Ettore (da IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

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           Sebbene l’Iliade sia un poema greco, che vede la guerra di Troia dalla parte dei vincitori, tuttavia non mancano descrizioni dei vinti altrettanto accuratamente caratterizzate ed emotivamente intense di quelle dedicate agli eroi Greci. Forse anche questo è un segno di quel desiderio di pace che come è stato detto più volte, sembra pervadere l’opera. Un desiderio forse riferito al presente, al momento in cui il poema venne scritto, probabilmente molti secoli più tardi rispetto agli eventi narrati.

            Omero canta la gloria della battaglia, il coraggio degli eroi, ma ha in cuore anche lo spreco di tante vite, lo strazio dei genitori e delle spose, e non  sembra affatto, in questo, fare alcuna differenza tra i Greci e i Troiani. In lui è la negazione del concetto di “nemico”: un concetto che perde interamente il suo senso in una comune umanità nella quale le doti e i vizi individuali, la lealtà, la solidarietà verso la propria gente, il coraggio e la generosità, o al contrario, la vigliaccheria, l’arroganza, l’avidità dei singoli appartengono agli uni come agli altri.

            Ettore ne è uno straordinario esempio. Ettore il sostegno, o colui che resiste è la guida dell’esercito troiano. Pare quasi che nelle sue mani sia il destino della città, tanto che secondo Omero il figlio di Ettore, chiamato Scamandrio, era soprannominato Astianatte (difensore della città) perché Ettore salvava Ilio lui solo”[1].

            Eppure Ettore non aveva voluto questa guerra: più volte la chiama “l’odiosa battaglia”. Suo fratello Paride ne era stato la causa, con il rapimento di Elena, ed invano Ettore aveva inizialmente consigliato ai suoi la restituzione della donna per evitare lo scontro sanguinoso. In più di una occasione nel poema lo sdegno nei confronti di Paride si mostra così acceso da sconfinare in una collera violenta: come quando lo vede sottrarsi allo scontro con Menelao, e lo apostrofa con parole durissime:

Paride maledetto, bellimbusto, donnaiuolo, seduttore,
ah non fossi mai nato, o morto senza nozze!
Sì, vorrei proprio questo, questo sarebbe meglio,
piuttosto ch’esser così, vergogna e obbrobrio degli altri…
Ahi! certo sghignazzano gli Achei dai lunghi capelli:
credevan che fosse gagliardo il capo, perché bellezza
è nell’aspetto, ma forza in cuore non c’è, non valore.
E tu così vile, su navi che vanno pel mare,
fatto viaggio per mare, raccolti compagni fedeli,
vissuto fra stranieri, portasti via bella donna
da una terra lontana, nuora d’uomini bellicosi,
al padre tuo grave danno e alla città e a tutto il popolo,
e godimento ai nemici, e infamia per te?
E non affronterai Menelao caro ad Ares?
Almeno saprai di che uomo hai la sposa fiorente!
E non ti salveranno la cetra e i doni d’Afrodite,
la chioma o la bellezza, quando rotolerai nella polvere.
Ma sono molto paurosi i Troiani, o da tempo
vestivi chitone di pietre per tutto il male che hai fatto!
[1]

[1]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

            E più avanti, quando i Troiani sfiniti venivano massacrati dai Greci guidati da Diomede, di nuovo Ettore s’infuria vedendo il fratello restare al sicuro in casa con Elena, e lo esorta a combattere: “… per te strepito e guerra/ circondano questa città; anche tu con un altro l’avresti/ se lo vedessi lasciare l’odiosa battaglia; / ma levati su, che presto la rocca non crolli nel fuoco nemico[3].

            Ma la collera di Ettore è profondamente diversa dall’ira funesta di Achille. Questa, sebbene giustificata, e non solo dall’offesa all’orgoglio e ai sentimenti dovuta alla perdita di Briseide, ma in primo luogo dall’arroganza di Agamennone, finisce tuttavia per apparire insensata, priva di un limite ragionevole. Nella sua furia Achille si disinteressa perfino del destino dei propri compagni, che la sua assenza lascerà preda di un inevitabile massacro. La collera di Ettore contro Paride deriva al contrario dalla preoccupazione per la propria gente, per i propri cari.

