Luci e pensieri di tardo autunno

Foto scattate ieri sera, durante una breve sosta in campagna prima di andare a Milano per una pizzata con gli amici (compresa la dalia bianca, coraggiosamente fiorita agli ultimi tepori, che ha resistito anche ai 3 gradi di ieri sera).

Piccolo aneddoto. Parlando con un’amica ieri mattina mi dice “ma davvero vai a Milano? Stai attenta, sai, di questi tempi potrebbe essere un obiettivo”. Ieri sera poi il discorso “obiettivi sensibili” è saltato fuori a più riprese.

Così diventa sempre più necessario parlarne con i figli, anche quello più piccolo, con cui francamente ne faresti volentieri a meno. Se non altro, faresti volentieri a meno di entrare così a fondo nella morte e nella paura. Abbiamo cercato comunque di non drammatizzare, di mantenere per quanto possibile quella leggerezza (non superficialità, almeno speriamo sempre che sia così) che consenta a noi e a chi ci è più caro di non perdere mai di vista l’importanza di non porsi limiti irragionevoli e non lasciare che la paura tolga il piacere di fare quello che si fa.

Chissà come faranno quei genitori che devono spiegare ai loro bambini di non giocare in certi posti perché potrebbero esserci bombe inesplose, di fare attenzione a quale strada percorrono, a quale musica ascoltano o a chi amano perché davvero queste cose possono fare la differenza tra la vita e la morte.

  Non so se ci sia un nesso tra le foto e queste parole, a parte quello “temporale”, ma avevo questi pensieri in testa, e forse come sempre è un po’ come dire che si cerca di esorcizzare quello che ci spaventa o ci preoccupa o ci rattrista, grazie alla bellezza e alla luce…

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51 Pensieri su &Idquo;Luci e pensieri di tardo autunno

  1. Da genitore ti capisco eccome, anche se a me forse è troppo presto per parlarne, ma il primo pensiero è sempre cosa gli racconto… che consiglio posso dargli per affrontare il male… un abbraccio

    • Sì, è difficile ritrovare le parole adatte ai bambini, perché loro a queste cose ci pensano eccome (almeno da una certa età ma forse prima di quanto pensiamo). Più che consigli io penso che siano importanti gli “strumenti”. La serenità, la forza che può trovare nell’amore e nella fiducia con cui si affronta l’intensità dei sentimenti, tanto positivi quanto negativi, non solo come genitori ma come “persone”, in ogni situazione della vita. A volte ci vuole tempo, pazienza, coraggio, persino un mostrarsi fiduciosi e sicuri più di quanto in realtà ci si sente. Però ne vale tanto tanto la pena 🙂
      Ricambio l’abbraccio

    • Per fortuna non impossibile, però difficilissima sì, a volte sì.
      Te la rendono difficilissima gli sproloqui insensati e paranoici, che forse per fortuna ancora sfuggono ai nostri figli in parte, perché non guardano telegiornali ecc. Però poi se li trovano a scuola, sui social, tra gli amici.
      Ti trovi a dover cercare di contrastare un clima che davvero rischia di privarci della vita e del suo piacere prima del tempo e senza nessun costrutto, nessuna utilità, anzi.
      Il dolore è una cosa importantissima ed è giusto viverlo. Annullarsi nel dolore è tutt’altro, secondo me

      • Sì, viverlo senza lasciarsene svuotare e senza trasformarlo in rabbia, ma anzi, in comprensione per i sentimenti altrui (ne ho un esempio da una persona non di famiglia che ci è stata vicina in un momento difficile proprio perché ha vissuto un dolore e ha saputo trasformarlo in qualcosa di “vivo” per sé e per gli altri)

  2. Chi cresce in certi luoghi non ha necessità di spiegazione, perché fa parte ddella vita fin dal primo momento. E’ como la lingua che si impari, come le montagne che sono intorno o l’aria del mare che si può respirare ogni giorno… Le difficoltà maggiori sono per i nostri figli perché abituati ad un vivere diverso, ma l’importante è dargli una chiave di lettura che li renda liberi da concetti preconfezionati. E poi non ci si può fare molto riguardo alla precarietà della sicurezza, perché essa esiste nonostante le nostre consapevolezze…

    • Eh, non lo so se certe cose possono davvero non avere necessità di spiegazione, infatti chi vive in quei luoghi di questo smarrimento ne parla. Come crescere dei ragazzi liberi, consapevoli, e però non mandarli al macello?
      I nostri figli hanno un altro tipo di difficoltà legato come dici tu a un condizionamento più subdolo e a dei diritti che davano per scontati senza sapere quanto sono costati anche in termini di “pezzi di vita” lasciati sul campo.
      La precarietà della sicurezza è la condizione umana, mi viene da dire. La consapevolezza riguarda questo. Il fatto che di quando e come moriremo non sappiamo comunque nulla, come non sappiamo perché siamo qui. Non possiamo neanche decidere del tutto come vivere, ma certo un po’ di più sì. Decidere che la precarietà non deve necessariamente impedirci di vivere le cose intensamente e pienamente, anzi…

