Coraggio

Sto toccando con mano in questo periodo quello che significa la vita accanto a qualcuno che ami davvero come te stesso (non voglio dire forse anche di più), qualcuno il cui dolore ti lacera, tanto quanto le sue risate riempiono cielo e terra di meraviglia. Sto sperimentando direttamente cosa significa quando una persona ha il sole dentro, una gioia di vivere infinita, una voglia immensa di ridere e far ridere e però anche una sofferenza che resta, nonostante tutto quello che puoi dire e fare, e che ogni tanto esplode e viene fuori come un uragano, una valanga che niente sembra arginare e tu sai che non è giusto, che nessun bambino dovrebbe avere sulle spalle un tale carico di dolore ma sai anche che è così e che questi pensieri lasciano il tempo che trovano.  Sai che ci sono bambini che hanno vissuto esperienze anche peggiori e che al dolore non c’è mai fine, neanche quando uno avrebbe le risorse per portare gioia a sé e agli altri e sai che è una persona splendida ma lui, lui non lo sa. Poco si può fare se non star loro vicino e aspettare che il tempo e la loro grande forza ti aiuti a far emergere tutta la parte vitale e positiva che c’è, far loro capire che sono straordinari e che possono rendere straordinaria la loro vita. Che si può fare. Davvero. Perché a volte sono proprio le persone che meglio conoscono la fragilità e la sofferenza a conoscere anche la meraviglia, lo stupore e la bellezza. E sono le persone sensibili che hanno quello che molti chiamano sentimentalismo, ma io so, e vorrei farlo capire anche ai miei passerotti in via di uscita dal nido, che in realtà ha un altro nome. Si chiama capacità di vivere le proprie emozioni. E se vuoi dargli un soprannome più breve, puoi chiamarlo coraggio.

Fa freddo

Fa freddo. Ho tante parole dentro ma sono bloccate, intirizzite, forse, restano in gola come negli incubi in cui vorresti urlare e non ci riesci, restano dietro gli occhi come lacrime interrotte. Sono trascurate, in disordine, forse persino un po’ sporche. Ma sono vere e forti come la luce di mezzogiorno e finché sono lì, so che anche le ali sono ancora al loro posto, chiuse solo temporaneamente, perché comunque possono ancora reggermi in volo. Basta aprirle. Magari sembra difficile, ma poi, vuoi mettere?

15. Dead Again / L’altro delitto

20151123_074803

Un thriller del 1991 di e con Kenneth Branagh e Emma Thompson (i due erano all’epoca sposati e questo secondo me si vede; tra l’altro io li adoro entrambi come attori, e mi piace molto lui come regista) in cui partecipa Robin Williams (per quanto con poco più di un cameo) e nel complesso quello che si può definire direi decisamente un cast stellare. Potrei quasi fermarmi qui e avrei già quasi detto tutto… Quasi. Ma non mi fermerò qui.

1948. Roman Strauss (Kenneth Branagh) è un compositore, all’inizio del film lo troviamo nella cella della morte a colloquio con un giornalista, Mr. Baker (Andy Garcia), poco prima di essere giustiziato per l’assassinio della moglie Margaret (Emma Thompson) e le parole che pronuncia sembrano fare una certa impressione sul giovane, che pure è certissimo della sua colpevolezza.

Molti anni più tardi una donna (sempre interpretata da Emma Thompson) viene trovata in stato confusionale nei pressi di un istituto religioso di istruzione per ragazzi. La donna non parla, ma durante la notte che trascorre nell’istituto viene sentita gridare orribilmente a causa di un incubo che sembra sconvolgerle la mente.

Mike Church (ancora Kenneth Branagh) è un cinico ex poliziotto che si occupa di trovare persone scomparse, lo conosciamo al momento in cui rintraccia il Dottor Cozy Carlisle (Robin Williams), un eccentrico ma bravo psicoanalista cui è stata tolta la licenza di esercitare per motivi diciamo deontologici (non pensate tanto al Dr. Sean Maguire del successivo e più noto Good Will Hunting, il tipo è più inquietante, più male in arnese e più sardonico) per cui si è ridotto a fare il magazziniere in un supermercato.
Mike viene quindi incaricato di scoprire il nome e trovare i parenti della donna misteriosa, la quale sembra terrorizzata dalle forbici (l’arma con la quale Margaret era stata uccisa anni prima).

