IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Pelope

Pelope e Ippodamia, foto dal web

Pelope e Ippodamia, foto dal web

La leggenda di Tantalo e di suo figlio Pelope riconduce ad un’altra stirpe micenea, successiva a quelle dei discendenti di Perseo: quella degli Atridi, successori dei due figli di Pelope, Atreo e Tieste.

Tantalo era un titano, fratello di Prometeo, ma il suo peccato dinanzi agli dei fu ben più grave: uno degli inganni di Prometeo era consistito nel nascondere le ossa dell’animale sacrificato, in modo che apparissero come il boccone migliore. Questo aveva dato origine al sacrificio greco, che appunto prevedeva che agli dei fossero lasciate solo le ossa. Ma ciò che fece Tantalo fu talmente orrendo che i poeti greci quasi non osavano neppure parlarne: egli invitò gli dei ad un banchetto, e servì loro il proprio figlio, tagliato a pezzi e mangiato, proprio come era accaduto un tempo, si diceva, a Dioniso, e li sfidò a indovinare la provenienza di quella carne, per provarne l’onniscienza.

Gli dei però lo sapevano, e si astennero dal mangiare la carne. Le membra di Pelope vennero ricomposte, e il ragazzo venne richiamato in vita, più bello di prima. Si dice anche che gli rimanesse, da quel giorno, una spalla d’avorio o che “riluceva come l’avorio”, perché Demetra, distratta dal dolore per la perdita della figlia Persefone, ne aveva assaggiato, e del resto, in quanto dea della terra, era forse l’unica ad averne diritto[1]. E’ interessante notare l’analogia che esiste tra questo particolare e la “spalla scarnificata” delle streghe russe, in cui Propp aveva ravvisato un evidente riferimento al loro rapporto col regno dei morti.

Questo segno particolare di Pelope venne poi trasmesso ai suoi eredi, i quali tutti avevano una spalla bianca, oppure una stella su di essa. Si tratta forse della prima marcatura di un eroe, almeno di un eroe greco. Di Pelope si innamorò Poseidone che lo portò con sé sull’Olimpo, ma poi lo restituì agli uomini proprio perché il ragazzo avrebbe dovuto diventare il capostipite di una dinastia regnante.

Tantalo venne punito, non solo per quel suo orrendo crimine, ma anche per altri peccati, come l’aver narrato ai mortali i segreti degli dei, o l’aver rubato il loro cibo, nettare e ambrosia, per darne ai suoi amici, o ancora per aver chiesto a Zeus di poter avere una vita simile a quella degli dei: si parlava di punizioni diverse, ma il più famoso tormento, quello rimasto nella storia come “il supplizio di Tantalo” ci è stato tramandato da Omero. Egli lo descrisse come immerso in uno stagno fino al mento, con frutti meravigliosi che pendevano sopra il suo capo, e perseguitato dalla sete e dalla fame: se egli cercava di bere lo stagno si prosciugava, se cercava di mangiare i frutti gli venivano sottratti dal vento che li innalzava fin oltre le nubi. Questo era il castigo per chi aveva troppo osato o per chi aveva voluto troppo[2].

Pelope divenne dunque l’amante di Poseidone, ma una volta cresciuto chiese al suo divino compagno di concedergli l’amore di una donna, Ippodamia. Costei era figlia del re Enomao, e si diceva che questi nutrisse per la fanciulla un amore incestuoso, oppure che un oracolo gli avesse predetto che sarebbe morto per mano del genero.

Enomao sfidava dunque tutti i pretendenti della figlia ad una corsa di carri, ma poiché i suoi cavalli erano un dono di Ares (si diceva che lo stesso re fosse figlio del dio) nessuno poteva vincerlo, ed egli tagliava ai giovani sconfitti la testa, appendendola al suo palazzo. Secondo la versione più comune della leggenda, i giovani morti in tal modo erano già dodici, corrispondenti dunque ai mesi di un anno, e per questo il tempo di Enomao era ormai terminato: era giunto l’eroe che lo avrebbe sconfitto.

Ippodamia sedeva sul carro del pretendente, e la coppia veniva inseguita: per questo si è parlato, anche in questa storia, di una sorta di ratto della sposa, simile a quello di Persefone ma al contrario: la fanciulla veniva sottratta alla prigionia di un padre che si diceva “simile ad Ades”[3].

Pelope ricevette come aiuto da Poseidone un carro dorato tirato da cavalli alati, ma forse neanche con questo egli avrebbe sconfitto i cavalli di Ares, se la fanciulla non si fosse innamorata di lui e non avesse tradito il padre. Con l’aiuto dell’auriga di Enomao, il furbo Mirtilo, ella mise come perno delle ruote del suo carro della cera, e quando questa si sciolse, il re venne sbalzato fuori dal carro e trascinato a morte. Poiché Mirtilo aveva preteso come ricompensa la prima notte di nozze con Ippodamia e metà del regno, anch’egli doveva morire, e Pelope lo gettò dal cocchio. Secondo Apollodoro invece Mirtilo venne assassinato dopo qualche tempo, per avere tentato di violentare Ippodamia. Pelope lo gettò nel mare che da lui prese il nome di Mirtoo, e Mirtilo morendo lanciò la maledizione che avrebbe colpito l’intera dinastia degli Atridi. Però vale la pena ricordare che il mirto era la pianta che simboleggiava l’unione matrimoniale degli sposi, e che l’auriga di Enomao era chiamato anche Sfero, dal simbolo della palla, di identico significato: in fondo, la morte di Mirtilo poteva essere semplicemente la rappresentazione figurata di ciò che con la prima notte di nozze necessariamente “moriva”, scompariva per sempre. In quanto daìmon delle nozze egli doveva morire, esattamente come il suo duplicato Imene[4]. Pelope venne purificato da Efesto per l’assassinio di Mirtilo, poi tornò per salire sul trono di Enomao dopo aver conquistato tutta la regione che da lui prese il nome di Peoloponneso

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 290

[2]Ibidem, p. 291

[3]Ibidem, p. 293

[4]K. Kerényi, op. cit., pp. 296 e 422

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