Dall’inferno e ritorno – V parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Le cose cominciarono a cambiare, ma dapprima quasi impercettibilmente, dopo la morte di Agostino. Ago era un nostro “cavallo”, un corriere, e fui io a trovarlo su una panchina, rantolante. Per la prima volta mi resi conto di quanto fosse magro, sparuto, consumato dal dolore. E in quel momento anche dal terrore, perché sapeva che non ce l’avrebbe fatta, e aveva addosso demoni immaginari più forti di quelli dell’inferno. Gli presi una mano, sentii quelle dita diafane, tremanti nelle convulsioni. Avrei voluto piangere o pregare, ma mi accorsi che non potevo. Non potevo più. In un angolo di me volevo disperatamente che i demoni che avevano devastato le ultime ore della sua vita non avessero accesso alla sua morte, che un San Pietro o un angelo con la spada fiammeggiante li cacciasse perché quell’immenso dolore non lo percuotesse più dopo morto. Ma non potevo pregare. Sapevo che mi stavo guardando in uno specchio. Deformato, distorto, ma uno specchio, perché negli occhi disperati di quel relitto morente c’ero dentro anch’io.

Non fu abbastanza per smettere. Solo perché i miei incubi diventassero meno imprecisi e più frequenti.

Sognavo sempre un uomo, un uomo a cui si era staccata l’anima. Lo seguiva, lo precedeva, scompariva a volte, facendo le bizze come l’ombra scucita di Peter Pan. A piedi nudi su un prato coperto di vetri rotti, cocci delle innumerevoli bottiglie bevute da lui e da altri, infiniti altri. E come meta, una discarica di auto, cadaveri semibruciati, carcasse a cui erano state tolte parti vitali molto prima della loro distruzione fisica. Un uomo senza pelle, il sangue vivo che adesso scorreva davanti agli occhi di tutti, non più nascosto agli sguardi dalla decenza del tessuto cutaneo, che come una maschera inservibile era caduto, accartocciato in un angolo, morto lì nella generale indifferenza.

Del mio mondo di un tempo mi erano rimasti i libri. Leggevo ovunque e in qualunque momento. Era l’unica cosa su cui derisione e sguardi di compatimento non avevano e non avrebbero mai avuto alcun potere. E un’altra cosa, mi sono portato dietro a lungo, ben oltre la perdita degli ultimi stracci della mia ingenuità e della mia innocenza: la faccia d’angelo, l’aspetto del giovanotto che aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e rispetta le ragazze. Del resto queste cose erano vere. Nel mio ambiente dicevano che avevo l’animo gentile, per tutti gli altri, e forse anche per te stesso, quando sei un criminale questo cancella qualsiasi altro aspetto della tua personalità. Eppure, con tutto quello che ho fatto, non ho mai fatto male né ai vecchi né ai bambini, e per quanto mi è stato possibile, neppure alle donne. Se può essere una consolazione.

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