12. Dead Poets Society

Dead Poets Society

Eccolo dunque…

Uno dei tre, quattro film di cui posso davvero dire che hanno forgiato parte del mio carattere e persino della mia vita. Quelli che è una fortuna essere lì al momento giusto e coglierli, come ci fosse un albero da cui piovono cioccolatini ed essere lì, esattamente in tempo perché ti cadano in bocca e ti sciolgano definitivamente qualche nodo fino ad allora insolubile, rendendo più dolce non solo quella giornata lì, ma tutte quelle a seguire.

La trama è fin troppo nota per raccontarla, anche se seguirà qualche (limitato) spoiler. Una scuola soffocata da tradizioni antiche quanto Matusalemme, un gruppetto di ragazzi propensi a piccole, poco significative ribellioni che lasciano immutata la realtà delle cose, un professore speciale.

Ecco, che cosa rende questo professore tanto speciale? Perché sia prima, sia, soprattutto, dopo, di film sulla scuola ne sono stati fatti tanti. Scuole difficili, insegnanti votati alla missione di redimere le pecorelle smarrite… no, nulla di tutto questo, qui. Eppure questo è un film da cui non si può più prescindere quando si parla di educazione (nel senso migliore del termine). Per ironizzare, per celebrare, per ridimensionare, per prendere esempio, per mille altre ragioni possibili. Ma anche per chi non ha visto il film (e se non l’ha visto, probabilmente è perché si è rifiutato, categoricamente e per partito preso, di vederlo), se qualcuno, in qualunque contesto di quel genere, sale su un tavolo, il collegamento è immediato, istintivo. Così come avviene persino se qualcuno, citando magari Whitman più ancora che il film, almeno nelle sue intenzioni, pronuncia le parole “Oh capitano, mio capitano”.

Da qui sono tratte alcune di quelle frasi che ricorrono fino all’esaurimento sui social. Omaggi, certo, ma omaggi malriposti, monchi, persino. Perché fuori dal contesto, quelle frasi perdono la loro importanza, la loro profondità, la loro freschezza. E’ tutto l’insieme che può far venir voglia a qualcuno di pensare è così che voglio essere. Come insegnante, come genitore, come poeta, non importa. Come essere umano. Perché è per questo che scriviamo e leggiamo poesie. Perché siamo membri della razza umana.

Io credo che siano essenzialmente due, le cose che rendono il “Capitano Keating” più memorabile di altri protagonisti anche di film famosi (mi vengono in mente attori anche grandissimi o molto noti, come Sidney Poitier, Michelle Pfeiffer, Kevin Kline, e chissà quanti ne dimentico). La prima è che resta sé stesso sempre, dal momento in cui mette piede in classe la prima volta (anzi, dal momento in cui viene presentato di fronte all’intero istituto) fino alla fine. Non ha intenzione di compiacere nessuno né di mettersi contro nessuno, solo di trasmettere la passione per le cose che ama nel modo che gli è congeniale, che è il “suo” modo. La sua reazione di fronte al collega nella memorabile scena delle pagine strappate, per esempio, è indicativa. La massima tranquillità, la massima consapevolezza, nessun imbarazzo possibile perché non può esserci imbarazzo, quando fai qualcosa che è profondamente in linea con i tuoi principi.

La seconda cosa è che ha certo una grande fiducia nella possibilità degli studenti – quasi tutti gli studenti, quelli che lo vogliono, in effetti – di trovare la propria voce, e dà loro gli strumenti per farlo, ma sempre e solo, rigorosamente, se lo vogliono. La libertà ognuno deve sempre comunque scegliersela per conto suo, anche se può aiutare avere qualcuno che te ne mostra la bellezza.

I ragazzi di questo film hanno ciascuno una propria personalità ben definita, una propria “voce”, davvero. Il modo stesso in cui strappano la famigerata pagina dell’introduzione di J. Evans Pritchard allo studio della poesia è rivelatore del loro carattere.

Charlie Dalton è il più maudit tra tutti, il più trasgressivo, anche se di fatto, inizialmente la sua contestazione si ferma sulla soglia della sua stanza. Un trascinatore, comunque, un leader, forse, tra tutti, il più determinato nelle sue idee. Oggi mi piace più di un tempo. E’ quello dotato di maggiore personalità e forza di carattere.

All’epoca in cui ho visto il film per la prima volta, Il mio preferito era Neil Perry. Romantico, bellissimo e sfortunato, se non ci fosse stato Robin Williams magari un pensierino… Ancora adesso penso che la scena in cui recita Puck sia una grandissima interpretazione e non mi ha stupito vedere che nonostante un modesto successo al cinema, Robert Sean Leonard abbia in seguito fatto due film con Kenneth Branagh. E per una ragazzina indubbiamente Neil aveva molte caratteristiche da far spezzare il cuore, compresa quella passione così trascinante, così poetica, e quella fragilità che gli impediva di difenderla davanti a tutto e tutti.

