Perseo

Perseo di Canova - foto dal web

Perseo di Canova – foto dal web

Perseo di Cellini - foto dal web

Perseo di Cellini – foto dal web

Se in Cadmo gli antichi veneravano prima di tutto il fondatore di Tebe, e solo indirettamente il suo legame con gli inferi, nella presunta continuazione della sua vita dopo la morte come serpente, Perseo è il primo eroe greco a compiere un viaggio sotterraneo che ricorda molto da vicino quello di molti protagonisti di fiabe.

            Anche di Perseo si narra un’origine divina: dall’unione di libia e Poseidone sarebbe nato infatti non solo Agenore, il padre di Cadmo e Armonia, ma anche Belo, il quale a sua volta avrebbe avuto due figli, Danao (capostipite della stirpe dei Danai, o Greci) ed Egitto, che avrebbe dato il nome alla regione omonima. Danao ebbe cinquanta figlie, che diede ai figli di Egitto fingendo di volersi riappacificare con lui dopo la disputa che avevano avuto per il regno. Ma la prima notte di nozze tutte le spose avevano ucciso il proprio uomo ad eccezione di Ipermnestra, moglie di Linceo, che con lui aveva regnato su Argo. I nipoti di Ipermnestra erano due gemelli, Acrisio e Preto, ostili l’uno all’altro come quasi sempre avviene alle coppie di fratelli greci. Essi litigarono per la sovranità, e al termine della battaglia Acrisio ebbe il regno di Argo, Preto quello di Tirinto.

            Acrisio ebbe una figlia, Danae, e l’oracolo gli predisse che il figlio di lei avrebbe causato la sua rovina: per questo egli chiuse Danae in una stanza di bronzo sotterranea “come una tomba”[1]. Ma Zeus vide la fanciulla, se ne innamorò e la possedette in forma di pioggia d’oro, generando con lei un figlio, Perseo, appunto. Secondo un’altra versione riportata da Apollodoro, invece, fu Preto a sedurre Danae e proprio questa sarebbe stata la causa della discordia tra i due fratelli. Quando Acrisio si accorse che la figlia aveva avuto un bambino, chiuse madre e figlio in una cassa serrata e la fece gettare in mare: anche questa può dunque essere definita una “nascita dalla morte”. Dal mondo sotterraneo della tomba di bronzo, Danae e suo figlio passarono a quello di una tomba tra i flutti.

            Il pescatore Dictis, sull’isola di Serifo, tirò su la cassa con la sua rete: ma sull’isola regnava il fratello di questi Polidette, nome che, come Polydegmon, “l’accoglitore di molti”, è uno degli attributi del re degli inferi. Ancora una volta dunque madre e figlio erano prigionieri di un mondo sotterraneo, un mondo molto vicino a quello della morte.

            Quando Perseo crebbe, per allontanarlo dalla madre e togliere così a Danae la protezione del figlio, Polidette organizzò un banchetto, al quale tutti gli invitati avrebbero dovuto portare un cavallo. Perseo, figlio di una schiava, allevato da un pescatore, non avrebbe certo potuto  portare quel dono, e, umiliato, sarebbe fuggito lasciando la madre in balìa del re.

            Presuntuoso come spesso lo sono gli eroi, Perseo ribatté che gli avrebbe portato la Gorgone: questa aveva il corpo di un cavallo, e in un certo modo era quindi affine alla richiesta del re: ma il suo sguardo trasformava chiunque lo incontrasse in pietra, e questo aveva causato la morte di molti.

            Così, solo e disperato, tradito dal suo impeto d’orgoglio, Perseo si trovava nella situazione di tanti eroi delle fiabe, che promettono di eseguire compiti impossibili e debbono poi far conto sulle proprie forze, aiutati da misteriosi “donatori”, che non sono altro in realtà che l’espressione della loro stessa forza magica, delle loro qualità positive.

            Così Perseo venne aiutato, e anche i magici doni che ricevette dalle Naiadi somigliano molto a quelli di molte fiabe: i calzari alati (come gli stivali delle sette leghe), la cappa che rendeva invisibili, e la borsa che avrebbe contenuto la testa della medusa (quando nelle fiabe si parla di tre oggetti fatati, oltre agli stivali e al mantello, c’è quasi sempre una borsa che può avere diversi usi).

            Le Gorgoni abitavano al di là dell’Oceano, dove inizia il regno della Notte,  mai illuminato né dal sole né dalla luna. Tutte queste descrizioni sembrano indicare il Regno dei Morti. In un certo senso, Perseo doveva penetrare agli inferi per poter sottrarre la madre al potere dell’ “accoglitore di molti”, ossia lo stesso re degli inferi.