            In entrambe le occasioni Paride ammette che i rimproveri del fratello sono giustificati: “poiché secondo giustizia m’assali, non contro giustizia…”, e proprio per questo accetta, sia pure malvolentieri, di combattere.

            D’altra parte, in quanto più forte tra tutti gli eroi Troiani, Ettore fa in un certo senso da contrappunto ad Achille, quasi ne fosse una sorta di doppio. Ettore ha quasi la stessa forza, ha la stessa franchezza, la stessa capacità, soprattutto, di chiamare le cose con il proprio nome, di non fuggire davanti alla verità, per quanto dolorosa possa essere. Ed essendo ciascuno il “doppio” dell’altro, Achille ad Ettore sono strettamente legati nel proprio destino: Ettore sa, o intuisce, che Achille lo ucciderà, e ad Achille è stato predetto che alla morte di Ettore seguirà a breve la sua.

            La cosa forse più straordinaria di Ettore, tuttavia, è che egli abbia coniugato in sé, cosa molto rara per un eroe, soprattutto un eroe della mitologia greca, le virtù “guerresche”, il coraggio e la forza, con una capacità di mostrare i propri sentimenti, di lasciarsi andare a gesti di profonda tenerezza nei confronti della sua sposa e del piccolo Astianatte. Questi due aspetti convivono senza che l’uno prevalga sull’altro, senza che nessuno dei due sminuisca in alcun modo l’altro.

            In questo i due eroi sono profondamente diversi: che Achille sia capace di grandi passioni, di grandi affetti lo sappiamo; ed è confermato dal fatto che Briseide non voglia staccarsi da lui, che le schiave da lui conquistate piangano con lui la morte di Patroclo. Achille non è affatto inumano,  ma il dolore che egli prova, per la perdita di Briseide come per la morte di Patroclo, si trasforma in una sorta di furia cieca, nefasta non solo per gli altri, ma anche per lui stesso, che quasi lo rende nella nostra memoria, davvero inumano. Quando si accinge a vendicare la morte di Patroclo uccidendo Ettore, la madre tenta di dissuaderlo ricordandogli che morto Ettore, egli non sopravviverà che pochi giorni. “Potessi morire anche adesso”, risponde Achille, “poiché non dovevo all’amico portare soccorso in morte; molto lontano dalla patria è morto; e io gli sono mancato, difensore del male”. E’ il riconoscimento del proprio errore, delle terribili conseguenze che la sua collera verso Agamennone ha avuto per Patroclo ma anche per tanti altri suoi compagni. Ma è anche la noncuranza per la propria vita, che deriva in Achille da un’istintività quasi priva di freni. Poco dopo egli afferma di voler gettare nella disperazione le donne di Ilio: “… ma adesso voglio aver gloria; e ognuna delle Troiane, delle altocinte Dardanidi con tutte e due le mani sulle tenere guance asciugando le lacrime voglio far singhiozzare”. E sebbene abbia appena compreso quali spaventose conseguenze possano derivare da una collera violenta, si abbandonerà alla stessa collera al momento dell’uccisione di Ettore, il cui corpo trascinerà nella polvere intorno alla tomba di Patroclo, per sfregio e per vendetta, fino a rischiare lo sdegno degli dèi.

            Ben diverso è l’atteggiamento di Ettore. Egli non è affatto incurante della propria vita, anche perché è ben consapevole di quanto essa sia importante anche per altre persone: il coraggio gli deriva dalla consapevolezza che non si può sfuggire al proprio destino, e che proprio l’affetto, la fiducia che gli altri hanno in lui, gli impongono di non venire meno al suo ruolo di custode dell’altrui sicurezza. Così, se pure egli è violento in battaglia (più volte Omero lo chiama “massacratore”, e alla sua morte Andromaca ricorda, come se parlasse ad Astianatte, che “Non era dolce, no, il padre tuo nella carneficina paurosa”), tuttavia nella memoria la forza, l’ardimento, rimangono inscindibilmente legate alla dolcezza del carattere, alla generosità, ad una certa fiducia nella vita che gli consente di affrontare le situazioni più difficili. Ed è questo che ne fa uno degli eroi più amati non solo della mitologia greca, ma della letteratura di ogni tempo.

