14. Awakenings / Risvegli

Awakenings

In un certo senso credo che Awakenings, il film di Penny Marshall che comunque avevo intenzione di recensire oggi, sia molto adatto a questi giorni e a queste emozioni che ci stanno scuotendo un po’ tutti, ognuno naturalmente a suo modo. Avevo anche pensato di fare uno strappo alla regola “cronologica” e recensire Weapons of Self-Destruction, che poteva sembrare ancora più attuale, ma in fondo non è necessario.

Chi mi segue da un po’ sa ormai fino alla noia quanto Robin Williams abbia rappresentato per me la libertà e il coraggio da sempre, oltre che la mitezza di cui parlavo in questi giorni. Mitezza che significa poi la forza di non lasciar cambiare la parte più dolce della propria essenza dalla durezza delle circostanze esterne. Sa anche che qualunque cosa quest’uomo straordinario abbia detto e fatto, a me serve sempre a leggere meglio la realtà, a lenire le ferite, a ritrovare equilibrio e forza, a ri-innamorarmi delle emozioni ogni volta.

Awakenings è una storia drammatica, con un personaggio che pur con sprazzi di ironia (credo che fosse davvero una fatica enorme per lui farne del tutto a meno, come aveva dovuto fare, ad esempio, per Seize the Day, e in seguito per altri film che non a caso non sono tra i suoi più amati), è come sempre profondamente diverso da ogni altro da lui interpretato in precedenza. Il dottor Malcolm Sayers (ispirato al medico inglese Oliver Sacks che aveva scritto un libro sulla sua esperienza) è un uomo quasi patologicamente timido, spaventato dal contatto umano, che vorrebbe fare ricerca di laboratorio e si trova a lavorare con pazienti catatonici, con varie forme “atipiche” di qualcosa. Il dottor Sayers, non arrendendosi alla mancanza di cure, finisce per trovare il nesso comune, dato dal fatto che tutte quelle persone erano state contagiate nel corso di una grave epidemia di encefalite letargica. Scopre inoltre che tutte reagiscono a determinati stimoli, tra cui in particolare la musica (un certo genere, non lo stesso per ognuno di loro).

Leonard (Robert de Niro), uno dei suoi pazienti, riesce a comunicare con una tavola Ouija (quelle usate per le sedute spiritiche) e chiede che gli venga letta la poesia The Panther di Rilke.

Quando sente parlare di un nuovo farmaco usato per i malati del morbo di Parkinson, il medico intuisce che potrebbe avere degli effetti anche sui suoi pazienti. Uno dopo l’altro, infatti, Leonard e gli altri si “risvegliano”. Sarà un’esperienza temporanea e per questo anche molto dolorosa, eppure nessuno di coloro che l’hanno vissuta rimpiangerà di averlo fatto o avrà nei confronti del dottore altro che gratitudine. Nelle parole del critico cinematografico Roger Ebert (che diede al film il massimo punteggio), “After seeing Awakenings, I read it, to know more about what happened in that Bronx hospital. What both the movie and the book convey is the immense courage of the patients and the profound experience of their doctors, as in a small way they reexperienced what it means to be born, to open your eyes and discover to your astonishment that “you” are alive.” [Dopo aver visto Risvegli, ho letto il libro, per saperne di più su ciò che era accaduto in quell’ospedale del Bronx. Quello che traspare sia dal film che dal libro è l’immenso coraggio dei pazienti e l’esperienza profonda dei loro medici curanti allorché essi ebbero modo di rivivere, in piccolo, il significato dell’esperienza di nascere, quando apri gli occhi e scopri, sbigottito, che “tu” sei vivo.]

Credo che da qui capirete perché ho detto all’inizio che questo film mi sembra, tutto sommato, quello “giusto”, in questo momento.

CURIOSITA’

Rivedendo la scena in cui RW suona il pianoforte, siccome un po’ mi sembra di conoscerlo, sono andata a verificare quello che avevo intuito, cioè che come aveva preso lezioni di sax per recitare in quell’altro bellissimo film che è Moscow on the Hudson (oltre a imparare il russo quasi alla perfezione), così ha preso lezioni di pianoforte per questo. Del resto, è lo stesso uomo che a una domanda sul paradiso, o su un’eventuale altra vita, alcuni anni più tardi (in occasione di What Dreams may Come, o Al di là dei sogni) avrebbe detto che tra le altre cose gli sarebbe piaciuto rinascere come musicista o comunque imparare a suonare il sassofono o il violino davvero bene.

