Achille (da: IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

Achille

Achille è senza dubbio il più forte tra gli eroi greci di questo periodo. Né poteva essere altrimenti, viste le sue origini così particolari.

Al re degli dei, innamorato della dea marina Teti (o Tetide), era stato predetto che se qualunque dio avesse avuto un figlio da lei, questo figlio avrebbe spodestato Zeus, e avrebbe dato vita ad un nuovo ordine di dei, proprio come Zeus stesso aveva fatto quando aveva sconfitto Crono. Per evitare tutto questo, egli avrebbe dovuto dare in sposa la dea ad un uomo.

Ma poiché Tetide era una dea potente, e inoltre godeva dell’affetto di Era che l’aveva allevata, l’uomo che le venne destinato fu il più bello del suo tempo, e il più valoroso: Peleo, il pastore del monte Pelio, successore di Eaco sul trono dei Mirmidoni, il popolo nato dalle formiche che avrebbe accompagnato poi Achille a Troia.

Nonostante questo, si dice che la dea fosse una sposa riluttante, e che tentasse di sottrarsi alle nozze trasformandosi in fuoco, in acqua, in leone e in serpente, ma Peleo, come gli era stato consigliato, la tenne stretta fino a che Tetide si arrese. Secondo una versione della leggenda, la dea fuggì poi subito per tornare nel suo elemento naturale, l’acqua, e qui nacque Achille, il cui nome ricorda da vicino i nomi di dei fluviali come Acheloo e Achele[1].

Dunque, colui che sarebbe stato destinato a regnare sugli dei, non poteva essere che il più forte tra gli uomini. Omero raccontava che gli fosse stata data la scelta tra una vita tranquilla e longeva, e la morte precoce in cambio della gloria in battaglia, e che fosse stato lui stesso a scegliere la gloria. Certo dovette poi pentirsene se, come abbiamo visto, pronunciò di fronte a Odisseo nell’Ade quelle parole così disperate.

E comunque in Achille l’amore per la gloria, benché fortissimo, contende il suo cuore con la piena consapevolezza dell’insostituibilità della vita umana. Quando egli rimane nella sua tenda, senza più prendere parte alle battaglie, irato contro Agamennone, e i compagni lo supplicano di far cessare la strage che i Troiani stanno compiendo su di loro, Achille rifiuta. Rifiuta perché la sua collera contro Agamennone è implacabile. Rifiuta perché è orgoglioso, inflessibile. Tuttavia dice anche qualcosa di più:

“Niente, per me, vale la vita: non quanto dicono
ch’Ilio solida rocca aveva prima, in pace,
prima che vi giungessero i figli degli Achei;
non quanto racchiude la soglia di pietra del tempio di Apollo,
di Febo saettante, in Pito rocciosa.
Buoi, grassi montoni, si posson rapire,
comprare tripodi e bionde criniere di cavalli;
ma la vita di un uomo, perché torni indietro, rapir non la puoi
e nemmeno afferrare, quando ha passato la siepe dei denti”

Nonostante la madre divina, neppure Achille avrebbe mai potuto essere immortale, e inutilmente Tetide lo immerse nello Stige a questo scopo: dovette lasciar fuori il tallone, per il quale lo teneva, e fu proprio con una freccia nel tallone, che il “pié veloce” sarebbe stato ucciso, a tradimento, dal più vile dei Troiani, Paride.

Tetide cercò di proteggere il figlio anche in un altro modo: lo condusse presso il re Licomede, re dell’isola di Sciro, il quale lo fece vestire da donna e lo mescolò tra le sue figlie. Da una di esse, Deidamia, l’eroe avrebbe avuto l’unico figlio Pirro (chiamato anche Neottolemo, un nome da guerriero quale egli era destinato infatti a diventare). Chi meglio di Odisseo, re della menzogna, avrebbe potuto smascherare l’inganno? Egli portò degli abiti da fanciulla in dono alle figlie di Licomede, ma tra i vestiti aveva nascosto delle armi, e Achille le afferrò e fu riconosciuto.

Omero non parla di questa storia, dice solo che Achille uscì dalla casa del padre di corsa per andare incontro a Odisseo e a Nestore, ansioso di partecipare alla battaglia. Peleo non poté trattenerlo, e gli donò i cavalli divini, Balio e Xanto, che sarebbero divenuti un giorno i profeti della sua sventura, e avrebbero sofferto per la sua morte come esseri umani.