            Uno dei libri del poema è dedicato ad un colloquio tra Ettore e Andromaca, così dolce, commovente e intriso di umanità da costituire una rappresentazione universale dei sentimenti di un soldato che rivede la propria famiglia e non sa se sarà l’ultima volta:

Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella/
portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino,
il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella.

Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio:
ma Andromaca gli si fece vicino piangendo,
e gli prese la mano, disse parole, parlò così:
‘Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione/
del figlio così piccino, di me sciagurata/che vedova presto
sarò, presto t’uccideranno gli Achei,
balzandoti contro tutti: oh, meglio per me
scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra
dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai
….

            Per Andromaca, privata a causa della guerra dei genitori e di tutti i fratelli, Ettore è anche “padre e nobile madre e fratello”, oltre che marito, ella non ha più altri che lui.

E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse:
“Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo
rossore dei Teucri, delle Troiane lungo peplo,
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a esser forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,
e non per i fratelli, che molti e gagliardi
cadranno nella polvere per mano dei nemici,
quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo,
trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti

            Ettore presagisce che morto lui, e caduta Ilio, Andromaca certo andrà schiava a qualcuno dei nemici: e solo per non vedere il suo dolore, egli si augura di essere già morto, prima che ciò avvenga:

Morto, però, m’imprigioni la terra su me riversata
prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!”
E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della balia bella cintura
si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra:
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò tra le braccia,

… mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:
“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!
nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;
ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,
sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato”.

            Questo comportamento di Ettore con il bimbo spaventato dall’elmo, pieno di sorridente tenerezza, e il gesto verso Andromaca, ne mettono in mostra il lato gentile, la comprensione che egli ha verso tutti: perfino con Elena, che tutti disprezzano, e che ne confermerà, nel lamento funebre, questo aspetto che lo ha posto nel cuore  di tanti:

Ettore, tra tutti i cognati il più caro al mio cuore,
ah, il mio sposo è Alessandro simile ai numi,
che m’ha condotto a Troia; ma fossi morta prima.
E’ questo, ormai, il ventesimo anno
da che partii di laggiù, lasciai la mia patria,
e mai ho udito da te mala parola o disprezzo;
anzi, se qualcun altro mi rimbrottava in casa

tu con parole calmandoli li trattenevi,
con la dolcezza tua, con le tue dolci parole.

            Altri indizi sul carattere e sull’umanità di Ettore ci vengono dalla descrizione del duello con Aiace: era stato lo stesso Ettore a sfidare gli Achei, che erano rimasti incerti: “di rifiutare arrossivano e d’accettare temevano[4]”. Alla fine, incitati dalle dure parole del saggio ma anziano Nestore, nove tra i Greci si fanno avanti: e sarà appunto Aiace Telamonio ad essere estratto a sorte. Ettore non è fatto di ferro come Achille, e di fronte ad Aiace gigante, la rocca degli Achei, per un attimo persino lui resta sgomento: “ma non poteva nascondersi più, né tirarsi/ indietro, tra la folla, lui che sfidò la battaglia”. Il combattimento che segue è violento, nessuna delle due parti risparmia i colpi, fino a che Zeus manda i suoi messaggeri ad esortare i due eroi a cessare temporaneamente le ostilità, poiché è ormai vicina la notte. La risposta di Ettore è emblematica:

«Aiace, un dio t’ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l’asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
E dunque tu rallegra presso le navi gli Achei,
soprattutto gli amici e i compagni che hai;
e io nella grande città del sire Priamo
rallegrerò i Troiani e le Troiane lunghi pepli,
che a render grazie per me nel tempio dei numi entreranno.
E diamo entrambi nobili doni uno all’altro
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei:
“Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici”».

            C’è tutto Ettore in queste parole: l’obbedienza al volere degli dei, il rispetto per l’avversario, il disprezzo per la guerra cui, essendo costretto, partecipa senza tirarsi indietro, ma che resta qualcosa che “divora il cuore”, la capacità di pensare all’affetto dei compagni dell’uno e dell’altro, alla gioia che proveranno sapendoli vivi. Egli deve combattere Aiace in quanto “nemico”, ma in quanto uomo ne onora le qualità che lo rendono grande, e vorrebbe potergli essere, invece, amico.

