Teseo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

Immaine dal web

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Teseo, il giovane ammiratore e compagno di Eracle in  tante imprese, è anche il suo opposto. Se Eracle agisce perché costretto, Teseo agisce invece “obbedendo alla sfida, al capriccio, alla curiosità, al piacere”[1].

            Per molto tempo, e ancora oggi, l’eroe è spesso contraddistinto da questo aspetto: affrontare il rischio per il puro gusto di farlo: sarà vero, come dice Bettelheim, che questa incoscienza nasconde in effetti una paura molto più profonda e mortale? Sarà vero che questa corsa verso il pericolo è una fuga dalle emozioni? Se fosse così, allora se ne dovrebbe concludere che Teseo, l’eroe conquistatore di donne, quello che diversamente da Eracle le donne ha saputo tanto spesso portarle dalla sua parte, fino a indurle addirittura, come Antiope, a tradire per lui tutto il proprio mondo, il capostipite di tutti i seduttori, in fondo aveva altrettanta paura delle donne di quanta (si dice) ne aveva Eracle.

            E se alla fine una donna è stata lo strumento (inconsapevole) della morte di Eracle, non è meno vero che egli ha accettato il rischio, contrariamente a Teseo, non è fuggito. Teseo è tra tutti l’avventuriero temerario e irridente, che non ha rispetto per il regno dei morti, ma ancor meno per i vivi, mentre alla fine dei conti Eracle, con tutta la faticosa inutilità delle sue imprese, con il suo sapersi rendere perfino ridicolo, è vivo nella nostra memoria e nel nostro affetto molto più di quanto lo sia mai stato Teseo, proprio perché i suoi eccessi nascondono un profondo rispetto per il dolore e le emozioni umane.

            Calasso dice che Teseo è l’iniziatore dell’eroe, senza il quale l’eroe grezzo (cioè Eracle) non potrebbe essere ammesso ai misteri di Eleusi. Ma è stato anche detto[2] che ai misteri di Eleusi Eracle si accosta solo per poter entrare nel Regno dei Morti a rapire Cerbero in una delle sue fatiche. E in realtà, si tratta di una strada ingannevole, non è tramite i misteri che egli potrà accedere all’Ade, ma solo con l’aiuto di Ermes e di Atena: dunque l’apparente superiorità che in questo modo si vorrebbe attribuire a Teseo è la superiorità di un mondo falso.

            Teseo ed Eracle introducono comunque, e questo è un elemento comune a entrambi, un modo nuovo di intendere la forza: non più come mezzo di sopraffazione e umiliazione contro altri uomini, ma al contrario, come un mezzo per aiutare altri. I concetti di giustizia e di rispetto cessano di essere considerati come virtù di chi era troppo debole per agire altrimenti, e divengono valori al cui servizio l’eroe può porre la propria forza.

            Per questo entrambi sono in Grecia i primi eroi: perché l’eroe, fin dalle epoche più remote, implica nella sua essenza un insieme di qualità positive di cui la forza non è che un aspetto, e probabilmente neppure il più importante.

            La versione più nota della sua nascita è questa: Egeo, re di Atene, era senza figli, e per questo si recò a Delfi per consultare l’oracolo e chiedere come avrebbe potuto avere un erede. L’oracolo gli diede l’incomprensibile consiglio di “non sturare il suo fiasco di vino prima di giungere in Atene”. Confuso, il re andò allora a Trezene, dove regnava l’amico Pitteo, uomo noto per la sua saggezza. Pitteo interpretò giustamente l’oracolo come l’annuncio di una grande paternità, e fece ubriacare Egeo perché giacesse con sua figlia Etra e avesse con lei l’erede destinato alla gloria.

            Risvegliandosi accanto alla fanciulla, Egeo comprese ciò che era accaduto e diede a Etra la sua spada e i sandali, con l’incarico di consegnarli al figlio quando fosse grande abbastanza da portare la prima e indossare i secondi. In tal modo egli lo avrebbe riconosciuto e lo avrebbe designato come suo erede. Si trattava certamente di un’arma molto pesante e di calzari da uomo: Teseo aveva solo sedici anni quando la madre gli rivelò le sue origini e gli mostrò i due oggetti, ma il ragazzo senza difficoltà sollevò la spada e calzò i sandali, e subito partì per Atene.

