Belfiore (Una fiaba), prima parte

Ho pensato che a chi piacciono le mie storie sugli eroi del mito potrebbero forse piacere anche le mie fiabe incentrate sul coraggio. Chissà… Sono tutte molto lunghe, quasi dei romanzi fiabeschi, ma finora avete avuto pazienza 😀  

Voglio ora narrarvi la storia di Belfiore, che nacque figlio di re e giunse, dopo molti patimenti e innumerevoli avventure affrontate con coraggio, ad essere re a sua volta.

   Belfiore dunque era l’ultimo dei tre figli del re Generoso di Buonaterra, un sovrano giusto e molto amato da tutti.

   La Fortuna aveva sempre assistito quel paese, dove in primavera ogni albero era carico di frutti, la verdura nasceva da sola dalla terra, il mare e i fiumi erano così ricchi che il pesce saltava direttamente nelle barche dei pescatori senza necessità di reti, nei boschi ogni cacciatore non mancava di tornare con il carniere gonfio di selvaggina, e ognuno viveva in belle case luminose e calde. Era, insomma, un buon posto dove vivere.

   Purtroppo accadde un giorno che la Fortuna voltasse le spalle all’improvviso, come del resto è solita fare, si dice, essendo una dea volubile che non rimane mai a lungo nello stesso luogo.

   Da un giorno all’altro, la terra smise di produrre i suoi frutti, il mare e i fiumi e i boschi si svuotarono, la luce e il riscaldamento cominciarono ad essere sempre guasti e a non funzionare mai.

   E’ facile comprendere che in una tale situazione ben presto il paese sarebbe stato in preda alla miseria, e il re capì che bisognava fare qualcosa. Ormai stava diventando vecchio, e non poteva più procurare alla sua terra il benessere e la pace che aveva garantito per tanti anni.

   Egli chiamò dunque il maggiore dei suoi figli, che aveva nome Pietro, e gli disse che era giunto il momento in cui avrebbe dovuto ereditare il trono, ma prima avrebbe dovuto dimostrare di meritarlo, riportando le cose a quella felice situazione in cui erano sempre state fino a poco tempo prima.

   Il giovane era molto diverso dal padre, un ragazzo pigro e presuntuoso, che a quelle parole rimase assai male, poiché credeva che il regno gli spettasse di diritto.

   Ma il re fu irremovibile, e il giovane dovette partire.

   Cammina cammina, si trovò di fronte all’incrocio di tre strade: la prima era un’erta salita, piena di rovi spinosi; la seconda era piana e ombrosa, ma sembrava assai lunga; la terza era una dolce discesa, una strada larga e comoda che sembrava là apposta per lui.

   Senza esitare, il ragazzo si avviò giù per quella discesa, ma non aveva fatto che pochi passi quando si imbatté in un enorme leone bianco, dall’aspetto così feroce che egli si sentì perduto. Si mise a correre, e corse per molto, molto tempo, tuttavia più strada faceva, più il leone sembrava avvicinarsi. L’aveva ormai quasi raggiunto quando il giovane vide davanti a sé una porta aperta, entrò e si trovò in un magnifico giardino. Il leone era scomparso, e una fanciulla gli si avvicinò sorridendo.

   Era bellissima, vestita riccamente con un abito che pareva risplendere come il sole, e il ragazzo ne rimase abbagliato.

   Ella lo stupì mostrando di conoscere l’intera sua storia, gli diede da bere e da mangiare, lo fece riposare su un letto di morbidissima piuma e organizzò solo per lui uno spettacolo con musiche e balli deliziosi. Sempre più confuso, il giovane pensò di trovarsi in paradiso.

   – Vuoi restare con me ed essere il mio sposo? – Gli chiese la giovane donna, che era una Principessa, ed egli non ci pensò due volte e disse subito di sì. Quella era la vita che voleva! Cosa gli importava in fondo del regno di suo padre, e di quei due buoni a nulla dei suoi fratelli? Qui avrebbe vissuto da gran signore, con la donna più bella del mondo, e ogni suo desiderio sarebbe stato esaudito.

   – Ebbene, allora la cosa è decisa – disse lei, – ma a una condizione. Devi promettermi che non cercherai mai di oltrepassare il fiume che segna il confine del mio regno.

   Al giovane non sembrò poi una gran promessa. Aveva lì tutto ciò che voleva, perché mai avrebbe dovuto desiderare di andarsene?

   E così si fermò in quel paese dei sogni, e trascorse là diverso tempo, tra feste, balli, canti, cibo squisito e le gioie dell’amore. Ma ad un certo punto cominciò a sentire la nostalgia di casa, la mancanza di suo padre e dei suoi fratelli.

   – Ti prego, lascia che vada a trovarli – disse alla sua sposa. – Tornerò presto, voglio solo vedere che stiano bene. Sono mesi che non li vedo!