L’ipnotista (e antiquario) Franklin Madson (Derek Jacobi) riesce a far parlare la donna e piano piano a farle ricordare varie cose del suo passato, scoprendo alcuni particolari molto interessanti. Nel frattempo lei e Mike si innamorano…

Si tratta principalmente di un thriller, con un’ottima suspense, anche, in vari momenti, a tratti piuttosto cupo ma non “truculento” (anche se personalmente io preferisco il Branagh “shakespeariano”). E’ anche però un film appassionatissimo, quasi teatrale, che non si risparmia sui sentimenti, e che tratta con ironia ma anche senza imbarazzo temi come l’amore senza tempo e senza limiti tra due “metà della stessa persona”, il karma, il fato, la possibilità di vivere altre vite (una sorta di reincarnazione, ma non esattamente: piuttosto il ritrovarsi di persone che si erano perdute in una vita e che non avrebbero dovuto perdersi, e la “necessità”, nel senso fatalistico del termine, che vi sia un contrappasso per i delitti commessi, nella stessa o in un’altra vita).

Il tema in qualche modo mi tocca e il film secondo me è bello. Non credevo fosse uscita la versione italiana ma pare di sì, si intitola “L’altro delitto”.

CURIOSITA’

Si dice che Robin Williams non avesse voluto essere citato nei titoli di testa per timore che il pubblico pensasse che si trattava di una commedia. La circostanza è un po’ curiosa, visto che aveva fatto fino a quel momento altri 14 film – compreso in realtà lo spettacolo comico teatrale A Night at the Met – e al massimo otto potevano essere considerate commedie, anche includendo nel novero pellicole come The World According to Garp, Dead Poets Society e Moscow on the Hudson, che francamente classificherei in modo diverso. Comunque, ve la do come l’ho letta. Bè, certo aveva appena detto l’anno prima che voleva esplorare territori sempre nuovi. Questo è il primo thriller cui abbia preso parte, e sarebbe rimasto l’unico per un bel po’, e più precisamente fino al 2002, quando ne avrebbe fatti due, uno più bello dell’altro 🙂

Almeno una delle battute di Mike Church (I’m not looking for Miss Right, I’m looking for Miss Right Now) era già stata utilizzata da Robin Williams in precedenza. Penso sia uno di quei giochi di parole abbastanza comuni che chiunque poi può “fare propri” come vuole, però l’ho trovata una cosa buffa. Comunque è noto che RW spesso inseriva nei suoi film battute provenienti dai suoi spettacoli e forse anche viceversa.

Luci e pensieri di tardo autunno

Foto scattate ieri sera, durante una breve sosta in campagna prima di andare a Milano per una pizzata con gli amici (compresa la dalia bianca, coraggiosamente fiorita agli ultimi tepori, che ha resistito anche ai 3 gradi di ieri sera).

Piccolo aneddoto. Parlando con un’amica ieri mattina mi dice “ma davvero vai a Milano? Stai attenta, sai, di questi tempi potrebbe essere un obiettivo”. Ieri sera poi il discorso “obiettivi sensibili” è saltato fuori a più riprese.

Così diventa sempre più necessario parlarne con i figli, anche quello più piccolo, con cui francamente ne faresti volentieri a meno. Se non altro, faresti volentieri a meno di entrare così a fondo nella morte e nella paura. Abbiamo cercato comunque di non drammatizzare, di mantenere per quanto possibile quella leggerezza (non superficialità, almeno speriamo sempre che sia così) che consenta a noi e a chi ci è più caro di non perdere mai di vista l’importanza di non porsi limiti irragionevoli e non lasciare che la paura tolga il piacere di fare quello che si fa.