            Cosa hanno in comune questi personaggi così profondamente diversi? Gli eroi greci sono quasi tutti “eroi culturali”, cioè fondatori di stirpi e civiltà. La loro grandezza, il motivo della venerazione di cui sono oggetto, è il fatto che siano stati i capostipiti di quegli Elleni che appunto li celebrano. Ma questo non toglie nulla alla loro umanità, i dubbi, i contrasti, le paure sono quelle di qualunque uomo. Le menzogne di Odisseo, il tradimento e la doppiezza fanno parte di lui come la sua pazienza, la sua sete di sapere, l’amore per la moglie. Lo detestiamo per la crudeltà contro Palamede, per le arti subdole che non può fare a meno di usare, ma lo amiamo per la nostalgia di esule e la forza disperata con cui tenta, contro ogni saggezza, di salvare i compagni che non possono nessere salvati. L’orgoglio e la furia devastatrice di Achille non rendono meno grande il suo coraggio, la generosità, il carattere sincero e leale, fino a divenire il simbolo stesso della verità e della prevalenza dell’unicità individuale sulla sostituibilità indistinta. Comprendiamo perché, quando Agamennone gli sottrae l’amata Briseide, egli si chiude nella sua muta offesa, insensibile al massacro degli amici, tornando a combattere solo quando viene ferito nei suoi personali affetti dalla morte dell’amico fraterno, ma non gli possiamo perdonare lo strazio del giovanissimo Troilo, o il sacrificio dei dodici giovani Troiani sulla tomba di Patroclo. Di Eracle ammiriamo la forza con cui torna ogni giorno a combattere la lotta per la sopravvivenza, ma non possiamo non temere la sua follia distruttrice. Gli orrori commessi da tutti loro non sono forse il contrappunto della lotta che tutti sostengono con le forze oscure dell’inferno che sono nella loro anima prima ancora che nel regno sotterraneo di Ades?

            Ciascuno di questi eroi è profondamente diverso dall’altro. Il rassegnato, paziente Eracle che si adatta al suo destino senza averlo mai cercato, il servitore delle donne, è diverso dallo sconsiderato, temerario Teseo, seduttore inveterato, quanto il saggio ma collerico Edipo, signore della parola, era diverso dal dolce Orfeo, incantatore di mostri.

            Eppure non c’è uno solo tra questi eroi che non sia legato alla morte, spesso fin dalla nascita e dal nome che viene loro imposto. Non c’è uno solo di essi che non debba sconfiggere una qualche forma mostruosa di morte, che non debba recarsi, se non proprio agli inferi, in un misterioso regno di confine il cui rapporto con l’Ade è del tutto evidente.

            L’eroe greco è pienamente uomo, il suo marchio non è diverso in fondo dal marchio dell’eroe della fiaba, la sua eccezionalità è dovuta a nient’altro che al fatto di aver preso in mano la propria vita, sconfiggendo  la paura della morte, che diventa altrimenti paura delle emozioni, e dunque della vita.

[1]Omero, Iliade, op. cit., p. 219

[2]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

[3]Ibidem, Libro VI, v. 328-331, pag. 215

[4]Omero, op. cit., Libro VII, pag. 231 e ss.

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10 Pensieri su &Idquo;Ettore (da IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

  1. Il colloquio alle porte Scee è un momento veramente altissimo di amore per la sposa e tenerezza per il figlio. L’amore di Achille è possesso ed ira per ciò che gli viene strappato. L’amore di Ettore è dono e dolore per la morte imminente e per chi lascia.
    Ettore è mio preferito, quando l’orrido Achille gli buca i calcagni per trascinarlo sotto le mura di Troia ho patito!

  2. sottovalutate la forza, la volontà e la potenza di Achille trascinato in una guerra che in fondo non gli apparteneva per lealtà verso un sovrano che non stimava. Ci sono portati da Omero dei valori così alti, come l’onore, la lealtà, l’amicizia… di cui oggi a stento riusciamo a percepire il profumo.
    Quando Achille davanti alle mura chiama Ettore in lui vi è morte. Leggendo i versi la percepisci fortemente, ma morte per tutti anche per lo stesso Achille che l’affronta, quasi l’abbraccia per i suoi valori.

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