In una delle interviste che hanno accompagnato l’uscita del film (e sapete anche quanto io adori le interviste di RW), Johnny Carson [errata corrige: si trattava di Jimmy Carter, l’intervista con Johnny Carson è qui] e Robin Williams scherzano sul fatto che lui abbia fatto un film così serio. Non era affatto, in realtà, il primo ruolo drammatico di RW (del resto, a parte i film più vecchi e meno noti, Dead Poets’ Society, uscito l’anno prima, era un film con momenti altamente drammatici e che certo non sfruttava la sua verve comica). Ma insomma, Johnny Carson fa una battuta con il suo ospite su questa serietà, e RW gli dà una risposta da par suo, sul fatto che a me pare ovvio, ma che forse non lo è, sul desiderio di cambiare, di indagare aspetti diversi, di cercare sempre nuovi confini (pushing the envelope), e quindi gli dice, farò qualcosa di serio, qualcosa di divertente, e ogni tanto proverò anche a interpretare il ruolo di una donna. Cosa che avrebbe fatto davvero tre anni dopo, con Mrs. Doubtfire. Da anche una bella descrizione di Oliver Sacks, come un misto di Schwarzenegger e Albert Schweitzer, con un po’ l’aspetto di Babbo Natale 🙂

Questa è la poesia di Rilke letta da Robin Williams nei panni del Dottor Sayers. Da brividi, con quella incredibile voce…

 His vision, from the constantly passing bars,
has grown so weary that it cannot hold
anything else. It seems to him there are
a thousand bars; and behind the bars, no world.

As he paces in cramped circles, over and over,
the movement of his powerful soft strides
is like a ritual dance around a center
in which a mighty will stands paralyzed.

Only at times, the curtain of the pupils
lifts, quietly–. An image enters in,
rushes down through the tensed, arrested muscles,
plunges into the heart and is gone. 

 

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26 Pensieri su &Idquo;14. Awakenings / Risvegli

    • Tra l’altro, c’è quella scena meravigliosa, tutta la parte del risveglio di Leonard, fin da quando lui chiede che ora è, il dottore gli risponde “è molto tardi, tutti stanno dormento”, e Leonard dice “io non sto dormendo”, con quel sorriso che è metà malizia del bambino che ha fatto una marachella, metà inizio di consapevolezza. E poi tutta la riconquista delle piccole cose, scrivere il suo nome, respirare l’aria (anche se è quella del ventilatore), toccare gli oggetti, sentire i suoni, riconoscere la madre e parlarle. tutte cose tacciate di sentimentalismo. che è – ovviamente – uno degli aspetti che io trovo coraggiosi, perché il limite che ci autoimponiamo nel parlare di sentimenti fa non pochi danni a mio parere 🙂

    • La cosa per me preziosa è che piace anche ai miei figli (il piccolo in particolare, ma anche il grande era stato colpito sia da “Good Morning Vietnam”, sia da “dead Poets Society” e non so se puoi sapere quanto questo sia per me un balsamo, una speranza, un motivo di orgoglio e di gioia 🙂

  1. ogni volta che leggo qualche tua recensione mi viene voglia di approfondire …hai una grande forza comunicativa, coinvolgente!!! Credo davvero che guarderò il film, nonostante abbia letto il libro!!! grazie!! 🙂

  2. Qualche giorno fa la moglie ha detto che soffriva di una malattia neurodegenerativa che gli dava al massimo pochi anni di vita……forse, e dico forse, è meno peggio pensare che fosse la malattia a spaventarlo e non la vita….ma anche così è un vuoto grande