Chissà come faranno quei genitori che devono spiegare ai loro bambini di non giocare in certi posti perché potrebbero esserci bombe inesplose, di fare attenzione a quale strada percorrono, a quale musica ascoltano o a chi amano perché davvero queste cose possono fare la differenza tra la vita e la morte.

  Non so se ci sia un nesso tra le foto e queste parole, a parte quello “temporale”, ma avevo questi pensieri in testa, e forse come sempre è un po’ come dire che si cerca di esorcizzare quello che ci spaventa o ci preoccupa o ci rattrista, grazie alla bellezza e alla luce…

Achille (da: IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

Achille

Achille è senza dubbio il più forte tra gli eroi greci di questo periodo. Né poteva essere altrimenti, viste le sue origini così particolari.

Al re degli dei, innamorato della dea marina Teti (o Tetide), era stato predetto che se qualunque dio avesse avuto un figlio da lei, questo figlio avrebbe spodestato Zeus, e avrebbe dato vita ad un nuovo ordine di dei, proprio come Zeus stesso aveva fatto quando aveva sconfitto Crono. Per evitare tutto questo, egli avrebbe dovuto dare in sposa la dea ad un uomo.

Ma poiché Tetide era una dea potente, e inoltre godeva dell’affetto di Era che l’aveva allevata, l’uomo che le venne destinato fu il più bello del suo tempo, e il più valoroso: Peleo, il pastore del monte Pelio, successore di Eaco sul trono dei Mirmidoni, il popolo nato dalle formiche che avrebbe accompagnato poi Achille a Troia.

Nonostante questo, si dice che la dea fosse una sposa riluttante, e che tentasse di sottrarsi alle nozze trasformandosi in fuoco, in acqua, in leone e in serpente, ma Peleo, come gli era stato consigliato, la tenne stretta fino a che Tetide si arrese. Secondo una versione della leggenda, la dea fuggì poi subito per tornare nel suo elemento naturale, l’acqua, e qui nacque Achille, il cui nome ricorda da vicino i nomi di dei fluviali come Acheloo e Achele[1].

Dunque, colui che sarebbe stato destinato a regnare sugli dei, non poteva essere che il più forte tra gli uomini. Omero raccontava che gli fosse stata data la scelta tra una vita tranquilla e longeva, e la morte precoce in cambio della gloria in battaglia, e che fosse stato lui stesso a scegliere la gloria. Certo dovette poi pentirsene se, come abbiamo visto, pronunciò di fronte a Odisseo nell’Ade quelle parole così disperate.

E comunque in Achille l’amore per la gloria, benché fortissimo, contende il suo cuore con la piena consapevolezza dell’insostituibilità della vita umana. Quando egli rimane nella sua tenda, senza più prendere parte alle battaglie, irato contro Agamennone, e i compagni lo supplicano di far cessare la strage che i Troiani stanno compiendo su di loro, Achille rifiuta. Rifiuta perché la sua collera contro Agamennone è implacabile. Rifiuta perché è orgoglioso, inflessibile. Tuttavia dice anche qualcosa di più:

“Niente, per me, vale la vita: non quanto dicono
ch’Ilio solida rocca aveva prima, in pace,
prima che vi giungessero i figli degli Achei;
non quanto racchiude la soglia di pietra del tempio di Apollo,
di Febo saettante, in Pito rocciosa.
Buoi, grassi montoni, si posson rapire,
comprare tripodi e bionde criniere di cavalli;
ma la vita di un uomo, perché torni indietro, rapir non la puoi
e nemmeno afferrare, quando ha passato la siepe dei denti”

Nonostante la madre divina, neppure Achille avrebbe mai potuto essere immortale, e inutilmente Tetide lo immerse nello Stige a questo scopo: dovette lasciar fuori il tallone, per il quale lo teneva, e fu proprio con una freccia nel tallone, che il “pié veloce” sarebbe stato ucciso, a tradimento, dal più vile dei Troiani, Paride.