      • Quel che intendo io che che si trovano in una situazione già in atto e l’apprendono crescendo, non piomba all’improvviso e senza avviso. Certo non si può generalizzare e ogni caso va esaminato per ciò che è, ma ripensando per esempio ai bambini palestinesi intenti a lanciare pietre non posso non pensare a ciò che vivono dal primo respiro.
        Decidere che la precarietà non deve impedirci di vivere intensamente è scontato e quasi si può dire fisiologico, o non ci sarebbero nati in periodi di guerra. L’uomo col tempo si abitua anche all’allarme più forte e alla fine impara a convivere con il pericolo…

      • In questo periodo non lo trovo così scontato. Mi pare che ci siano troppe persone che della precarietà hanno un tale terrore da dover trovare a tutti i costi qualcosa che la racchiuda interamente, come se, sconfitto quel “nemico”, tutto potesse tornare tranquillo, certo e non precario.
        Troppe persone sento in giro che non fanno questo e quello e ti sconsigliano dal fare questo e quello perché chissà cosa potrebbe succedere.
        Non dico che uno deve andare in zone a rischio per sprezzo del pericolo. Ma francamente mi preoccupa questo lasciare che il terrore eccessivo e comunque inutile della precarietà ti impedisca di goderti le cose.
        E non parlo tanto del fare figli che è più istinto di sopravvivenza e di lasciarsi qualcosa dietro, molto innato e quasi “animalesco”. Parlo di emozioni, avventure, scoperte, sogni, desideri. Parlo, come dicevo, di “pienezza” di vita, che secondo me è qualcosa di ben più profondo dell’imparare a convivere con il pericolo (che è qualcosa di imposto dall’esterno e che non scegli).

      • Poco di cio che viviamo viene veramente scelto, e anche per ciò che decidiamo interviene a volte una sorta di adattamento. La precarietà in questo momento viene intesa in maniera forte perché c’è stata una rottura dell’equilibrio quotidiano, un qualcosa che ci obbliga a spostare l’attenzione. Questo perché siamo abituati a valutare le cose solo dopo che sono accadute. Se pensiamo invece alla storia precedente notiamo che i rischi nell’andare in certe zone c’è da tempo e che la violenza dell’uomo si può manifestare in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo. Il problema, la precarietà esistono da tempo, ma non l’avevamo mai vissuti così da vicino, in casa nostra. Ora, dopo i fatti di Parigi sembra che sia accaduto qualcosa di irreale, di impossibile, che si sia arrivati alla fine di ogni vivere sereno, ma non è così. Il vivere è sempre lo stesso, si deve solo prendere atto che ciò che non è stato fatto ha contribuito a far degenerare il tutto. Se tu cresci in campagna impari a conoscere la natura, la sua generosità, ma anche la sua forza. Impari a rispettarla, ad assecondarla e a difenderti da essa. Se vivi in città la natura risulta essere solo una serie di eventi che non vanno al di sopra del tetto che hai di fronte la finestra e non hai modo di viverla, di conoscerla, di capirla. Sono d’accordo con te riguardo al far figli anche per una sorta di istinto, ma la ragione ci impone anche un’adattabilità alla vita che viviamo che ci permetta di lasciarci andare. Chiamala speranza, chiamala abitudine… comunque c’è qualcosa che assopisce la disperazione e ci spinge a ricercare la normalità in qualche maniera. Forse il far figli è, in questo senso, la vittoria maggiore…

      • Non sono d’accordo sulla scelta, so che siamo condizionati entro certi limiti e so che molti pensano che non siamo veramente liberi. Io però rivendico molto la possibilità di scegliere, proprio per questo, credo, i concetti di libertà e coraggio sono per me così importanti anche emotivamente.
        Quando parlo di precarietà, parlo del fatto che è insita nella vita, nel nostro non sapere cosa accadrà nel momento in cui usciamo di casa, o anche se stiamo a casa.
        Questo c’è, c’è sempre stato e non è legato a eventi eclatanti. Troppe persone che conoscevo hanno perso la vita in maniera “inattesa” e se vuoi anche “ingiusta” per pensarla diversamente.
        Certo, capisco che questo evento possa essere particolarmente scioccante (anche perché ci è difficile guardare al di là del nostro ombelico e preoccuparci di cose che apparentemente non ci riguardano ma che come dici, in realtà dovrebbero riguardarci).
        Resto però dell’idea che ciò che assopisce la disperazione non sia la capacità di far figli (conosco genitori disperati e disperanti), e forse neanche la ricerca della “normalità” (concetto sfuggente) o l’adattabilità.
        Anzi, una certa forma di ribellione è per me indispensabile a quella pienezza di cui parlavo.
        Ribellione che è non rassegnarsi, non lasciare a chi vuole rendere la paura il centro della tua vita il potere di farlo (e parlo soprattutto dei terroristi stessi ma non solo).
        E il fatto di (scegliere di) continuare a “sentire” la vita in maniera profonda è per me in quel senso una vittoria ben più grande…

