All’inferno e ritorno – 3a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Ricordo quanto fu facile rubare quel catorcio di motorino. Stranamente facile, se ripenso allo stupido ragazzetto che ero.

Era lì senza catena, esposto a quella che le leggi chiamano “pubblica fede”. Cioè all’onestà dei ladri. La mancanza di difese è un’aggravante, chiaro. Perché la tua lealtà di delinquente dovrebbe spingerti a rubare un motorino chiuso in un garage, protetto dalla catena, da un sofisticato sistema di allarme e dal dobermann tenuto a scorrazzare libero nel giardino.

Ma no, sto sbagliando ancora. Neppure oggi sono un santo e a volte lascio parlare il ragazzino sedicenne che è ancora dentro di me e che capisce tutto a rovescio.

Una spinta incosciente a qualcuno che passava per caso mentre scappavo, gesto idiota di chi neanche sa cosa sta facendo, trasformò il furto in rapina. E forse avrei potuto comunque cavarmela, se non avessi mascherato la paura con l’arroganza.

I carabinieri a casa mia, il mondo spezzato di mia madre, tre mesi di riformatorio. Quando mi condannarono, in segreto dentro di me piansi, ma non mostrai le mie lacrime a nessuno. Fu allora, credo, che cominciò a nascere in me l’idea che se il mondo non mi voleva, tanto valeva che io escludessi il mondo.

Vidi cose che non so se riuscirò mai a descrivere. Le umiliazioni, le botte, la ferocia. Toni. Toni che mi vide smarrito, diverso da tutti loro, spaurito e stupido. Toni che aveva solo diciassette anni e nessuno scrupolo. Toni che sarebbe rimasto per sempre nella mia memoria come un incubo, quando la notte mi svegliavo senza più la paura della violenza altrui, ma della mia, quando senza mai dirlo a nessuno, avevo capito di essere diventato come lui.

E Giannino, l’unico di cui Toni avesse paura. Si diceva che fosse dentro per un reato molto grave, e le voci correvano, ma nessuno lo sapeva con sicurezza, perché un’altra delle regole del carcere è che nessuno parla dei fatti suoi, nemmeno con i più cari amici. Nessuno che conti qualcosa, naturalmente. Toni era il tipo che doveva vantarsi delle sue imprese, raccontare ai quattro venti quello che era stato capace di fare. Questa era la differenza fondamentale tra lui e Giannino, e il motivo per cui Giannino era riuscito ad ottenere il rispetto che Toni, con la sua violenza e il terrore che incuteva, non aveva mai avuto.

Toni era alto, muscoloso, orgogliosissimo del suo aspetto fisico, che, diceva, gli procurava tutte le ragazze che voleva. Giannino era alto e magro, e il suo fascino stava tutto negli occhi, neri e vivacissimi, pieni di un’intelligenza ironica e strafottente, e di una calma che disarmava l’avversario più agguerrito.

Le parole e la faccia di Toni le ho marchiate a fuoco dentro, come il giorno in cui persi l’innocenza per sempre.

– Sai, a me piace qualche scopata ogni tanto, così uno si deve adattare, no? Qui ragazze non ce ne sono… Intendiamoci, io non sono un finocchio. A me vanno le ragazze, e di quelle carine. Però sai, se tu fossi un po’ più disponibile, un po’ più aperto, diciamo, magari i rapporti tra noi potrebbero migliorare, non credi?

I due scagnozzi che lo accompagnavano sempre mi afferrarono per le braccia. Mi divincolai, gridando, e mi accorsi che non riuscivo a trattenere le lacrime. Lacrime di paura, di rabbia, di orrore, che mi facevano sentire la mia debolezza. Per la prima volta, sentii con più forza non il disprezzo degli altri, ma il mio stesso disprezzo. Avrei voluto scomparire, essere inghiottito dalla terra, trovarmi all’inferno, pur di non essere lì in quel momento, e non perché quei due uomini mi tenevano e il terzo mi stava brutalmente spogliando, ma perché io, di fronte a quella situazione, non sapevo fare nient’altro che piangere.

– Io volevo che fosse un piacere per tutti e due – mormorò Toni. – Ma tu lo sai che quello che gli altri non mi danno spontaneamente, me lo prendo da solo.

– Sei un mostro! – Gridai. – Sei un pervertito, un finocchio!”
Sapevo che quello era il peggiore degli insulti, ma in quel momento non mi importava più della paura, volevo solo ferirlo, colpirlo in qualche modo, perché le mie lacrime bruciassero meno.

Per tutta risposta, Toni mi colpì con un pugno nello stomaco che mi provocò altre lacrime di dolore.

– Non sei nella condizione di fare il furbo, lo capisci, vero? – Disse, sempre a bassa voce. Usava quel tono quando voleva essere ancora più minaccioso, e in genere ci riusciva. Ma io ero uscito fuori di testa, non sapevo né quello che facevo né quello che dicevo, e continuai a insultarlo. Pensavo che presto o tardi qualcuno avrebbe sentito le urla, sarebbe intervenuto. E qualcuno intervenne, ma non furono le guardie.

Sentii solo una voce pacata che diceva:

– Se non lasci stare quel ragazzo, ti ritrovi con questo nella pancia.

Toni mi lasciò andare, e io girandomi vidi Giannino, con un coltello nella mano sinistra. Così, ancora scioccato da quello che era successo e da quello che avrebbe potuto succedere, mi chiesi solo come mai lo tenesse nella sinistra. In seguito lui me lo spiegò, quando cominciò a darmi brutali ma efficaci “lezioni di autodifesa”: – Devi saper usare il coltello nella mano sinistra come nella destra, perché ti può capitare facilmente di dover usare tutte e due le mani. Sparare con la sinistra è più difficile, e anche tirare pugni, se non sei mancino. Quindi, è meglio che impari ad usare il coltello. –

E me lo aveva insegnato, con lunghe, pazienti lezioni, simulando aggressioni, sempre con il coltello nella sua mano destra, mentre io dovevo tenerlo con la sinistra, fino a quando ero diventato bravo quasi come lui.