Tetide cercò di proteggere il figlio anche in un altro modo: lo condusse presso il re Licomede, re dell’isola di Sciro, il quale lo fece vestire da donna e lo mescolò tra le sue figlie. Da una di esse, Deidamia, l’eroe avrebbe avuto l’unico figlio Pirro (chiamato anche Neottolemo, un nome da guerriero quale egli era destinato infatti a diventare). Chi meglio di Odisseo, re della menzogna, avrebbe potuto smascherare l’inganno? Egli portò degli abiti da fanciulla in dono alle figlie di Licomede, ma tra i vestiti aveva nascosto delle armi, e Achille le afferrò e fu riconosciuto.

Omero non parla di questa storia, dice solo che Achille uscì dalla casa del padre di corsa per andare incontro a Odisseo e a Nestore, ansioso di partecipare alla battaglia. Peleo non poté trattenerlo, e gli donò i cavalli divini, Balio e Xanto, che sarebbero divenuti un giorno i profeti della sua sventura, e avrebbero sofferto per la sua morte come esseri umani.

E’ noto che non solo l’Iliade ha Achille tra i suoi principali protagonisti, ma sulla sua “ira funesta” è costruita l’intera opera: Agamennone, che ha dovuto rinunciare alla schiava Criseide, sottrae ad Achille la sua, Briseide. Achille si infuria per il dolore, per l’umiliazione, per la prepotenza del re, e minaccia di abbandonare tutti al loro destino, consapevole che senza di lui i Greci sarebbero perduti. Anche questo episodio conferma in un certo senso il ruolo di Achille come assertore dell’unico, dell’individuale, dell’insostituibile. Aiace gli rimprovera quella sua furia selvaggia, che non si lascia placare dai doni, “e per una fanciulla/ sola: ora noi te ne offriamo sette, bellissime, / e molte altre cose ancora”[3]. Ma la sua risposta Achille l’aveva già data prima a Odisseo:

Ma dimmi, perché combatton coi Teucri
gli Argivi? Perché raccolto un esercito, qui l’ha condotto
l’Atride? non per Elena chiome bella?
E fra i mortali essi soli aman le spose
gli Atridi? Ah, no! Ogni uomo nobile e saggio
ama e protegge la sua, come io quella
amavo di cuore, benché conquista di lancia…

Alla fine sarà un nuovo, più aspro dolore a vincere la sua inattività: la perdita del diletto Patroclo, ucciso da Ettore, contro il quale si scatenerà la vendetta feroce di Achille. Il poema termina quando Achille, che ha ormai vendicato la morte di Patroclo, ma non per questo ha superato il dissidio con  Agamennone, e tutto sommato non approva quella guerra, acquista consapevolezza che la morte di Ettore, pur necessaria, è stata altrettanto crudele e insensata quanto la morte di Patroclo. Acquista consapevolezza del dolore del padre “nemico”, lo stesso dolore che il suo stesso padre proverà tra breve, poiché Achille sa bene che non tornerà a casa. Il poema quindi si chiude con la riconciliazione di questi due personaggi così diversi, il Greco e il Troiano, il giovane pieno di fuoco e il vecchio ormai stanco ma non per questo privo di quel coraggio che lo ha spinto per amore del figlio morto nella tenda dell’uomo che lo ha ucciso.

Eppure non doveva essere usuale, nella poesia eroica di tradizione orale dell’epoca, concentrare un poema di tale proporzione su un caso singolo. E’ vero, l’ostilità di Achille contro Agamennone ha diversi livelli interpretativi e un’importanza particolare. Si è detto che costituisse l’affermazione dell’unicità e insostituibilità umana contro l’antica idea dell’individuo come parte di una massa indistinta; si è detto anche che rappresentasse l’inizio di un’epoca nuova, perché se i vari eroi che partecipavano alla guerra erano tutti re di qualche luogo, tutti pari membri di una democrazia perfetta senza rapporti di vassallaggio, è anche vero che doveva cominciare a sentirsi l’esigenza di una struttura più complessa. Quando Achille offre protezione a Calcante, esprime questa esigenza: egli non agisce più nel proprio esclusivo interesse, ma per proteggere anche altri, con funzioni simili a quelle di un potere politico e giudiziario[5].

