All’inferno e ritorno – 6a parte

L'inferno di Hieronymus Bosch

L’inferno di Hieronymus Bosch

Il mio rapporto con le donne era cambiato con la stessa inebriante velocità di tutto il resto. Fu una di loro a portarmi appena un po’ più avanti su quella lastra di ghiaccio sottile su cui inconsapevolmente avevo cominciato a muovermi da quando mi ero permesso di avere gli incubi di notte e di farmi penetrare di giorno da qualche sporadico pensiero inquieto.

Viola  era piccolina, minuta, con occhi grandi da cerbiatto e labbra morbide, dal sapore dolce. E aveva un bellissimo cane.

La vidi uscire da un portone con questo cane, e fin da subito decisi che volevo conoscerla. Sapevo che non mi sarebbe stato difficile. Non ero più il ragazzino che sedeva su un albero e guardava passare le ragazze sognando ad occhi aperti. Di ragazze ne avevo avute molte, e quasi sempre sapevo quale era l’approccio giusto per ognuna di loro. Sapevo essere seducente, se volevo, tenero, ardente, appassionato, duro, a seconda delle situazioni. Erano strati che mi attaccavo addosso come la pelle nuova di un serpente, secondo quello che mi serviva.

Lasciai che passasse qualche giorno, ogni volta la vedevo uscire, più o meno alla stessa ora, verso sera, con il suo bellissimo cane, in jeans e maglietta.

Dopo una settimana, passai all’attacco.

– Ti vedo passare spesso di qua. – Le dissi con un sorriso, il sorriso rassicurante da bravo ragazzo che sapevo usare molto bene quando mi era utile. Accennai al cane: – che razza è?

– E’ un pastore bergamasco. – Rispose lei. Attaccammo bottone e le chiesi se voleva uscire, una di quelle sere.

– Tu, io e il cane. Così, capirai che non ho brutte intenzioni, perché se mai mi comportassi male, lui mi sistemerebbe di sicuro – Dissi, e lei rise. In quel momento, forse, cominciai a innamorarmene, perché aveva riso per me, perché mi guardava con quegli occhi così grandi e rideva per me, con me, e mi sembrava una cosa così intima, così bella.

Da tempo non rimanevo con una ragazza più di qualche settimana. Esordivo sempre mettendo bene in chiaro che per me sarebbe stata solo un’avventura e non avevo nessuna intenzione di impegnarmi. Spesso funzionava. Qualche volta ne trovavo una per cui la tentazione di essere quella che mi avrebbe fatto impegnare funzionava come il miele per un’ape. Mi ero trovato costretto un paio di volte a troncare di netto, perché una storia seria con una donna che non fosse del nostro ambiente poteva diventare un pericolo

Ma con Viola lasciai che passassero mesi, e quando mi resi conto del ginepraio in cui mi stavo mettendo era troppo tardi. Lei era rimasta incinta.

Così andammo a vivere insieme, benché Giannino avesse cercato di dissuadermi fino all’ultimo.

– Non puoi permettertelo. – Aveva detto, e sapevo cosa intendeva. Sapevo anche che aveva ragione, ma ero innamorato di lei, anche se non fui mai capace di amarla. Mi ero appropriato del suo corpo come di ogni altra cosa che volevo per me, e mi sarei impadronito anche della sua anima, se avessi saputo come farlo e avessi pensato che poteva essermi utile. Ma in realtà credevo che fosse già mia.

Le avevo detto più di quanto avessi mai detto a un’altra donna prima, ma sempre solo lo stretto indispensabile per giustificare occasionali sudori freddi, telefonate notturne e amicizie di un certo tipo. Le avevo detto che mi ero infilato in un brutto giro, facendole capire che mi ero fortemente indebitato con gente che non avrebbe perdonato un ritardo.

La cosa andò talmente avanti che la bambina aveva già due anni, quando per forza di cose lei dovette avere almeno un’idea di come realmente stavano le cose, perché mi arrestarono per spaccio internazionale di stupefacenti.

Avevo trascorso alcuni periodi in carcere, specialmente all’inizio della mia “carriera”, ma sempre per cose di poco conto, secondo il nostro metro di valutazione almeno. Furti, rapine (mai a mano armata. Non volevo incidenti). Qualche piccolo spaccio, un paio di bustine. Ma questa volta era diverso.

Giannino fu il primo a venirmi a trovare, solo qualche ora dopo l’arresto.