E’ noto che non solo l’Iliade ha Achille tra i suoi principali protagonisti, ma sulla sua “ira funesta” è costruita l’intera opera: Agamennone, che ha dovuto rinunciare alla schiava Criseide, sottrae ad Achille la sua, Briseide. Achille si infuria per il dolore, per l’umiliazione, per la prepotenza del re, e minaccia di abbandonare tutti al loro destino, consapevole che senza di lui i Greci sarebbero perduti. Anche questo episodio conferma in un certo senso il ruolo di Achille come assertore dell’unico, dell’individuale, dell’insostituibile. Aiace gli rimprovera quella sua furia selvaggia, che non si lascia placare dai doni, “e per una fanciulla/ sola: ora noi te ne offriamo sette, bellissime, / e molte altre cose ancora”[3]. Ma la sua risposta Achille l’aveva già data prima a Odisseo:

Ma dimmi, perché combatton coi Teucri
gli Argivi? Perché raccolto un esercito, qui l’ha condotto
l’Atride? non per Elena chiome bella?
E fra i mortali essi soli aman le spose
gli Atridi? Ah, no! Ogni uomo nobile e saggio
ama e protegge la sua, come io quella
amavo di cuore, benché conquista di lancia…

Alla fine sarà un nuovo, più aspro dolore a vincere la sua inattività: la perdita del diletto Patroclo, ucciso da Ettore, contro il quale si scatenerà la vendetta feroce di Achille. Il poema termina quando Achille, che ha ormai vendicato la morte di Patroclo, ma non per questo ha superato il dissidio con  Agamennone, e tutto sommato non approva quella guerra, acquista consapevolezza che la morte di Ettore, pur necessaria, è stata altrettanto crudele e insensata quanto la morte di Patroclo. Acquista consapevolezza del dolore del padre “nemico”, lo stesso dolore che il suo stesso padre proverà tra breve, poiché Achille sa bene che non tornerà a casa. Il poema quindi si chiude con la riconciliazione di questi due personaggi così diversi, il Greco e il Troiano, il giovane pieno di fuoco e il vecchio ormai stanco ma non per questo privo di quel coraggio che lo ha spinto per amore del figlio morto nella tenda dell’uomo che lo ha ucciso.

Eppure non doveva essere usuale, nella poesia eroica di tradizione orale dell’epoca, concentrare un poema di tale proporzione su un caso singolo. E’ vero, l’ostilità di Achille contro Agamennone ha diversi livelli interpretativi e un’importanza particolare. Si è detto che costituisse l’affermazione dell’unicità e insostituibilità umana contro l’antica idea dell’individuo come parte di una massa indistinta; si è detto anche che rappresentasse l’inizio di un’epoca nuova, perché se i vari eroi che partecipavano alla guerra erano tutti re di qualche luogo, tutti pari membri di una democrazia perfetta senza rapporti di vassallaggio, è anche vero che doveva cominciare a sentirsi l’esigenza di una struttura più complessa. Quando Achille offre protezione a Calcante, esprime questa esigenza: egli non agisce più nel proprio esclusivo interesse, ma per proteggere anche altri, con funzioni simili a quelle di un potere politico e giudiziario[5].

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 505
[2]Omero, op. cit., libro IX, p. 307
[3]Omero, op. cit., Libro IX, p. 321
[4]Ibidem, p. 305
[5]Fausto Codino, prefazione all’Iliade, Einaudi 1990, pag. XI

Ok, adesso so cosa state pensando sulla foto che ho scelto. Il fatto è che pur non ho visto “Troy”, questa è l’immagine più riconoscibile che ho trovato. Non ci sono immagini di Achille ben caratterizzate, che lo distinguano da un qualunque altro eroe di guerra fornito di corazza. Penso che alla fine dovrò decidermi a vederlo, anche se non mi attira molto per tutte le distorsioni della storia di cui ho sentito parlare. Ma mi piacerebbe per esempio vedere come hanno risolto la questione-Patroclo 🙂

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26 Pensieri su &Idquo;Achille (da: IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

  1. In che senso non ci sono immagini di Achille? A Troia non si usavano i selfie? Torno a chiedere a gran voce che tu raccolga tutti questi post… a te Luciano de Crescenzo, Montanelli e Cervi messi insieme ti fanno mezzo baffo!

  2. E cmq sì… hai messo le mani avanti ma non mi importa lo dico:il biondino messo su sto post ci azzecca poco! No no no! Anche l’agguato a Troilo con la sua semplicità sarebbe stato molto meglio! Per il resto non ho bisogno di dire quanto stimi la torinese più colta di…Mantova 😂

    • Ecco, Achille, per dire, a me è sempre stato piuttosto simpatico. Non è il mio preferito ma alla fine ho sempre pensato che un iracondo fosse comunque meno peggio di un ingannatore fedifrago e e sleale. Ecco, forse questo mi è sempre piaciuto di Achille, si può dire quello che si vuole sulla sua furia devastatrice, ma è un eroe (e un amico) leale.

      • Io trovo che un po’ di orgoglio ci sta, quando ti chiamano per fare una guerra altrui e poi la persona che vai ad aiutare fa pure il prepotente, per non dire altro. Poi Achille parla di amore anche quando si riferisce a Briseide, benché diciamo fosse probabilmente un amore di tipo diverso, rispetto a quello per Patroclo.
        Poi come dicevo per me proprio la slealtà è uno dei difetti peggiori. Anche il fatto che Achille si fosse così infuriato per l’inganno contro Ifigenia è indicativo. Lui detesta l’ipocrisia, è sincero in ogni momento. Questo è uno dei più bei pregi per me 🙂

      • Poi sai cosa pensavo, che forse anche questo suo rappresentare l’individualità mi affascina. L’unicità e insostituibilità dell’individuo è un concetto che mi è molto caro, mentre l’assalto delle masse scatenate dalla forza del gruppo… anche no…

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