            Naturalmente circolava anche un racconto che accreditava, come per tutti gli altri grandi eroi, una paternità divina: sarebbe stato Poseidone a sedurre Etra. E si diceva che Teseo stesso avesse diffuso questa voce, certo non si era preoccupato di sfatarla. Del resto il nome stesso di Egeo richiamava il mare: Aix, la capra, era un appellativo delle onde, ed Egeo era pure chiamato il primo dio del mare, Briareo dalle cento braccia. Così, forse Egeo non era che il nome dato al duplicato di  Poseidone nella sua veste di padre di Teseo[3].

            Nel suo viaggio verso Atene, Teseo mostrò subito il proprio desiderio di eguagliare le imprese di Eracle, all’epoca già famoso: anziché prendere la via del mare, più rapida e più facile, andò per la strada di terra, sperando di potersi far valere poiché era noto che si trattava di una via estremamente pericolosa. E certo le avventure non gli mancarono: ed esse parvero anche in un certo qual modo richiamare la lotta di Eracle contro i poteri oscuri del re degli inferi. Tutti i nemici che Teseo si trovò ad affrontare avevano caratteristiche appartenenti al sovrano dei morti: Perifete uccideva tutti i viandanti con la sua mazza, e Teseo, dopo averlo ucciso con la stessa arma, la tenne con sé, ed essa divenne il suo emblema, come la clava era l’emblema di Eracle. Sinide (o Sini) legava i passanti tra due pini piegati, che poi lasciava andare sicché gli alberi, raddrizzandosi, laceravano i malcapitati. Anch’egli fu ucciso da Teseo nello stesso modo, e si dice anche che il giovane avesse sedotto la figlia di lui Perigine, che gli avrebbe dato Melanippo. Poi fu la volta di Scirone, che gettava gli uomini in mare per nutrire la sua gigantesca tartaruga, e che fu dato a sua volta in pasto all’animale da Teseo. Ancora, il re di Eleusi, Cercione, sfidava tutti gli uomini ad una lotta nella quale essi non potevano che perdere, e allora li assassinava: Teseo lo vinse e lo uccise, annettendo così il suo regno a quello di Atene. Infine sconfisse Procuste, il terribile “tenditore”, chiamato anche Damaste, “costrittore”, o Polipemone “puliriguastatore” (si diceva anche che Procuste fosse, come Sinide e forse anche Scirone, il figlio di Polipemone). Si tratta sempre di nomi che richiamano senz’altro un dio degli inferi. Procuste, come dice il suo nome, faceva giacere i suoi ospiti su un letto troppo lungo, e li “tendeva”, slogando loro le membre per allungarli. Secondo versioni più tarde e più note egli aveva anche un letto più corto, che usava per coloro che erano più alti, e ai quali venivano tagliati i piedi o la testa per adattarli. Così, si raccontava, Teseo uccise Procuste.

            Quando giunse a casa del padre Teseo, la sua fama di eroe vincitore della morte lo aveva già preceduto, e Medea, che sarebbe stata a quel tempo moglie o compagna di Egeo, ne ebbe paura, poiché voleva per sé e per suo figlio il trono di Atene. La maga terrorizzò il marito con i racconti sulle gesta dell’eroe, e lo convinse ad offrirgli una coppa di vino avvelenata. Ma quando già aveva in mano la tazza mortale, Teseo estrasse la spada, forse per tagliare un pezzo di carne dell’animale da sacrificare, e allora Egeo lo riconobbe e gettò in terra il vino, impedendogli di bere. Medea venne poi cacciata dal paese.