– Stai attento, mi raccomando – mi disse, e ancora una volta non volli capire. Mi illusi fosse l’avvertimento di un amico. Mai avrei pensato che lui potesse temere da me un tradimento. Perché mai avrei pensato che lui potesse tradirmi.

Erano gli anni ’90, e i collaboratori di giustizia cominciavano ad essere usati su larga scala.

Durante un interrogatorio il pubblico ministero che si occupava del mio caso, chiamiamolo dottor Rossi, mi propose di diventare anch’io un collaboratore. Mi spiegò chiaramente come stavano le cose. Qualcuno più in basso aveva già cominciato a dare delle informazioni, e indagando erano arrivati fino a me “e a chi tiene le fila insieme a lei”. Quindi probabilmente anche a Giannino. Avevano bisogno dei riscontri, per esempio che io confermassi loro il luogo dove precisamente nascondevamo la droga, di cui loro sapevano già a grandi linee, e che avvalorassi alcune cose che altri interrogati avevano ammesso. Mi disse che poteva essere l’occasione per venirne fuori prima di essere coinvolto in qualcosa di anche peggiore di quello per cui rischiavo la condanna.

– Può scordarselo. – Dissi freddamente. – Fa parte del gioco. Qualsiasi cosa il gruppo a cui appartengo abbia fatto, io ci sono dentro. – Feci per alzarmi, ma il magistrato mi fermò con un gesto.

– D’accordo, come vuole – disse. – Però prima vorrei che leggesse questo. Tanto perché sappia quali sono le cose in cui pensa di essere dentro.

Mi tese uno dei fascicoli delle indagini che mi riguardavano, quello che conteneva interrogatori e intercettazioni telefoniche. – Avrebbe comunque diritto di vederlo, perché riguarda fatti per i quali lei è già ufficialmente indagato. Ma vorrei che lo leggesse subito. Tanto abbiamo tutto il tempo.

Cominciai a scorrere le prime righe, e mi ritrovai indifeso come non avrei più pensato di poter essere, sopraffatto dall’orrore che all’improvviso mi inseguiva in quei segni neri. Mi parve di essere vuoto di sangue. Avevo sentito vagamente il peso della morte quando avevo assistito all’impotente distruggersi di Ago, perché era un amico. Mi ero salvato con la solita scusa di tutti noi. Se uno vuole drogarsi, la scelta è sua. Se non gliela vendiamo noi, gliela venderà un altro. Non gli avevo dato io la dose che l’aveva ucciso. Ma adesso, adesso gli Agostino erano diventati decine tra quei fogli. Leggevo di ragnatele intrecciate di violenza e di comode amicizie, del terrore abilmente instillato, di racket costati la vita a più di un uomo. Come ho detto, i miei amici dicevano che ero buono. Quelle cose che sapevo – perché non avrei potuto essere nella posizione in cui ero altrimenti – ma che avevo deliberatamente ignorato per restare aggrappato a quel fantasma erano come una metastasi che mi portava via pezzo per pezzo la mia umanità, quella che avevo difeso per anni. Non c’era più niente da difendere.

Il Pubblico Ministero uscì dalla stanza lasciandomi da solo con l’avvocato d’ufficio che cercava di leggere da sopra la mia spalla e con i poliziotti che mi avevano scortato per l’interrogatorio. Assorbivano con me tutta quella merda improvvisa.

Credevo che non potesse esserci niente di peggio, fino a che arrivai a quelle tre righe maledette di un’ennesima intercettazione telefonica, una delle ultime, del giorno successivo a quello in cui mi avevano arrestato. Giannino stava parlando con un altro dei nostri, Silvano detto Lillo.

“L’hanno beccato?” chiedeva Lillo.

“Sì, ma non abbiamo da preoccuparci, è un buon amico” rispondeva Giannino. “E poi ha una bella moglie, e vuole bene a lei e a sua figlia. Un uomo che vuole bene alla sua famiglia è un uomo per bene”. Quelle parole finirono di annientarmi, perché sapevo quello che significavano. Una minaccia. Dalle persone con cui da anni dividevo non solo i soldi, ma il pane, il sangue, la memoria, tutta la mia vita. Allora seppi che non m’importava più di morire.

Quando il Pubblico Ministero rientrò nella stanza, dissi:

– a mia moglie e a mia figlia non dovrà succedere niente.

Lui annuì.

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