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 505
[2]Omero, op. cit., libro IX, p. 307
[3]Omero, op. cit., Libro IX, p. 321
[4]Ibidem, p. 305
[5]Fausto Codino, prefazione all’Iliade, Einaudi 1990, pag. XI

Ok, adesso so cosa state pensando sulla foto che ho scelto. Il fatto è che pur non ho visto “Troy”, questa è l’immagine più riconoscibile che ho trovato. Non ci sono immagini di Achille ben caratterizzate, che lo distinguano da un qualunque altro eroe di guerra fornito di corazza. Penso che alla fine dovrò decidermi a vederlo, anche se non mi attira molto per tutte le distorsioni della storia di cui ho sentito parlare. Ma mi piacerebbe per esempio vedere come hanno risolto la questione-Patroclo 🙂

Il profumo del bucaneve

Bucaneve
foto dal web

 

Ci muoviamo tra le lucenti stelle e il fango,
tra la stoffa leggera delle nuvole
e un pesante drappo di piombo appeso
che spacca la luce alle finestre.
C’è un abbaiare feroce al cielo, un assalto
d’anime ferite che schiacciano il silenzio al suolo
con un macigno di dolore senza scampo
e so ch’è una fortuna questo mio soffio
di vita avida e lieve, di parole sommesse,
la geografia dolce dei pensieri che trovo
in prestito tra il tuo sguardo e la mia bocca
e ridà la musica al respiro del mio cuore.
So ch’è una grazia questo mio sapere
di un’intensità che arde e che non brucia
la conoscenza delle tue mani,
di ogni nodo e nocca, di ogni segno
delle tue carezze d’acqua e luce
questo brivido d’aria che mi riempie
solo con la forza del tuo sguardo.
So ch’è solo per un meraviglioso sortilegio
se mi lascio invadere dal profumo lento
del bucaneve, quando tutto sembra freddo
e la tua pioggia è un’onda che ritempra e inebria
e fa germogliare tra i miei fiori
la forma selvatica del tuo giardino, la magia
dell’alba che non si sgomenta della notte.
So che è un dono avere la tua anima
tra i miei ferri del mestiere
e anche il mio corpo si fa dono
di terra e grano, e di uva e miele,
campo coltivato per fiorire al tuo ritorno
ponte e strada aperta, nido e rifugio
alla tua pace irrequieta e battagliera
contro il marziale acquietarsi di coscienze
sventolando parole, armi e bandiere
cinicamente coprendo il dolore con la rabbia.
Perché tu sai che il rosso è carne e sangue,
la macchia dei papaveri tra l’oro delle spighe
che la miglior avventura è appassionarsi ad ogni cosa
un viaggio in ogni luogo ed un amore ad ogni viaggio.
Non ho camminato fino a qui per far da spettro
a chi legge nel rosso il colore della morte.
Quando la falce mieterà il suo raccolto
e lascerò ad altri il frutto dei miei rami
spargete anche le mie ceneri nel mare
e se volete una lapide su cui piangere ogni tanto,
non troppo spesso, scegliete un posto,
un luogo qualunque, un giardino, un albero
di melo, una quercia, un mandorlo o una rosa
e scrivete che ho vissuto
– e che sto volando

Odisseo – (da: IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

Tiepolo_Il cavallo di Troia

L’intelligenza, è stato detto, non è importante per gli eroi, almeno non per gli eroi greci. Non solo Eracle, ma quasi tutti gli eroi ellenici sembrano affetti da una sorta di “alta ottusità”, una goffaggine che si manifesta nei loro ripetuti errori e orrori, dagli assassinii spietati di Eracle alla fatale distrazione di Teseo che costa la vita a suo padre, alle ripetute violenze sulle donne. Non riescono ad andare oltre un ruolo ben definito, quello di uccisori di mostri: “quando l’eroe stesso riuscirà a spezzare la cornice del suo ruolo, senza abbandonarlo, quando imparerà a essere anche traditore, mentitore, seduttore, viaggiatore, naufrago, narratore, allora sarà Odisseo, allora alla sua prima vocazione, che è quella di sconfiggere tutto, se ne affiancherà una nuova: capire tutto”[1].