            Se si considera che Perseo era anche uno dei nomi del Sole, o, secondo un altro racconto, la moglie del sole si chiamava Perse o Perseide, altra forma del nome di Persefone, dea del regno dei morti, difficilmente si può dubitare di questo triplice rapporto dell’Eroe: con il sole, il mondo “celeste”, con la terra, il mondo dei vivi, e con “l’altro regno”, quello sotterraneo.

            Grazie al mantello datogli dalle Naiadi, Perseo giunse presso le vecchie dee, le Graie, che sole sapevano la strada per arrivare dove vivevano le Gorgoni. Le Graie avevano un solo occhio e un solo dente in comune. Perseo sottrasse loro l’occhio mentre se lo scambiavano, e così le costrinse a rivelargli quella strada. Apollodoro tuttavia non fa cenno delle Naiadi, e afferma che Perseo ebbe dalle Graie i calzari alati e la borsa, oltre all‘elmo di Ade. … che aveva il potere di rendere invisibile chi lo portava[2]. Se l’invisibilità e i doni ad essa connessi sono stati già interpretati come simboli di un rapporto con il regno dell’”aldilà”, qui il rapporto è assolutamente esplicito: non si parla più genericamente di un mantello ma dell’”elmo di Ade”, appunto.

            Atena gli fornì poi lo scudo che avrebbe dovuto guardare per vedere solo il riflesso della testa della Medusa, e così evitare di essere mutato in pietra. Anche la spada con cui egli tagliò la testa del mostro era un dono divino. Dal collo di Medusa ebbero origine il cavallo Pegaso e l’eroe Crisaore.

            Delle tre Gorgoni, Medusa era l’unica mortale. Le due sorelle immortali inseguirono Perseo, ma questi aveva ai piedi i calzari alati (o secondo un’altra versione cavalcava Pegaso), ed era irraggiungibile. Aveva anche sulla testa la cappa (o l’elmo) di Ades, che diffondeva intorno a lui una profonda oscurità: era, dunque, l’unico vivo in un mondo di morti? O la sua invisibilità è un altro elemento che lo avvicina al regno degli inferi?

            Ovidio racconta anche un altro fatto interessante: di ritorno dal trionfo sulla Gòrgone, Perseo, “sospinto da venti discordi per l’immensità del cielo” giunse infine nel regno di Atlante, il quale “Regnava sull’estremo lembo della terra e sulle distese marine che accolgono nel loro grembo i cavalli ansimanti e il cocchio stanco del sole”. Ad Atlante Perseo chiese, in nome della sua stirpe divina e della sua grandiosa (e faticosa) impresa, di lasciarlo riposare un poco. Ma ad Atlante era stato predetto che un figlio di Giove avrebbe rubato i frutti d’oro che crescevano sui rami d’oro degli alberi del suo regno. E’ questa una delle versioni della leggenda del giardino delle Esperidi: male interpretando l’oracolo – sarebbe stato Eracle, e non Perseo, a portare via le famose mele – Atlante minacciò Perseo che, sebbene molto meno forte di lui, aveva un’arma micidiale: la testa della Gòrgone, che mutava qualunque essere vivente in pietra, e questo fece con Atlante:

“Grande quant’era, Atlante diventò un monte. La barba e i capelli passarono infatti in selve, le spalle e le mani sono balze, quello che prima era il capo è il più alto cocuzzolo della montagna, le ossa divennero sasso. Poi, gonfiandosi dappertutto, crebbe smisuratamente in altezza (così decideste, o dèi) e tutto il cielo con le sue tante stelle poggiò su di lui”[3].

 

 Come non ricordare, qui, l’eroe “sciamano”, quello che  non si limita a fondare stirpi, ma crea il suo mondo, innalzando monti e facendo scorrere fiumi dove prima non c’era che il nulla? E come non ricordare, in stretto collegamento, gli eroi di quelle fiabe che nella fuga dalle forze malvagie si gettano indietro oggetti che si trasformano in montagne, fiumi e foreste?

            Secondo Propp, si tratta di un’evoluzione: dall’eroe sciamano saremmo passati a un eroe più “moderno”, il quale trarrebbe però dal primo le sue origini. Ma si potrebbe anche partire da un punto di vista diverso, e pensare che questa capacità di trasformare il mondo intorno a sé, di creare in qualche misura il proprio mondo, non sia un residuo di antiche facoltà sciamaniche, ma una caratteristica intrinseca dell’eroe in quanto tale, presente ed essenziale in tutte le epoche, compresa la nostra. L’eroe modifica il mondo esterno come simbolo della formazione del proprio mondo interno. Perseo sconfigge la Gòrgone, con la sua testa di serpenti e il suo sguardo mortale, sconfigge le forze primordiali della terra e del mondo sotterraneo, e per questo è in grado di costruire anche quello che diventerà il suo ambiente quotidiano, quella che sarà la sua vita nella realtà concreta.