            Così il popolo di Egeo festeggiò l’eroe, dopo che fu sventato l’atroce delitto:

Te, grandissimo Teseo, Maratona ha ammirato per l’uccisione del toro di Creta, e se a Crommione il contadino ara senza paura della scrofa, è merito e opera tua. Per mano tua la terra di Epidauro ha visto cadere il figlio, armato di clava, di Vulcano, la piana del Cefìso ha visto cadere il crudele Procruste, Eleusi sacra a Cerere ha visto la morte di Cercione. Morto è quel Sini che male usava la sua forza immensa, che era capace di piegare i tronchi e curvava le cime dei pini fino a terra per lacerare e disperdere per gran tratto i corpi. Aperta e sicura è la strada per Alcàtoe, roccaforte dei Lèlegi, da quando tu hai messo a posto Scirone: e alle ossa disperse del brigante la terra nega una dimora, nega una dimora il mare, e si dice che a lungo sbattute esse si siano indurite, col tempo, in scogli: a quegli scogli è rimasto il nome di Scirone. Se volessimo fare il conto dei tuoi meriti e dei tuoi anni, le gesta supererebbero gli anni. Per te, o fortissimo, facciamo pubblici voti, alla tua salute sorseggiamo questo vino[4].

            Un vero e proprio peàna, in cui attraverso la voce del popolo Ovidio conferma il ruolo del ragazzo come protettore del suo popolo, uno che usa la sua forza per scopi di giustizia.

            Sembra che da molto tempo il regno di Egeo fosse minacciato da un fratellastro di questi, chiamato Pallante, il quale aveva cinquanta figli che continuamente tramavano per vincere il re e appropriarsi della città. Essi tesero un agguato a Teseo, ma questi, informato da un loro araldo, ne uccise molti, e gli altri fuggirono.

            L’avventura che segue può essere considerata una sorta di anticipazione di quella che sarà poi la più famosa impresa di Teseo: l’uccisione del Minotauro. Alcuni narratori dissero anzi che il toro selvaggio che Teseo aveva preso per le corna e riportato vivo ad Atene per poi sacrificarlo ad Apollo fosse in effetti lo stesso che Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, aveva amato, e dal quale aveva avuto il Minotauro.

            Il feroce mostro, mezzo toro e mezzo uomo, divoratore di carne umana era già stato affrontato da un altro giovane ateniese, Androgeo, il quale però era rimasto ucciso nel tentativo. E’ noto che Minosse aveva imposto ad Atene, da lui sottomessa in battaglia, l’atroce tributo annuale di sette giovani e sette fanciulle da sacrificare all’animale. Minosse si era impegnato a cancellare il tributo se uno dei ragazzi avesse vinto il mostro, ma senza l’ausilio di armi. Teseo si unì alle vittime in partenza per Creta, forse come volontario, forse perché sorteggiato o su espressa richiesta dello stesso Minosse. Pare che quest’ultimo durante il viaggio avesse anche cercato di sedurre una delle fanciulle, Eribea, futura madre di Aiace Telamonio. La sua richiesta di aiuto mise Teseo nella posizione per lui insolita di difensore delle donne. Minosse lo minacciò, dichiarandosi figlio di Zeus, ma il giovane lo affrontò coraggiosamente. Il re rise della sua dichiarazione di essere figlio a sua volta di Poseidone, e gettò un anello in mare sfidandolo ad andarlo a prendere: ma Teseo gli riportò l’anello e anche la corona di Anfitrite, moglie del dio del mare.

            Ma un’altra versione si raccontava, secondo cui Teseo sarebbe partito non sulla nave di Minosse, ma su una nave ateniese, e il padre Egeo gli avrebbe raccomandato, se fosse tornato sano e salvo, di sostituire la vela nera segno di lutto con una bianca, così egli avrebbe potuto essere certo della benevole sorte del figlio.

            In ogni caso, Teseo poté riuscire nella sua impresa grazie anche all’aiuto della dea Afrodite, che fece innamorare di lui Arianna, figlia di Minosse. In cambio dell’amore del giovane, la fanciulla gli svelò come uscire dal labirinto, dandogli un gomitolo il cui capo avrebbe dovuto assicurare allo stipite dell’ingresso. Così Teseo lasciò i suoi compagni all’entrata e affrontò il Minotauro, riuscendo ad ucciderlo. Sembra che questa sia stata proprio un’idea di Arianna, e non, come alcuni dissero, suggerita da Dedalo, perché lo stesso artefice del labirinto vi venne più tardi rinchiuso col figlio Icaro e non ebbe altro modo per uscirne che quello di costruire le ali di cera che sarebbero state causa della morte del ragazzo che voleva volare troppo vicino al sole.