      • Sono d’accordo con te praticamente su tutto. La ribellione, il coraggio, il non rassegnarsi che fanno leva sulle motivazioni, che mi sono sempre appartenute, ma ti assicuro che per contrastare lo scoraggiamento, deve per forza intervenire un’adattabilità. Pensa alle donne che restano col compagno nonostante le botte, quella è precarietà affettiva e della propria sorte, ma il bisogno di vedere tutto normale, tutto accettabile, fa intervenire anche l’adattarsi a tali comportamenti. Ed è proprio l’adattarsi che impedisce di impazzire o di salvarsi. Sì, l’adattamento può essere considerato una prigione voluta, un luogo da considerare normale… ma questi sono discorsi troppo complessi da trattarli in pochi semplici commenti.
        Le scelte sono sicuramente dell’individuo. Scegliamo continuamente, ogni giorno, ogni istante, ma quante di queste scelte sono fatte solo in base a cosa vogliamo? Viviamo in un luogo, con delle persone, siamo perciò vincolati e orientati in qualche modo… Naturalmente c’è scelta e scelta…

      • Ecco, vedi, in questo senso l’adattamento è per me proprio l’opposto della pienezza di vita.
        Per quanto mi riguarda (sapendone anche qualcosa direttamente) quell’adattarsi impedirà forse a volte di impazzire, certo impedisce di salvarsi, ma è decisamente non un rimedio alla disperazione, ma anzi, un suo elemento, mi verrebbe da dire il suo terreno di coltura e al tempo stesso proprio ciò che ti impedisce di uscirne.
        Per il resto sì, penso che siamo più d’accordo di quanto sembra (come spesso succede), ma è vero che i limiti dei commenti sono quelli che sono. Però è bella questa cosa, che permettono comunque di “ascoltarsi” reciprocamente, di darsi un tempo per pensare alle parole l’uno dell’altro e rispondere in maniera forse anche meno “immediata”, ma non meno “istintiva”, perché* comunque si espongono pezzi di sé importanti 🙂

      • Certo che è l’opposto della pienezza della vita, perché porta all’immobilità, se non alla rassegnazione. E questo vale per i semplici disservizi cittadini così come la perdita dei valori morali, per fare un esempio. Adattarsi impedisce di non impazzire, ma è anche un alibi per non far nulla e rimanere a guardare come vittima impotente, per questo ti parlavo di prigioni volute. Ma troppo grande è la varietà degli argomenti che potremmo analizzare… 😉 E sì, mi piace questo scambio di opinioni 🙂

      • Questo è uno dei motivi per cui dicevo che riuscire a vivere intensamente nonostante la precarietà non è poi così scontato. E lo è meno ancora quando per qualsiasi ragione, la paura (spesso indotta comunque ad arte anche indipendentemente da eventi gravi) viene sfruttata per spegnere ogni gioia e intensità- e quindi torniamo alla disperazione… Ma sì, l’argomento è veramente vastissimo anche se affascinante 🙂

  3. …e poi ci incantiamo a guardare la paure e per un attimo tutto passa… le foto sono belle e trasmettono immensità e serenità!
    mamma mia in questo momento piccoletta è ancora piccoletta x capire queste cose… ma arriverà un domani…. uffa…
    noi abitiamo a roma, cioè i miei vicino a san giovanni e prima anche io con loro… pochi giorni fa a roma c’era un silenzio assordante…
    baci cara e grazie della riflessione!

    • Grazie a te Ale! 🙂
      i genitori si trovano sempre esposti a questo parlare di cose difficili. La morte di una persona cara, un evento particolare ma anche semplicemente la curiosità innata. Mio figlio mi chiedeva “perché siamo vivi”, “perché si muore”, e altre simili cose ben prima di questi avvenimenti. E mi viene da dire per fortuna, anche se, di fronte a certe domande, noi adulti ci sentiamo spiazzati, dimenticando che le avremmo o le abbiamo comunque fatte anche noi alla loro età, o ce le avevamo comunque dentro. Poi magari ad alcuni viene insegnato che non farsi troppe domande è meglio. Mio figlio grande dice che quando faceva domande in istituto gli rispondevano che la curiosità è una brutta cosa 😦
      Magari apparentemente le persone che non si interrogano mai fanno una vita più semplice. Nella realtà, secondo me, hanno relegato in un angolino nascosto quel bimbo curioso che avrebbe voluto fare ancora domande e non osa più…

      • eh ale! concordo con te su tutto… per crescere c’è assolutamente bisogno della curiosità. altrimenti come dici tu si rimane imprigionati nel nostro giardino protetto… ma per quanto si può andare avanti così? se un mattoncino si rompe poi chi li proteggerà? arriverà anche per noi quel momento come per voi e spero di essere all’altezza…. pensa tu… gli hanno detto che la curiosità è brutta… non ho parole.
        e speriamo che invece la curiosità e il coraggio di chiedere e scoprire sia sempre presente!

  4. Occorre parlarne, ma cercare il modo giusto senza allarmismi e senza tante scemenze come quelle che si sentono in giro, ma è sempre meglio che vangano informati prima da noi piuttosto che sentire le varie versioni dai compagni di scuola o dagli amici.
    Bellissime immagini e giusta riflessione 🙂

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