All’inferno e ritorno – 4a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Da quel giorno Giannino veniva spesso in cella da me, a volte per insegnarmi “qualcosa della vita” come diceva lui con un misto di ironia e serietà, altre volte semplicemente per stare seduto lì, in silenzio, per ore.

   Non so se abbia mai capito che gli ero grato per questo, forse più ancora che per avermi salvato. Perché l’essere intervenuto in mio favore poteva avere avuto mille ragioni, magari lo aveva fatto per pietà, o per convenienza, e poi in qualche modo essere salvati da altri ti pone comunque ancora una volta di fronte alla tua debolezza. Ma il fatto che mi desse lezioni su come muovermi nel suo mondo, il fatto, soprattutto, che venisse a sedersi lì, solo per scambiare quattro parole in un’ora, solo per stare con me, poteva significare solo che gli faceva piacere la mia compagnia e questo ai miei occhi lo rendeva meraviglioso.

   Forse lo aveva capito, dopotutto. In seguito ho imparato a conoscerlo meglio, una volta che si è allontanata dai miei occhi la nebbia della gratitudine e di quel disperato bisogno di amicizia che avevo. Ho imparato a vederlo più chiaramente, e ho capito che aveva un grandissimo dono, un intuito che gli faceva capire quasi subito la natura delle persone, i loro bisogni, prima ancora di rendersene conto con la testa. Lui stesso conosceva questo dono, e aveva imparato a fidarsi di quell’istinto al punto da seguirlo quasi ciecamente. Si comportava sempre nel modo più giusto, secondo il soggetto con cui aveva a che fare, e riusciva a conquistare la fiducia di chiunque volesse. Per molto tempo ho pensato, ho voluto credere che lo facesse inconsapevolmente. Ma in buona parte la sua era una dote affinata con il tempo e con la pazienza, ché certo la pazienza non gli mancava. C’era in lui una non piccola dose di opportunismo, e spesso usava le sue qualità per manipolare le persone e sfruttare le situazioni in modo da trarne il massimo vantaggio.

   In effetti è sempre stato difficile, con lui, distinguere le cose che faceva per pura amicizia, da quelle che faceva per calcolo. E d’altra parte, era altrettanto pronto a perdonare un torto quanto a rompere un legame durato anni.

   In ogni caso, credo che in qualche modo sapesse che comportandosi come faceva nei miei confronti, si sarebbe guadagnato la mia gratitudine incondizionata.

    Il primo pacchetto lo consegnai per lui, il giorno stesso in cui uscii dal carcere.

   – Droga? – Gli avevo domandato, con un filo di voce.

   Lui mi aveva guardato senza rispondere. Presto avrei imparato molto bene la Prima Regola del mio nuovo modo di vivere: il silenzio.

   Ma come avrei potuto sottrarmi, dopo quello che lui aveva fatto per me?

     I miei genitori non erano venuti a trovarmi. Qualche volta il mio cuore sanguinava dolorosamente per la mia disperata voglia di sperare, di credere, che sarebbero venuti, che “dovevano” venire. Era così stupido lasciarsi ferire il cuore, quando la testa sapeva bene che non sarebbero venuti mai.

   Mia madre aveva un salutare orrore per luoghi come le prigioni e gli ospedali. Luoghi che avrebbero potuto compromettere il fragilissimo equilibrio su cui aveva costruito il suo mondo, un equilibrio basato sulla ostinata convinzione di essere assolutamente perfetta, e soprattutto, incontaminabile dalle brutture del mondo.

   Naturalmente, io dovevo aver dato a questo equilibrio un certo scrollone, ma lei non lo avrebbe mai ammesso. In realtà, penso che forse quello che volevo era proprio distruggerlo alle fondamenta. Forse ci sono riuscito, non so. Oggi non lo desidero più, ma non posso comunque tornare indietro.

   Il dolore a quel punto era già diventato rabbia, e si sarebbe presto trasformato in indifferenza, incapacità di sentire, o meglio, precisa volontà di non sentire, di non vedere gli altri come persone. Avrei potuto rubare, rapinare, picchiare, drogare chiunque, perché potevo far finta di non sapere che quello che derubavo, rapinavo, picchiavo e drogavo era un uomo. Se avessi capito questo, avrei capito molto prima che rivolgevo la mia violenza contro gli altri soltanto perché non potevo derubare, picchiare e rapinare me stesso.

   Potevo drogarmi, comunque. Dall’indifferenza, dalla morte delle emozioni e dell’anima alla droga c’è davvero poca strada. Ho sempre tenuto a dire che non sono mai stato tossicodipendente. Ho assunto droga, quasi ogni tipo di droga, senza mai arrivare al punto di dipenderne. Quello che non avevo capito, era che non avevo bisogno di dipendere dalla droga, perché la mia rabbia, il mio odio avevano già fatto il suo lavoro, uccidendo in me la consapevolezza di quello che stavo facendo, e quindi la capacità di soffrirne.
Dopo ci furono solo i soldi. Il senso di potere quasi clandestino che avevo provato quella prima volta in cui Giannino mi aveva pagato non era nulla, paragonato al trionfo di poter maneggiare centinaia di migliaia di lire al giorno. Niente più terrore, niente più falsa arroganza, niente angoscia, rabbia e neppure orrore. Tutto seppellito sotto una montagna di soldi.

Dalle consegne dei pacchetti passai a ritirare i pagamenti, sempre più grossi, e poi a comprare quantità sempre maggiori, e poi a trovare i fornitori.

In capo a qualche anno mi trovai in mano un’industria. Ero diventato il numero due. L’allievo finirà per superare il maestro, mi diceva ogni tanto Giannino, quando era di buon umore e non si chiudeva nei suoi prolungati silenzi mistici. E come un qualunque imprenditore di pochi scrupoli, mi curavo poco di quello che succedeva sotto di me. Compravamo, controllavamo la qualità, assaggiavamo, smistavamo, rivendevamo ai dettaglianti, che poi l’avrebbero venduta agli spacciatori medi, e questi ai più piccoli, fino ai più disperati che vendevano una bustina alla volta, con enormi crisi di coscienza, per procurarsi la loro dose. Erano mille anni che quelle crisi non erano più mie. Avevo strani incubi, la notte, ma erano confusi, evanescenti, lasciavano solo uno stordimento che io ero bravissimo a scrollarmi di dosso immediatamente appena sveglio.

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