All’inferno e ritorno – 2a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Oggi mi conoscono col nome di Luca, e userò questo. E’ un nome come un altro. Avrei voluto un nome così, per me. Il nome con cui sono nato ho perso il diritto di usarlo molto tempo fa.

   Sono nato … ma questo non ha importanza. Ho cambiato città e anche paese da tanto, tanto tempo. Del mio luogo di origine ho a volte qualche memoria inaspettata, di cose che da ragazzo non credo di aver mai notato, se non con quella parte di inconscio che poi viene a tormentarti quando meno te lo aspetti tirando fuori cose che non gli hai mai chiesto, come fotogrammi disordinati di una vita che non ti appartiene da secoli. La pietra grezza di una chiesa romanica, i colori vivaci eppure morbidi delle case sulla riva del mare, l’ombra dominante in lontananza di una fortezza antica.

   Neanche la mia età ha importanza, diciamo che vado verso i quarant’anni, e che tutto è cominciato più di vent’anni fa. Un’adolescenza tormentata e apatica di cui ho solo pochi, vaghi ricordi, non so quanto veritieri. Le facce sono maschere sarcastiche, le parole sferzanti, il tono sempre beffardo.

– Guardate il secchione. Studia perché quello che ha nei pantaloni non gli funziona e così non ha nient’altro da fare. Scommettiamo che se si porta dietro un bel pezzo di fica, poi sta lì a parlarle in poesia?

Solitudine. Rabbia. Il bisogno di essere cercato, di essere ammirato. Il bisogno di essere parte del “gruppo” e l’arroganza di sentirmi diverso. La rispettabilità, la stima dei professori, le aspettative dei miei: il mio orgoglio e la mia dannazione.

    Forse è stata questa lacerazione a perdermi. Forse è impossibile capire perché le cose succedono. Ci vogliono miriadi di piccoli tasselli che si infilano l’uno dentro l’altro, piano piano, finché alla fine le cose succedono e basta.

   Così, la mia prima ribellione sembrò improvvisa, e stranamente “forte”. Una vera ribellione. Di più, una rivoluzione. Come se, da un giorno all’altro, fossi diventato un altro. Ma naturalmente non era così. Era solo che quei piccoli tasselli erano andati tutti al loro posto.

    Avevamo marinato la scuola. Una trasgressione lieve per chiunque, ma non per me. Forse è per questo che più tardi sono andato così in là.  Per come ero fatto, se mi fossi limitato a quella piccola violazione dei miei doveri di rispettabilità, ne avrei sofferto per troppo tempo. E avrei continuato a soffrire, per tutta la vita, ogni volta che avessi commesso il più minuscolo errore, la più insignificante devianza dal modello della mia “normalità”.

   Ma ho dovuto andare fino in fondo, scoprire cosa significa spezzare tutte le regole, lacerare le più elementari norme di civiltà, e fare, e farmi, tanto male da scoprire quanto quelle regole erano davvero insignificanti. Quanto la vergogna sia inutile. E quanto sia bello essere orgogliosi di se stessi.

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19 Pensieri su &Idquo;All’inferno e ritorno – 2a parte

    • Il mio protagonista alla dimestichezza con il suo essere sé stesso c’è arrivato, appunto, attraversando un certo tipo di inferno. Sicuramente in uno dei modi peggiori possibili, con un percorso crudele che per fortuna non è quasi mai necessario, non in modo così “estremo”.
      Qualche volta sono anche più “leggera”, ho parlato anche di pizze, di giraffe e altre varie amenità 🙂
      Però è vero, a volte ho il dubbio che sia un po’ “troppo” intenso, ma d’altra parte, un po’ sono io così, un po’ è, diciamo, un “periodo” intenso.
      Grazie mille Shera, a presto con un abbraccio 🙂
      Alexandra.

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