Orfeo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nelle fiabe)

Immagine dal web

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            Meno forte di Eracle, meno coraggioso di Achille, meno astuto di Ulisse, meno desideroso di gloria di Teseo, Orfeo potrebbe sembrare una figura di scarso rilievo nella mitologia greca. Spesso viene ricordato per le due caratteristiche che più lo rendevano lontano dagli altri eroi: la musica straordinaria che sapeva tirar fuori dalla sua cetra, e l’amore appassionato per Euridice, che – ed ecco l’elemento eroico – lo avrebbe condotto a varcare per lei la soglia degli inferi.

            Dunque Orfeo, come Eracle, come Teseo, come Giasone, come, più tardi, Odisseo, scende nel regno di Ades, ma diversamente da tutti gli altri eroi non lo fa per vincere un mostro uscito dagli incubi della sua natura selvaggia, ma per amore. E non si fa strada in quel regno triste né con la violenza, né con l’astuzia, ma con la musica della sua cetra, che incantava gli animali, gli alberi e perfino le pietre. Egli solo, tra tutti gli eroi greci, riuscì a domare col suo canto quanto vi era di più selvaggio: le creature che regnavano sulla Morte[1]. Del resto lo si diceva figlio di Calliope “dalla bella voce”, la musa della poesia epica: e questo, ci dice Ovidio, fu ciò che egli disse:

O dèi del mondo che sta sottoterra, dove tutti veniamo a ricadere, noi mortali creature, senza distinzione, se posso parlare e se mi permettete di dire la verità, senza i rigiri di chi dice il falso, io non sono disceso qui per visitare il Tartaro buio, né per incatenare i tre colli ammantati di serpenti del mostro della stirpe di Medusa […] e se non è menzogna quanto si narra di un antico ratto, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per i silenzi di questo immenso regno dell’abisso, vi prego, ritessete il filo prematuramente spezzato della vita di Euridice! […]. Qui tutti siamo diretti, questa è l’ultima nostra dimora, e il vostro dominio sul genere umano non ha poi più fine. Anche costei sarà vostra quando avrà compiuto fino in fondo il giusto percorso della sua vita: vi prego solo di ridarmela in prestito. Ma se il destino mi nega questa grazia per la mia consorte, io non voglio riandarmene, no. Così godrete della morte di due!”

             E a questo canto, accompagnato dall’incomparabile suono della sua lira, tutto per un momento si ferma in quel luogo che non conosce la pietà e perfino le anime più perverse, tormentate dai supplizi peggiori, hanno un momento di pace:

Tàntalo non cercò di afferrare l’acqua che rifluendo gli sfuggiva, e la ruota di Issìone si arrestò, attonita … e tu, Sìsifo, ti sedesti sul tuo macigno. Si narra che allora per la prima volta s’inumidirono le guance alle Furie, commosse dal canto[2]

Certo, il suo era un desiderio impossibile: solo Eracle, l’unico tra coloro che vantavano origini divine che potesse davvero definirsi, senza eccesso di autoesaltazione, un semidio, aveva potuto tanto: riportare una donna dal regno dei morti. Ma Euridice resta nella nostra memoria non tanto per il suo legame con gli inferi (è solo una delle tante fanciulle amate da eroi il cui nome già ne rivelasse questo ambiguo rapporto), quanto perché fu lei l’unica tra queste donne per cui un uomo arrivasse, senza nessun altro motivo che l’amore, senza sogni di gloria né di saggezza, a passare anche il confine della vita.

            Si sa perché Orfeo fallì nella sua impresa, quando già sembrava compiuta: il suo canto aveva addolcito Persefone al punto da consentirgli di portare con sé la moglie, purché non si voltasse a guardarla prima di essere tornato sulla terra. Era questa la condizione che più di tutte distingueva il regno dei morti da quello dei vivi: i morti non potevano essere visti, come non potevano essere visti i loro sovrani: e i sacrifici agli dei dell’Ade erano fatti col viso rivolto dall’altra parte.

            Ma Orfeo non resse a quella prova. Si dice che avesse creduto di udire la voce della sposa in pericolo che lo chiamava, e per questo si voltò e la perse per sempre. Ma non c’è bisogno di una ragione particolare. Egli aveva potuto, con lo strumento donatogli da Apollo, incantare per un momento quelle forze oscure, perfino interrompere il tormento delle anime dei titani e degli uomini invisi agli dei. Ma strappare un morto al suo destino, questo non poteva farlo, forse neppure Persefone, per quanto provasse pena per quell’amore così grande, avrebbe potuto concederglielo.

            Ciò che Orfeo riportò da quella discesa furono i misteri, i riti orfici, la conoscenza dei segreti che non aveva desiderato, che non erano mai stati lo scopo del suo viaggio e che pure aveva appreso da Persefone. Quei misteri sarebbero anche stati la causa della sua morte. Orfeo era sicuramente “apollineo” nella sua natura, un conciliatore di opposti: legato alle muse più di qualunque altro prima e dopo di lui, portatore dell’armonia dove non c’erano che contrasti selvaggi, colui che aveva ricevuto in dono la cetra del dio, e dopo il quale la cetra sarebbe scomparsa tra le costellazioni celesti, perché nessun altro avrebbe potuto suonarla. Ma era divenuto il cantore dei misteri di Dioniso[3], e la sua fu una fine dionisiaca, e non apollinea.

