Il Bosco – Capitolo 2 – Part I – V

immagine_boscoVilla Genziana non era propriamente una villa, piuttosto una casetta monofamiliare nel centro di quello che “un tempo”, come avrebbe detto la signora Marta Bruzzo, era stato il quartiere signorile di Albaro, ma che con le nuove costruzioni degli ultimi dieci anni stava ormai procedendo verso un inesorabile declino. D’altra parte, la signora non avrebbe potuto neppure concepire una casa senza un nome.

Come ulteriore concessione alla nostalgia della padrona di casa per i bei tempi andati, ogni stanza aveva tende, tappezzerie e arredi di un proprio colore ed era designata di conseguenza: la Camera Blu, la Camera Rossa, la Camera Verde… La signora Marta non avrebbe neanche mai potuto pensare di vivere in un appartamento con dei vicini al di sotto, al di sopra o a fianco del sacro rifugio protetto dai suoi Lari e dai suoi Penati. Del resto, non c’era dubbio che la venerata signora Rosangela e l’altrettanto venerato signor Giacomo Maria, genitori buonanima della signora Marta, avrebbero abbandonato senza indugio il proprio ruolo di numi tutelari dell’abitazione della figlia, se mai avessero saputo da Lassù, e Lassù la notizia sarebbe trapelata di certo, che la figlia condivideva parte della propria casa, e fosse pure una parte chiusa e separata da muri, con degli estranei.

Lassù era un luogo di cui Andrea e Monica avevano molto sentito parlare fin da bambini. Non aveva mai assunto una precisa forma o un’esatta collocazione geografica, per così dire. La loro madre non aveva mai, mai nella sua vita pronunciato la parola Paradiso. Le prozie e i prozii, le nonne e i nonni, e in qualche malaugurato caso un amico di famiglia “giovanissimo, non aveva ancora compiuto sessant’anni”, tutti quelli che loro avevano conosciuto e poi d’un tratto mai più rivisto, erano andati Lassù. Per qualche tempo, anzi, da piccolo, Andrea si era chiesto come mai la prozia Luigia, che per quanto ne sapeva lui usciva di casa solo la domenica per andare a Messa, avesse deciso tutt’a un tratto di prendere l’aeroplano. Incuriosito, aveva anche chiesto a sua madre, mettendola in un imbarazzo tanto profondo quanto del tutto involontario, se la prozia si fosse portata Lassù anche il suo inseparabile rosario e il vaso da notte che aveva visto tante volte sotto il suo letto. La madre gli aveva impartito un paio di scappellotti e un paio di spiegazioni, dal che lui aveva finalmente capito che si trattava di un luogo dell’Anima, non raggiungibile in treno e tantomeno in aeroplano, per non parlare del portarsi dietro i vasi da notte, ma a parte questo, il mistero era rimasto in gran parte tale.

Giampietro Bruzzo – nessuna parentela con la ben nota famiglia industriale, purtroppo – aveva fondato una piccola azienda di produzione di minuterie per la carpenteria navale della quale era il presidente e unico socio. Benché messa in questi termini la cosa potesse persino suonare allettante, di fatto spiegare che fabbricava viti e bulloni era causa di innumerevoli rossori da parte della povera signora Marta. Intendiamoci, se la cavava discretamente, era riuscito a comprare casa senza neanche un piccolo aiuto dai genitori di lei e naturalmente non aveva mai preso neppure in considerazione l’ipotesi che sua moglie lavorasse, ma insomma, viti e bulloni…

La mattina in casa Bruzzo era un momento di libertà. Mentre a cena il signor Giampietro pretendeva rigorosamente di avere tutta la famiglia intorno, esigendo che i figli si sedessero immediatamente dopo di lui e della moglie e si alzassero solo dopo aver finito e chiesto permesso, per la prima e la seconda colazione aveva dovuto accettare, con non poca resistenza, un certo rilassamento dei costumi. Rilassamento dovuto in effetti alle differenze di orario tra le varie lezioni all’università, oltre che tra dette lezioni e il suo ingresso al lavoro, ma che lui tendeva ad attribuire alla mancanza di coordinamento accademico, alla disorganizzazione dei propri figli, alla malaugurata situazione socio-politica dello sfortunato Paese in cui viveva e alla pigrizia della moglie, non necessariamente in quest’ordine.

Accadeva però che casualmente gli orari di qualcuno combinassero con quelli di qualcun altro e che almeno due componenti della famiglia riuscissero a far colazione insieme. Eventualità rara ma non inusitata. Anche se, nel caso del signor Giampietro, l’avverbio insieme richiede qualche spiegazione. Giampietro Bruzzo era un cultore della concentrazione e del silenzio tanto quanto uno strenuo difensore dell’unità della famiglia. I due aspetti entravano talvolta in conflitto, perché entrambi i suoi figli, e ancor più sua moglie, amavano parlare in ogni occasione, compresa quella, sacra, dei pasti. Per lui l’unica conversazione ammessa sarebbe dovuta consistere di due frasi, una sola domanda ai figli da parte sua: “Come sono andate le lezioni oggi?” e l’appropriata, soddisfacente risposta: “Benissimo, grazie, papà”. Quando gli accadeva di incontrarli a colazione in vena di chiacchierare, dapprima tentava di fulminarli con occhiate cariche di sdegno. Se poi la tattica falliva, preferiva rinunciare all’unità familiare a vantaggio della concentrazione e del silenzio, per cui lasciava la cucina per rintanarsi in soggiorno.

