la fragilità e i timori, ma tutto temporaneo, Perché la vita è fatta di tantissime cose e a un certo punto ti accorgi che se resti fermo sulla ferita ti perdi tutto il resto 🙂

  1. Bellissimo racconto! Credo che vada proprio bene per il Blog Action Day: l’argomento è vasto e ognuno può declinarlo come vuole! Visto che anche la data è giusta ti basta solo registrare il tuo blog sul sito del Blog Action Day e magari mettere un link o il logo dell’iniziativa in fondo al post…

    • Come dicevo a Dora, c’è molto di “mio” dentro. Tranne per il fatto che non ho mai imparato a ballare. Ho imparato a leggere e rifugiarmi nelle parole, poi ho imparato anche a scriverle. E alla fine ho imparato a ridere, e questa è una delle ragioni, forse, per cui chi mi ha fatto ridere la prima volta è rimasto così importante.

  2. ho i brividi…. mi hai catapultato dentro quei momenti… i ricordi minuziosi che hai della casa rifugio e la descrizione dei vostri caratteri…
    Veramente hai passato con queste tue parole tutte le sensazioni provate sulla pelle… ho letto che è personale quindi non mi permetto di aggiungere altro… teniamoci stretti chi ci fa ridere…
    Sai che il giallo ti dona!

    • Il nucleo centrale è vero, e così naturalmente le sensazioni. Molti sono dettagli ricreati, parte di quel lavoro di cesello che appunto, serve a distaccarsi da certe cose, prima tenendole sotto controllo, poi invece lasciandole andare.
      Oggi per fortuna, il giallo è tornato ad essere sole e non più tunnel, e il tunnel è molto, molto lontano dietro di me.
      Ci sono moltissime cose belle nella mia vita. La scrittura è una di quelle. Il ricordo di quell’uomo straordinario che mi ha, senza mai saperlo, aiutato a togliere la paura dalle emozioni, dolore compreso, e che ha davvero portato la luce nella mia vita, senza abbagliarmi mai ma illuminandomi sempre… beh quello è la cosa più bella di tutte e lo tengo molto, molto stretto.
      Grazie Alessia, davvero 🙂

      • grazie a te per averci regalato le tue sensazioni… sei stata bravissima ed equilibrata! non è sempre facile trovare quella persona che ci rende sereni menomale che è arrivato e continua a starti vicino! sai che è bello come certe persone portino sempre il sole anche se piove?!?!
        sono contenta di avere inciampato per caso nel tuo blog!

      • Come dicevo, non è che mi sia stato vicino, lui non lo ha mai saputo, sono io che l’ho sentito vcino per una vita e ancora oggi. E’ la persona per cui oggi scrivo, a cui sono dedicate tutte le mie cose “nuove” e in un certo senso, forse, anche quelle vecchie.
        Intendiamoci, ho delle persone “fisicamente” vicine che sono un grande sostegno.
        Ma lui resta, nonostante tante cose che lo fanno sembrare strano, la mia fonte di serenità e di forza, il mio sole quando piove, il mio faro nella nebbia, e naturalmente “il mio capitano”, non potrebbe essere diversamente 🙂

      • infatti non conta il fatto che l’altra persona lo sappia, conta quello che rappresenta per noi… a volte la vicinanza fisica, che pure è importante, non ci fa sentire vicini e dentro l’altro come alcuni gesti pieni che vengono fatti! che bella descrizione del capitano che hai fatto!

      • Sì, ecco, è proprio questo, quello che lui rappresenta per me, è una cosa che dico spesso, mi riconosco, mi rispecchio in talmente tante cose che è un po’ come se fossi riuscita ad amare me stessa attraverso un’altra persona, come se, in qualche misura, l’ammirazione sconfinata che ho per lui mi permettesse di essere un po’ più orgogliosa di me stessa. Non so spiegarlo meglio di così, ma adesso che sei “capitata per caso” nel mio blog” (cosa che mi fa piacerissimo ovviamente), vedrai che ne sentirai parlare moltissimissimo (magari anche troppo, ma oggi le mie emozioni cerco proprio di non limitarle più) 😀

      • ed è così bello sentire parlare di queste emozioni vere… che scaldano e accarezzano il cuore… che ci fanno ballare su questo nostro cuore…! bello amare se stessi anche attraverso un’altra persona! non limitarle e chiuderle in gabbia non ci fa bene affatto!

  3. Pingback: Un po’ di emozioni… e una “Dichiarazione Personale” | Almeno Tu

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