            Il successivo abbandono di Arianna sull’isola di Nasso (motivato, si dice, dalla passione di Teseo per Egle, “la luce” figlia di Panopeo, il cui nome peraltro la mette in stretto rapporto con Arianna/Aridela), è coerente con il carattere di Teseo come lo conosciamo, instancabile seduttore di donne da cui poi sempre fuggiva. Tuttavia sembra si trattasse di una storia relativamente tarda, poiché secondo gli antichi, al contrario, Teseo sarebbe stato stregato per dimenticarla: forse perché Arianna “la pura”, che si chiamava anche Aridela “la luminosa” era già amante di Dioniso, come lui legata, anche nel suo doppio nome, al mondo celeste come a quello sotterraneo. Così, Dioniso, nella versione seguita anche da Omero, l’avrebbe fatta uccidere da Artemide a causa del suo tradimento (Teseo, tornando a prenderla, l’avrebbe trovata morta di parto). Oppure invece Dioniso rapì allora la bella giovane all’eroe per farne la sua sposa.

            Ma forse questo incanto dell’oblio che si diceva gettato su Teseo si ricollega a ciò che accadde dopo: la superficialità e la distrazione del ragazzo non furono fatali solo alla sua innamorata, ma anche al padre perché, nella gioia del ritorno l’eroe dimenticò di sostituire la vela nera con quella bianca ed Egeo, credendo che il figlio fosse morto, si gettò dall’Acropoli, o forse nel mare che da lui avrebbe preso il nome.

            Ovidio, cantore sempre ironico e spesso irriverente dei miti greci, almeno nell’opera più giovanile, sceglie della storia di Teseo e Arianna la versione meno edificante, per mettere in guardia le donne contro le malizie di un amante spesso ingannatore:

 Oh, guardatevi, figlie di Cecrope

dai giuramenti di Teseo! Quei numi

ch’egli ora invoca, li invocò più volte[5].

                Com’è nella sua natura scanzonata, il poeta riprende anche la versione del rapimento da parte di Dioniso, facendone una scena quasi farsesca, con cembali e tamburi, e le Baccanti e i Satiri, ma soprattutto Sileno “il vecchio ubriaco” che riesce a malapena a tenersi in groppa al somarello, e infine Dioniso sul carro trainato dalle tigri, alla cui vista in Arianna “disparve ogni ricordo di Teseo”. Il dio promette alla fanciulla l’onore di un posto tra gli astri:

Mio dono è il cielo: chiara tra le stelle

t’ammireranno nuova stella in cielo.

La corona di Creta ai naviganti

guiderà spesso il corso[6]

             Ma queste parole suadenti sono subito seguite dalla scherzosa descrizione del divino amplesso:

… e sul suo petto

stretta che l’ebbe (né valeva in lei

forza a vincere il dio), la possedette.

Tutto può un nume e sempre ciò che vuole

e s’unirono insieme il dio e la sposa

sul sacro letto

            Abbiamo visto d’altra parte come lo stesso poeta abbia in seguito lodato, molto più seriamente, il coraggio con cui Teseo affrontava le sue avventure eroiche sempre volte alla protezione dei più deboli, benché questo aspetto convivesse felicemente con un rapporto alquanto spregiudicato con il sesso femminile.