    • Cara Mela, come immaginerai, al momento della morte di RW ho letto tante interpretazioni su quello che poteva essergli successo. Ma proprio tante, fino a farmi davvero male in una specie di masochismo temporaneo. Forse volevo solo cercare di capire. Ognuno che voleva dire la sua, come sempre. La depressione, il Parkinson, i demoni, ah, sì, ma io che l’avevo visto trent’anni prima già avevo intuito…
      A un anno dalla sua morte ne ho scritto, dopo aver rivisto quasi tutti i suoi film, riguardato e riletto una minima frazione delle sue interviste, ché per fortuna di cose ne ha lasciate davvero tante, ed è una miniera d’oro per me che le scavo una per una, giorno per giorno.
      Io sono convinta, e a dire la verità questa cosa è stata sommessamente confermata da qualcuno che indirettamente lo conosceva, che:
      1) Lui era un uomo d’intelligenza superiore alla media, chiunque ci avesse a che fare se ne rendeva conto.
      2) Era un uomo di empatia MOLTO superiore alla media e anche questo è palese dalla reazione che ha suscitato, in America è come se quasi ogni famiglia avesse perso un parente stretto. e lasciamo perdere la quantità di bene che ha fatto e di cui in gran parte si è saputo solo dopo. Ma basta guardare i suoi occhi, no? 🙂
      3) Aveva il Parkinson sicuramente, che è, contrariamente a quanto si pensa, una condizione spaventosa, cronica e che porta alla morte tra mille complicazioni;
      4) ora sembra che avesse anche il morbo di Lewy, che pare sia anche peggio. Forse, dice la moglie (che peraltro ogni tanto compare a dire qualcosa di nuovo, ma lasciamo perdere), doveva addirittura essere ricoverato in una specie di casa di cura senza ritorno.
      5) E’ un uomo a cui è sempre importato molto, moltissimo di non dipendere dagli altri, per sé, ma anche per loro, e sono sicura che avrebbe a ogni costo evitato di costringerli a una vita d’inferno per assisterlo. In una intervista (sempre legata a What Dreams May Come) aveva parlato del suo rapporto con la vita, la morte, l’amore, l’’dea del suicidio che sentiva, al momento, lontanissima ma aveva detto che pensare che una persona per esempio gravemente malata possa andare all’inferno perché si è uccisa, per lui era assurdo come mandare all’inferno i bambini non battezzati.
      6) Prima di uccidersi ha finito la lavorazione di tutti i film che aveva in corso (all’inizio si era detto che forse qualcuno era in sospeso, ma non è così). Perché era uno la cui etica, tra l’altro, dettava di finire le cose che si sono iniziate. E perché amava il suo lavoro di un amore profondo e sincero, tale che non potrei immaginarlo vivere senza.
      Da tutto questo credo sia chiaro quello che penso, che la sua sia stata l’ennesima, coerente scelta di libertà e di coraggio (appunto) e di amore per la vita. Quella che lui amava, quella che ha reso “poesia” il suo esserci, per lui e per gli altri.

      • Il suicidio, da Socrate in avanti è l’unico vero atto di libertà che abbiamo. Non abbiamo scelto di nascere ma possiamo scegliere di non vivere. Indagare sulle motivazioni è sempre sterile, anche se
        comprensibile, per capire e cercare di colmare un vuoto. Resta l’enorme rispetto per il gesto di un uomo grande moralmente e intellettualmente e, soprattutto, libero.
        (guarda che io concordo con te, ti sei mica arrabbiata? 🙂 )

      • Naturalmente no, non con te 😇, con tutti quelli che hanno sparato parole a vanvera blaterando di peccati e malattie mentali e sciocchezze varie. Sai che nel suo caso non sono certa che sia sterile? Proprio perché per me era la quintessenza dell’amore per la vita e non mi capacitavo, forse per questo avevo tanto bisogno di capire, perché vedi, io mi fido di lui ciecamente, i suoi principi sono i miei e se fa qualcosa che non capisco… Beh parto dal presupposto che quasi sicuramente ha ragione lui. E così devo capire i suoi motivi. Contro ogni retorica di chi condanna o vittimizza perché quando lo fanno nei confronti di una persona per cui provo quello che sento per lui è una ferita. Ho scritto tutto questo proprio perché sono certa che tu capisca 😙 ☺

  3. Splendida recensione, così profonda..!! 🙂
    Adoravo anch’io Robin Williams, attore di grande talento, sin dalla sua prima comparsa sul piccolo schermo nella serie “Mork & MIndy”.
    Non riuscivo a credere alla sua dipartita, perché era un uomo vitale, positivo ed intelligente; ho letto alcune tue risposte e condivido con te le riflessioni a proposito: il suo gesto è stato dettato dal suo altruismo e, strano a dirsi, dal suo grande amore per la vita..!! 🙂

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