Il Rosso e il Nero

Rosso. Nero.

Rosso. Il colore della vergogna. Vergogna di essere morto, o piuttosto di non aver saputo vivere, di aver ceduto alla mano dell’assassino prima ancora che colpisse.

Mi chiamavano Il Rosso un tempo, per via dei capelli, capite. All’età in cui i capelli sono ancora lo specchio dell’anima. Dio mi aveva voluto dare i capelli rossi, dono difficile, e io avevo cercato di essere all’altezza di quel dono. Se anche fosse stato possibile domarli non lo avrei fatto, li avrei lasciati così, lunghi e scarmigliati come una criniera del diavolo.

Ma a sessant’anni i miei capelli non erano più rossi. La gente prese a chiamarmi semplicemente Il Vecchio. Gli uomini giovani hanno bisogno di convincersi che chi ha percorso una strada prima di loro, solo per questo la conosce. I vecchi devono credere che con lo scivolar via dei loro anni, anche la bellezza del mondo scivoli via, fino a perdersi con loro. Gli ultimi anni della sua vita, un vecchio li passa a cercare frasi che somiglino a illuminazioni. Abbastanza facili da ricordare, però, perché altrimenti la testa lo tradisce e i nipoti lo fanno interdire. Gli costa molta fatica, perché alle illuminazioni, lui non ci crede più.

Se parli poco, anche la più indifendibile platitudine prende l’apparenza di una goccia di saggezza centellinata dalla bocca di uno che ha vissuto. Per questo, perché parlavo poco, diventai il Grande Vecchio.

Nessuno può essere soltanto rosso, nella sua vita. E neanche la vergogna dura a lungo.

Così, adesso Nero indaga sul mio assassinio – strano modo burocratico, a pensarci, per definire quello che fa un uomo che entra dentro la tua vita – di quando eri vivo, intendo – e cerca di trovare i perché, i come, e poi, alla fine di tutto, l’assassino. Neanche lui può essere solo nero, dopotutto. Qualcosa del Rosso deve essergli rimasta dentro.

Ma io ho lasciato che il Rosso diventasse vecchio, ho lasciato che gli anni passassero senza che la mia ribellione, la mia libertà di vivere, superasse la soglia della mia tenda di anziano da cui brontolavo, come tutti gli altri della mia età, sui bei tempi che erano passati. Così l’assassino ha potuto colpire, e mi ha colto impreparato, e io di questo mi vergogno.

Non sono sicuro di volere che Nero trovi il mio assassino. Fino a che resterà ignoto anche a me, potrò fingere di non essere del tutto morto, e qualcosa dell’antico Rosso mi resterà appiccicato addosso. Il giorno che lui lo scoprirà, quel giorno io dovrò scomparire, non potrò più evitarlo, perché sarà Nero ad appropriarsi di quello che era Rosso un tempo. E’ questo che non posso perdonargli, e se potessi, se fossi ancora vivo, lo ucciderei prima che possa mettere le mani sull’uomo che mi ha ucciso, e farmi così morire per la seconda volta.

Niente a che fare con Stendhal, ovviamente.  Solo un gioco di colori e parole.

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15 Pensieri su &Idquo;Il Rosso e il Nero

  1. a me evochi Pamuk, non solo per i due colori (“il mio nome è rosso”) ma per l’atmosfera rarefatta che ruota attorno all’assassinio e il rimpianto di vita che ha il morto (anche lui un miniaturista?)
    ml

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