            Divenuto re, Teseo riunì le varie borgate dell’Attica nella città di Atene, e fu venerato in seguito come creatore della politeia, la vita comune in uno stato. Ma non per questo abbandonò le avventure né i rapimenti di donne. Ad un certo punto della sua vita fu persino sposo di Elena prima che ella, riportata a casa dai Dioscuri, venisse sedotta da Paride (si diceva che Ifigenia fosse figlia non di Clitemnestra, ma di Elena che l’avrebbe avuta da Teseo e l’avrebbe consegnata alla sorella al momento della nascita). Fu allora che l’amico Piritoo, che diceva di essere uno dei numerosi figli di Zeus, e che aveva aiutato Teseo nel rapimento di Elena, pretese che egli lo aiutasse nella più sfrontata delle imprese: il rapimento di Persefone, moglie di Ades e dea degli inferi. Forse a quel tempo i due uomini erano già avanti negli anni, Piritoo era già vedovo della moglie Ippodamia e Teseo aveva già subito la tragedia che si era abbattuta sulla sua casa dopo aver sposato Fedra, sorella di Arianna, di cui parleremo tra breve. In ogni caso, essi scesero entrambi nell’oltretomba dove Ades, fingendo di ascoltare la loro richiesta, li fece sedere sulla sedia dell’oblio, da cui non avrebbero mai più potuto liberarsi. Ma si sa, nei miti come nelle fiabe non si può prestare troppa fede al tempo, che non è certo uguale a quello che noi conosciamo. Infatti Teseo sarebbe stato liberato dagli inferi, molti anni più tardi, da un Eracle ancora giovane durante la ricerca di Cerbero, il che non sarebbe possibile, perché Teseo era assai più giovane dell’altro eroe. E’ probabile dunque che il rapimento di Elena sia avvenuto molto tempo prima, forse prima ancora dell’avventura del Minotauro.

            Come aiutante di Eracle nella lotta contro le amazzoni, Teseo rapì Antiope, sorella della regina Ippolita, se non, come taluno riteneva, la stessa regina. Per questo le amazzoni attaccarono Atene, a Antiope, innamoratasi del giovane, le tradì, consentendogli di difendere la sua città, e per questo venne uccisa, non prima di avergli dato il figlio Ippolito.

            Più tardi Teseo, come si è accennato, sposò Fedra, sorella di Arianna: Minosse nel frattempo era morto e Deucalione cercava così di rinsaldare l’alleanza con il potente vicino. Fedra diede a Teseo i due figli Acamante e Demofonte (che anni dopo avrebbe salvato la nonna Etra, divenuta schiava di Elena, dal palazzo reale di Troia dato alle fiamme). Tuttavia la storia che segue è fosca: Fedra si innamorò di Ippolito, un giovane bellissimo e strano, devoto ad Artemide e disdegnoso dei doni di Afrodite: forse per questo la dea lo punì con l’amore della matrigna, al quale egli reagì con disgusto. Fedra allora si uccise, lasciando una lettera a Teseo, che era lontano, in cui accusava il figliastro di averla sedotta. Teseo chiese allora al padre Poseidone di far morire suo figlio per il disonore che aveva arrecato alla sua casa, e il esaudì il suo desiderio, inviando dal mare un toro selvaggio che fece imbizzarrire i cavalli del suo cocchio, sicché il giovane morì, sebbene si dicesse che Artemide lo aveva fatto riportare in vita da Asclepio, e lo si riconoscesse in cielo nella costellazione dell’Auriga.

            Alla fine della sua vita Teseo fu costretto a lasciare l’Attica. Chi poneva il rapimento di Elena in questo periodo, riteneva che ciò fosse avvenuto perché i Dioscuri avevano dato battaglia e Atene era caduta, o forse il suo stesso popolo gli era divenuto ostile, istigato da un discendente del demagogo Eretteo. Sembra comunque che egli si recasse nell’isola di Sciro dove, forse ritenendo pericolosa per il suo regno la presenza di un uomo così forte, gli finse amicizia e un giorno lo gettò da una collina. Il regno rimase nelle mani del nipote di Eretteo fino a che questi morì e Demofonte, di ritorno da Troia, ereditò il regno del padre Teseo.

[1]Ibidem

[2]P. Citati, op. cit., p.

[3]K. Kerényi, op. cit., p. 421

[4] Ovidio, op. cit., p. 270

[5]Ovidio, L’arte di amare, Rizzoli, Milano, II edizione 1979, trad. di Ettore Barelli, p. 275

[6]Ibidem, p. 145

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6 Pensieri su &Idquo;Teseo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

  1. Viandante mi piacerebbe avere tutti i tuoi post come il pr3sente raccolti in un volumetto. Hai per caso intenzione di farlo? Mi dispiacerebbe troppo perdere i post che sai col tempo uno se li dimentica mentre io vorfei stamparmeli e tenerli in libreria. Me lo dici se lo fai please?

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