Quella mattina, quando Andrea scese a colazione, c’erano solo suo padre e sua madre e quindi la concentrazione e il silenzio erano all’apice, rasentando l’assoluto.

Suo padre alzò gli occhi dal giornale, fece un cenno a significare che aveva notato il suo ingresso e disse, a mo’ di saluto: “Hanno condannato in appello quel Don Milani, quello che appoggiava i renitenti alla leva”. Il che era strano, perché raramente lui commentava il giornale con altri. Senza dire che quelle quattordici parole equivalevano per lui a un discorso estremamente prolisso. L’avvenimento doveva averlo colpito e Andrea si chiese per un istante se non gli stesse rivolgendo una sorta di ammonimento. Gli era difficile, tuttavia, credere che suo padre fosse dotato di tanta sottigliezza. Se avesse avuto dei sospetti su quello che gli si agitava nella mente, avrebbe semplicemente usato l’artiglieria pesante, fulminandolo con poche parole – o con un gelido silenzio – e avrebbe tacitamente delegato alla moglie il ricorso ad armi più sentimentali, come ricordargli il suo ruolo di capofamiglia una volta che il suo povero papà non ci fosse più stato (argomento che avrebbe immancabilmente suscitato la reazione indignata di Monica, maggiore di Andrea di tre anni). Comunque sarebbe stata una battaglia in campo aperto, senza allusioni.

“Mah!” disse.

Suo padre, che era tornato subito a posare gli occhi sul giornale, probabilmente non aspettandosi un commento, li rialzò di scatto. Quel monosillabo avrebbe potuto significare molte cose, ma il tono di disapprovazione di Andrea era inequivocabile.

“Questi preti dovrebbero smettere di immischiarsi nella politica e dedicarsi alle esigenze spirituali dei loro parrocchiani”, ribatté il signor Giampietro in tono conclusivo. Ma questa, Andrea non poteva lasciarla passare. Sfoderò uno dei suoi sorrisi più disarmanti, con appena un tocco d’ingenuità, così lieve che non la si sarebbe mai potuta credere ironica.

“Hai ragione, pà. Sono in troppi a intrecciare rapporti con chi ha i soldi e il potere, dimenticando il resto. Mi meraviglia che ci si possa preoccupare a tal punto di cosa si costruisce in una città e di quali industrie si debbano o no mantenere, o di combattere una legge che in fondo riguarda la possibilità per tutti, cristiani e non, di restituire alla parola famiglia il senso di un luogo d’amore, e poi ci si dimentichi di sostenere chi ha speso la vita in favore dei bambini e dei poveri, per la pace e contro la violenza. Apologia di reato, davvero! Se un prete deve rassegnarsi al militarismo, ossia a una legge che prevede la possibilità di dover ammazzare qualcuno che non ti ha fatto niente, solo perché il tuo governo ha deciso che è un nemico, chi si occuperà più di quei cristiani costretti a violare il comandamento di non uccidere?”.

Per poco Giampietro Bruzzo non soffocò, colpito da un improvviso quanto violento accesso di tosse. Trattandosi di Andrea, l’accenno non troppo velato agli interventi del Cardinale Siri in favore del mantenimento a Genova di certe fabbriche e della costruzione di certi grattacieli fortemente voluti da qualcuno di “quelli che contavano”, nonché agli anatemi lanciati periodicamente dal Vaticano contro la proposta di legge sul divorzio presentata un paio di anni prima e tuttora in discussione, gli appariva violentemente sovversivo.

“Tu… questo non… tu non… non lo pensi davvero, dimmi che non pensi davvero… quello che hai detto”, gemette quando riuscì infine, faticosamente, a ritrovare la parola. La signora Marta non l’aveva ancora ritrovata.

Il sorriso di Andrea questa volta espresse un mite rimprovero, come di chi non si capacita della reazione suscitata.

“Non intendevo niente di scandaloso, papà, sono cose che si trovano su tutti i giornali, sai.”

“Su quelli che leggi tu, vorrai dire”.

“Leggiamo gli stessi giornali. Forse ci vediamo solo scritte parole diverse. Comunque non intendevo niente di male. Ho sempre ammirato la povertà evangelica di Gesù, di San Francesco e di quelli come loro e la loro fede profonda nel cuore umano e nella sua capacità di ricercare la pace. E’ una condanna che non condivido, tutto qui. Del resto la mia opinione non vale certo granché”.

Questa risposta in un certo senso diplomatica, seppur contenente tracce di pericolosa sincerità, servì a rasserenare almeno un poco i suoi costernati genitori.

Se vi interessano le puntate precedenti, le trovate nel menu in cima alla pagina alla voce “Romanzo” 🙂

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