            Volando verso sud, Perseo raggiunge poi l’Etiopia dove, incatenata ad una roccia, scorge Andromeda che sta per essere sacrificata ad un mostro: e quanto Perseo sia un eroe concreto, non privo di senso pratico (almeno se dobbiamo credere a Ovidio) lo si vede in queste circostanze. Al padre e alla madre della fanciulla che si disperano il giovane dice così: “Per piangere potrete avere tutto il tempo che vorrete; per portare soccorso, ci sono pochi attimi”. Poi si sofferma brevissimamente sulle doti che potrebbero fare di lui un degno genero, e conclude, molto semplicemente: “Facciamo un patto: che sia mia se la salvo col mio valore”. E non è in questo  che si risolve alla fine ogni atto di coraggio, ogni ricerca dell’avventura?: se l’eroe se ne dimostrerà degno, potrà ottenere l’amore. A null’altro servono le sue imprese, se non a dimostrare che, prima ancora che della morte, egli non ha paura delle proprie emozioni. E’ ancora lo stesso Ovidio a dircelo, e chi meglio di lui potrebbe farlo, lui che così bene aveva cantato l’eterna lotta per la conquista e la seduzione degli amanti: “Liberata dalle catene avanza la vergine, ragione e premio di quella fatica”.

E non è finita. Sconfitto il mostro dalla testa di cinghiale, Perseo deve affrontare per la fanciulla una prova quasi ancora più difficile: la lotta contro l’armata di Fineo, precedente innamorato di Andromeda, che benché indegno – poiché non aveva osato affrontare egli stesso il pericolo – non vuole adesso cedere la sposa promessa, e attacca Perseo con il suo innumerevole esercito. Nella strage che ne segue, sembra che Ovidio quasi si compiaccia di quel lungo elenco di nomi, benché disapprovi il massacro “per una causa che è un insulto al merito e alla lealtà[4]. Innumerevoli giovani muoiono colpiti dalla spada o da qualunque arma a portata di mano, fino a che Perseo, rimasto solo contro duecento nemici, li vince tutti pietrificandoli con lo sguardo fatale della Medusa. Finalmente riesce allora a portarsi via la fanciulla per tornare a Serifo, dove il banchetto di Polidette non è ancora finito: tanto il tempo, nell’ “altro regno” differisce da quello umano! Con la testa della Medusa egli impietrisce il re e tutto il popolo che gli era ostile, e da quel giorno Serifo è una delle più rocciose isole dell’arcipelago.

            Poi Perseo ripartì per Argo con la madre e Andromeda, e da lì si diresse in Tessaglia, dove il nonno Acrisio si era rifugiato, per rappacificarsi con lui. Ma durante i giochi di lancio col disco che dovevano festeggiare la riconciliazione, Perseo per errore colpì Acrisio e lo uccise.

            Si narra poi che Megapente, figlio di Preto, avesse ucciso Perseo per vendicare lo zio, oppure che Perseo avesse tenuto per sé Tirinto, lasciando a Megapente il regno di Argo perché si vergognava dell’uccisione del nonno e non voleva tornare in quella città.

            Si diceva anche che Perseo avesse avuto da Andromeda diversi figli, tra cui Perse, capostipite della stirpe dei Persiani, e Alceo ed Elettrione, avi di Eracle. Egli viene anche venerato come fondatore di Micene.

            In altri racconti più antichi Perseo veniva citato tra i nemici di Dioniso, che addirittura avrebbe ucciso, ma alla fine i due fratelli, entrambi figli di Zeus, si sarebbero rappacificati, e del resto nella loro storia, la discesa presso le forze oscure per liberare la madre dalla prigionia degli inferi, essi non erano poi così diversi.

            O forse invece egli, come Andromeda e i genitori di lei, Cefeo e Cassiopea,  venne trasformato in costellazione e assunto in cielo, secondo quanto, a detta di Eschilo, la dea Atena aveva loro promesso.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 279

[2]Apollodoro, op., cit., pag. 73

[3]Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, Ed. Einaudi, 1979, trad. di P. Bernardini Marzolla, p. 164-165

[4]Ibidem, p. 181

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