Todd Anderson (un Ethan Hawke indubbiamente bravissimo, peccato che io abbia un problema con lui, mi sta cordialmente antipatico) come personaggio del film incute molta tenerezza. E’ il più timido, quello meno convinto delle sue capacità, quello che pensa di non poter mai trovare un senso alla sua vita e la sua “voce” ma che poi, quando la tira fuori, mostra una ricchezza interiore profonda, che si esprimerà poi alla fine, quando sarà lui (non essendoci più Charlie Dalton, peraltro), il primo a dare il via a quell’atto di ribellione “vera” che è l’esprimere la propria opinione contro l’autorità.

Cameron è ovviamente il leccapiedi (diciamo eufemisticamente), la spia, quello che non potrà probabilmente mai far parte davvero della classe dirigente, per manifesta mancanza di capacità, e si accontenta allora di accompagnare I potenti restando un passo indietro.

Knox Overstreet è il Romeo, il Leandro innamorato delle commedie goldoniane e Stephen Meeks è il secchione (simpatico, peraltro).

Ma veniamo alla domanda che vi avevo fatto nel teaser.

Avete mai odiato un personaggio di un film, ma intendo proprio odiato visceralmente, con un sentimento ben vivo e reale, come se quella persona avesse un potere nefasto sulla vostra stessa vita e voi non desideraste altro che di cancellarla dalla faccia della terra? Devo dire per fortuna che è qualcosa che mi è quasi sconosciuto riguardo a persone in carne e ossa. Ma ecco, il padre di Neil Perry mi fa esattamente quell’effetto. Capisco l’amore male espresso, ma davvero, a tutto c’è un limite. Sono bravissimi, sia il regista che l’interprete, a evitare l’effetto “villain”. Tom Perry non è necessariamente bieco o interamente cattivo. Non è un padre violento, vuole bene a suo figlio, senz’altro. Solo che è abituato a ottenere sempre e comunque quello che vuole, schiacciando tutto ciò che si mette sulla sua strada né più né meno di un elefante con un ramoscello di cui neanche si cura, semplicemente lo strappa perché si trova lì.

Nella scena iniziale, che serve anche un po’ da presentazione dei principali protagonisti, c’è un piccolo dettaglio che in realtà, come in un giallo, è un indizio significativo. Mentre tutti i genitori salutano il preside con una certa formalità, usando il cognome come sembra naturale, Perry e il preside si chiamano reciprocamente per nome.  Non ci si fa neanche caso, ma a un osservatore attento non sfuggiranno i rapporti di forza tra i due.

Poco dopo, Perry sale a discutere col figlio Neil nella sua stanza (una cosa che avrebbe dovuto essere inaudita già di per sé), lo umilia pubblicamente davanti ai compagni e lo maltratta solo perché cerca di convincerlo a lasciargli fare una cosa per lui importante. Torna umano solo quando Neil si rassegna a fare esattamente come dice lui e gli chiede scusa (manca solo si metta in ginocchio) per aver cercato di essere, almeno in una piccola cosa, sé stesso, invece che il manichino perfettamente ubbidiente che è l’unico tipo di figlio (e di essere umano in genere) che Perry possa accettare.

E’ quel tipo di persone che causano tragedie spaventose, rovinano irrimediabilmente la vita agli altri e riescono poi sempre a salvarsi persino da sé stesse, perché niente e nessuno potrà mai convincerli che possono aver torto, che possono aver sbagliato qualcosa. La responsabilità è sempre di qualcun altro. E loro procedono, comunque, continuando a non guardarsi intorno, continuando a strappare rami fino a che intorno a loro si crea il vuoto, ma tanto non se ne accorgono, perché comunque hanno sempre visto solo ed esclusivamente sé stessi.

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18 Pensieri su &Idquo;12. Dead Poets Society

  1. La malvagità involontaria dell’indifferenza e noncuranza.
    Sei stata di parola per fortuna!
    Hai colto l’attimo che fuggiva, come sembra di capire anche dalle prime righe dell’articolo. 🙂

    • Grazie di cuore Mela. Rileggendolo adesso a mente fresca mi accorgo che avrei potuto dire di più e meglio (ma questa è la maledizione dei perfezionisti con poco tempo a disposizione), per esempio, cos’è la Dead Poets Society? Sì, credo lo sappiano anche i muri, ma non è detto. E poi forse dovrei aggiungere la traduzione in inglese e poi… e poi… ma magari poi ci tornerò nel tempo, perché è talmente importante… 🙂

      P.S. ma non eri dalle mie parti in questi giorni? Ci sentiamo?
      Baci

      • Un altro post ci sta tutto, è un film talmente denso che si potrebbe andare avanti a lungo nella disamina.
        Si, sabato ero giù da te, teatro, cena e chiaro di luna 🙂 prima di natale mi prendo un giorno solo per me e ci vediamo!!

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