            Si dice che dopo la morte di Euridice egli non avesse più voluto amare alcuna altra donna, e si circondasse di giovani uomini, ai quali trasmetteva la conoscenza dei misteri. Forse per questo, le donne lo presero in odio: e una volta, durante la celebrazione dei misteri, lo assalirono e lo fecero a pezzi. Secondo la versione più comune, la testa venne gettata nel fiume Ebro insieme alla cetra, e finì a Lesbo, l’isola dove la poesia è sovrana. Ma ancora più suggestivo è, tra i racconti legati alla sua morte, quello che voleva che la testa, gettata in mare, fosse stata portata dalla corrente fino a Smirne, alla foce del fiume Melete, dal quale sarebbe un giorno nato Omero.

            La scena della morte di Orfeo, in Ovidio, è bellissima: sembra quasi che l’umanità, che più volte traspare dietro l’ironia, trovi la sua massima espressione quando egli parla di un altro poeta: come nell’immagine del sasso che

“[…] mentre ancora vola, rimane estasiato dai soavi concenti della voce e della lira, e gli cade dinanzi ai piedi, quasi a chieder perdono di quell’ardire folle

Ma la furia delle Baccanti non si placa, il clamore delle loro urla, dei tamburelli, dei flauti sovrasta il suono della lira:

Allora le Baccanti dapprima fecero strage degli innumerevoli volatili, ancora incantati dalla voce del cantore, e dei serpenti e delle schiere di quadrupedi che erano la dimostrazione vivente della grandezza di Orfeo. Poi con le mani grondanti di sangue si rivolsero direttamente contro di lui, accalcandosi come gli uccelli se vedono svolazzare di giorno il rapace notturno. E il poeta pareva il cervo destinato a perire al mattino nell’arena, nel chiuso dell’anfiteatro, preda dei cani”.

            Alcuni contadini che stavano là svolgendo il loro lavoro fuggono spaventati dalla scena, lasciando gli attrezzi :

  “… e per la campagna divenuta di colpo deserta rimasero sparsi sarchielli e pesanti rastrelli e lunghe zappe. Le forsennate si precipitarono a prendere questi oggetti, e fatti a pezzi i buoi che le minacciavano con le corna, tornarono di corsa a uccidere il poeta che, protendendo le braccia, per la prima volta pronunciava parole senza effetto e nulla riusciva ad ammaliare con la voce. Lo ammazzarono, sacrileghe, e da quella bocca ascoltata perfino dai sassi e compresa dalle bestie commosse, o Giove! L’anima si disperse, con l’ultimo respiro, nel vento.

                Gli uccelli afflitti ti piansero, Orfeo, ti piansero le schiere di animali selvatici, e i sassi duri, e le selve che spesso avevano seguito il tuo canto: gli alberi, deposte le loro chiome, rimasero rasi, in segno di lutto. E dicono anche che i fiumi crebbero a furia di piangere, e che le Naiadi e le Drìadi misero manti neri sui loro veli e andarono con i capelli scompigliati.

 […] Qui [sulle coste di Lesbo], un feroce serpente si avventa contro la testa sbattuta su quella spiaggia straniera, contro i capelli grondanti di stille rugiadose; ma all’ultimo istante Febo interviene, e blocca il serpente che si appresta a mordere, congelandone in pietra le fauci spalancate, indurendolo così com’è, a bocca aperta.

L’ombra di Orfeo discende sottoterra. Egli riconosce uno per uno i luoghi che ha già visto una volta e, cercandola per i campi delle anime pie, ritrova Euridice, e la abbraccia appassionatamente. E qui passeggiano insieme: a volte, accanto; a volte, lei lo precede e lui la segue; altre volte è Orfeo che cammina davanti, e ormai senza paura di perderla, si gira indietro a guardare la sua Euridice.”

            Per punire le donne di quel misfatto, Bacco (Dioniso) le trasforma in alberi:

Come l’uccello che posa la zampa sulla rete astutamente mascherata dal cacciatore, sentendosi preso si dibatte e agitandosi convulsamente non fa che stringere le maglie, così ognuna di esse ritrovandosi immobilizzata e confitta nel terreno cerca invano, atterrita, di fuggire, ma la radice flessibile la trattiene e ne frena gli scatti. Mentre si chiede dove siano le dita, dove i piedi e le unghie, ognuna vede legno salire su per i lisci polpacci, e tentando di percuotersi la coscia in segno di dolore, picchia su del legno. Anche il petto diventa legno, legno sono le spalle, e le braccia tese le prenderesti per rami veri, e non ti sbaglieresti[4].

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 472

[2] Ovidio, op. cit., p. 388-89

[3] Ovidio, op. cit., p. 429

[4] Ovidio, op. cit., pp. 427-431

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3 Pensieri su &Idquo;Orfeo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nelle fiabe)

  1. Orfeo mi piace tantissimo, è un eroe piú umano di altri con difetti e debolezze umane: per amore e con l’amore riesce quasi a salvare la donna che ama e sempre per amore fallisce. Ma l’amore dura piú della vita!

    • Sono moltissimo d’accordissimo con te 😀
      Ho sempre amato Orfeo. Tra l’altro, non so se sia un’interpretazione azzardata, ma secondo me, più che un eroe (nonostante la “gita” nel mondo sotterraneo) è la personificazione della poesia e della musica, quindi di una forma già diversa di ricerca dell’eternità, più moderna, se vogliamo. Anche di un amore, mi sembra che abbia caratteri quasi medioevali e cavallereschi, un romanticismo, quasi un’idea dell’anima gemella, mi viene da dire, che non si ritrova, direi, in nessuno degli eroi greci.
      E’ un altro di quei personaggi che approfondirei molto volentieri 🙂

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