   La Principessa scoppiò a ridere.

   – Mesi? Quanto tempo credi che sia passato? – gli domandò. E invero il ragazzo credeva di aver trascorso in quel luogo incantevole non più di tre mesi, mentre erano passati tre anni. Ma quando lo seppe, ancor più insistette per poter andare dai suoi, portar loro sue notizie, poiché certamente credevano di averlo perduto per sempre.

   Alla fine la moglie acconsentì a lasciarlo andare, ma pretese da lui un giuramento:

   – Bada, non dovrai parlare di me con anima viva, altrimenti ti trasformerai immediatamente in una statua di pietra.

   Il giovane promise e partì.

   La moglie gli aveva spiegato che non avrebbe potuto passare il fiume che delimitava il suo regno né a piedi né a nuoto, ma solo volando sul dorso di un’aquila: egli fece così e in tal modo poté giungere sano e salvo dall’altra parte. Dopo un lungo viaggio ritrovò infine il suo paese, ma ahimè, come era cambiato! Ovunque miseria, fame, desolazione. L’antico castello della sua infanzia era in rovina, ed egli si accorse che non sapeva più dove andare per ritrovare la sua famiglia.

   Infine, qualcuno si ricordò del giovane che era partito tre anni prima ed era poi scomparso, lasciando la sua famiglia nella disperazione, poiché lo credevano morto. Gli indicarono una casupola cadente, dove il re e i suoi due figli rimasti avevano dovuto adattarsi ad abitare, anch’essi ormai troppo poveri per mantenere il loro maniero.

   Ed anche loro erano assai mutati nell’aspetto: smunti e smagriti, tristi da far pietà. Lo accolsero con gioia indicibile, pensando che avesse trovato ciò che avrebbe riportato il benessere al loro paese, e che tutto sarebbe tornato come prima. Il giovane ne fu davvero molto rattristato, pensando a quanto era stato egoista, perché mentre egli si intratteneva piacevolmente in un luogo di delizie con la sua bella sposa, i suoi avevano sofferto tanto, e allora gli scappò detto:

   – Eh, se ci fosse la mia sposa, lei sì che saprebbe rimettere tutto a posto.

   Ma non aveva finito di dirlo, che venne trasformato in una statua di pietra, e la disperazione del re e dei suoi fratelli divenne ancora più grande.

   A questo punto il secondo figlio, Giovanni, decise di partire a sua volta. Il re non voleva, pensava che avrebbe perso anche lui, sperava che la fortuna sarebbe cambiata anche senza che un altro dei suoi ragazzi dovesse rischiare la vita, ma il giovane non volle sentire ragioni.

   – Vedrò se mi riesce di riportare alla nostra terra la sua ricchezza, e a nostro fratello la vita – disse, e partì.

   Cammina cammina, anch’egli giunse al bivio di fronte al quale si era già trovato suo fratello. Vide la prima strada, così difficile e faticosa, e decise che non faceva per lui; ma neppure quella discesa così comoda gli sembrò la via giusta: infatti, pensò, se all’andata vado in discesa, mi toccherà la salita al ritorno. Scelse dunque la strada pianeggiante, a camminò molto, molto a lungo, fino a che si trovò in una immensa prateria a bordo di un fiume impetuoso. Su questa prateria, per miglia e miglia a perdita d’occhio non sembravano esservi altri esseri viventi a parte un branco di enormi cavalli selvaggi, dal mantello nero e dall’aspetto imponente, che tuttavia si rivolsero al giovane in tono gentile. Chissà come, avevano imparato a parlare, non solo tra loro, ma anche con le altre creature. Erano occupati, così gli spiegarono, a cercare di smuovere la terra dal fiume per liberarne il letto, affinché con la stagione delle piogge non straripasse sommergendo il loro regno e tutto il mondo con esso.

   Ora però bisogna sapere che quando il figlio maggiore del re era presuntuoso e amante della bella vita, il secondo figlio era pigro e arrogante e così scoppiò a quelle parole in una risata di scherno.

   – Non è lavoro per il figlio del re, questo – disse, e fece per sedersi all’ombra di un albero a riposare. Ma immediatamente i cavalli smisero la loro occupazione e gli si avvicinarono minacciosi, costringendolo infine a montare in groppa a uno di loro.

    Galopparono e galopparono per ore, fino a che il giovane, esausto, pensò che non sarebbero mai arrivati, quando ecco una distesa d’acqua, un fiume immenso come il mare, le cui acque parevano continuamente agitate da un vento misterioso. Tutto il resto, intorno, era quieto e immobile e silenzioso, né si vedeva anima viva.

   Senza esitare, i cavalli si diressero tutti dentro il fiume, e il povero ragazzo pensò che questa volta era proprio finita, lo avrebbero annegato.

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