Per me era inconcepibile, in quel momento. Non il coltello nella mano sinistra, intendo. Intendo il coltello. Un’arma, un’arma qualsiasi. Colpire un altro essere umano.

Ma Giannino mi aveva salvato, proprio come se mi avesse salvato la vita, perché a quella violenza ne sarebbero seguite altre, più brutali ancora, e io non avrei mai imparato a difendermi da solo, e un giorno probabilmente mi avrebbero ammazzato, e nessuno se ne sarebbe neppure accorto.

Così, sull’onda della gratitudine, che veniva ad aggiungersi ad un’ammirazione che quasi mio malgrado avevo provato per lui fin dall’inizio, gli avevo promesso che avrei fatto qualsiasi cosa per sdebitarmi.

– Non fare promesse che poi non sei sicuro di mantenere – Mi rispose lui, con quel suo strano accento, a metà napoletano, a metà settentrionale, così difficile da identificare con precisione.

– Giuro che manterrò la mia promessa. – Dissi io, solennemente.

Credo di essere stato, in quei giorni,  come un uomo trascinato da un vortice, che ogni volta che si aggrappa a qualcosa che sembra potergli dare la salvezza, scopre poi che era una trappola mortale. Eppure credo anche che ci fosse, in me, una smania di andare oltre. Forse, in fondo a me stesso, volevo proprio quello, impegnarmi senza possibilità di ritorno, diventare, una volta per tutte, “uno di loro”. Se anche questo avesse significato rubare, rapinare, e magari uccidere, almeno avrei, finalmente, saputo chi ero. L’orgogliosa, presuntuosa solitudine in cui mi ero volontariamente chiuso, convinto di essere la vittima della stupidità altrui, l’unico sano in un mondo di pazzi aveva come risvolto un doloroso senso di vuoto, l’idea che nessuno mi voleva, che non appartenevo a nessuno. Per questo, forse, avevo fatto a Giannino quella dichiarazione, che in fondo era una dichiarazione di resa, di sottomissione. Avevo chiesto, o almeno avevo implicitamente accettato, di essere suo schiavo. Appartenere a qualcuno. Questo volevo, dentro di me, e per questo ero disposto a gettarmi in quel vortice, sapendo, dopotutto, che sarei finito sempre più giù.

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7 Pensieri su &Idquo;All’inferno e ritorno – 3a parte

  1. “”Neppure oggi sono un santo e a volte lascio parlare il ragazzino sedicenne che è ancora dentro di me e che capisce tutto a rovescio.”” Lasciar parlare il bambino che è dentro di noi è sempre positivo. Ho letto tutte le puntate e devo dire che la tua scrittura è coinvolgente, strutturata e regala spunti di ottima riflessione. Tutte cose che è difficile riscontrare ultimamente, anche sul web dove scrivere è diventata quasi una moda. Grazie ancora e a presto. Ciao

    • In questo caso, in realtà, parlavo di momenti di infantilismo, la tendenza ad autogiustificarsi e passare per vittima quando si è fatto qualcosa di male. Ma il protagonista ne sta diventando consapevole e questo in effetti è positivo. Poi sì, c’è sempre invece un recuperare la propria parte bambina in un altro senso, venire a patti con il nostro misto di innocenza e parte oscura, che quando ci si riesce permette di diventare degli adulti migliori..
      Grazie di cuore per le tue parole, è un bellissimo apprezzamento che mi fa davvero tanto, tanto piacere.
      Buona serata 🙂

  2. Sono stata catturata da questo episodio: la vicenda, così ben descritta nei minimi particolari, fin nelle emozioni più recondite, mi ha trascinato in quel vortice in cui non c’è speranza.
    Mi chiedo allora dov’è la Società, dov’è lo Stato, che non aiuta i ragazzini ad avere altre possibilità per una vita decorosa, tranquilla, una luce che li induca a seguire la retta via.
    Troppo facile essere “buoni” per chi ha tutto, per chi ha dei punti di riferimento forti nella famiglia..!!
    Non credo nella società divisa in buoni e cattivi, ritengo semmai quest’ultimi i più fragili, tanto che anche il tuo protagonista parla di paura, ed è proprio questa paura che lo spinge a comportarsi in maniera anomala, verso un tunnel che lo condurrà all’Inferno..!!
    Complimenti..sei un’ottima scrittrice..!! 🙂

    • Una precisazione: in realtà, qui parliamo di tempi lontani, oggi c’è molta attenzione ai minorenni e difficilmente un ragazzino finirebbe in carcere minorile per una cosa così. In realtà devo dire, spesso vengono aiutati molto più di quanto si creda.
      Però concordo con te, alla divisione in “buoni” e “cattivi” credo poco (con qualche eccezione ovviamente), e davvero spesso quella che chiamiamo cattiveria è solo fragilità.
      Però ho capito che a volte, per poter aiutare qualcuno, bisogna in primo luogo che lui voglia essere aiutato e non sempre è così, purtroppo. Forse la cosa importante sarebbe che qualcuno ci “sia” e ci “creda” nel momento in cui si capisce di avere bisogno di aiuto, ma sappiamo che non è sempre così, forse perché non sempre è umanamente possibile.
      Per il resto… grazie
      un abbraccio
      Alexandra

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