            Prima ancora di Odisseo, era stato Edipo “il più infelice tra gli eroi, e il più inerme”[2], il primo ad andare oltre quel ruolo prefissato. Edipo che uccide il mostro non con le armi, ma con la parola che precipita la Sfinge nel baratro. E rifiuta di toccarla. Questa è la grande differenza tra lui e gli eroi che lo hanno preceduto, ma anche la sua più grande debolezza. Egli non si riveste con la pelle del mostro, come Eracle, non ne raffigura l’immagine sullo scudo, come Perseo con la Gorgone, non porta con sé alcun talismano, rimane esposto, e per questo finirà cieco e mendico. La sua grande intuizione è che la parola possa laddove nessun’altra arma giunge; la sua grande debolezza è di non aver compreso che limitarsi a vincere il mostro, senza cercare il contatto con lui, senza identificarsi con lui e prenderne il posto, come Apollo con il Pitone, non basta: “La parola… rimane nuda, e solitaria, dopo la sua vittoria”.

            Ma Ulisse, Odisseo, è un eroe? Odisseo, che è appunto per noi la personificazione dell’astuzia, che vince i Troiani con il tradimento, anziché combattendo, ci diventa più simpatico nell’Odissea, quando diviene il simbolo di quella sete di conoscenza che già Omero, molto prima di Dante, aveva contrapposto al “viver come bruti”, punendo la rozza ignoranza dei suoi compagni con la trasformazione in porci ad opera di Circe. E nell’Odissea Ulisse deve, questa volta sì, adoperare le proprie virtù eroiche, combattere contro i mostri, rinfrancarsi e lasciarsi allettare dal canto delle sirene come dalla bellezza delle donne che incontra, ma tenendo sempre viva la fiamma dell’amore più domestico per la fedele moglie Penelope.

            E tuttavia egli rimane pur sempre il “re degli inganni” che tanto Agamennone come Achille disprezzavano: probabile derivato di una tradizione che ne faceva prima di Omero un personaggio negativo. Si raccontavano di lui azioni ripugnanti: l’inganno con cui indusse Clitemnestra a lasciargli portar via la figlia Ifigenia fu solo una di queste azioni certo poco “eroiche”. La menzogna più orribile egli l’architettò contro Palamede, uno dei compagni di battaglia. Palamede era colpevole di aver smascherato l’inganno con cui Odisseo aveva cercato di sottrarsi alla guerra. Egli aveva finto di essere pazzo, aveva legato all’aratro un bue e un cavallo, si era messo un copricapo da essere primordiale fallico, e in questa strana tenuta si era dato a fingere di dissodare i suoi campi. Ma Palamede aveva messo davanti all’aratro il figlio di Odisseo, Telemaco, e il padre non poté continuare l’inganno. La sua vendetta fu atroce: un giorno, tempo dopo, introdusse nella tenda di Palamede dell’oro e una falsa lettera di Priamo, perché fosse accusato di tradimento. Così infatti si verificò, e Palamede fu lapidato dai suoi stessi compagni.

            Incapace di affrontare il nemico a viso aperto, egli evita con tutte le sue forze di diventare, come Achille, un “eroe tragico”: è l’antitesi dell’eroe romantico. Come aveva vinto i Troiani nascondendosi nel cavallo di legno, affronta le Sirene evitandone il pericolo grazie allo stratagemma suggeritogli da Circe, e uccide i Proci dopo essersi mascherato da mendicante[3]. Sembra suo destino indossare sempre una maschera, e quando dà ad intendere a Polifemo di chiamarsi “Nessuno” non fa altro che indossare la maschera più estrema: egli infatti è il “polimorfo”, l’uomo dalla mente variopinta, multiforme e metamorfico come Ermes e chi può essere chiunque, alla fine, è “Nessuno”.

            A dire la verità, Ulisse è un eroe “sui generis”: il suo tempo non è il tempo eroico degli Achei, le sue qualità sono quelle di un uomo “domestico”. Egli rappresenta due cose più di ogni altra: l’amore per la conoscenza e l’amore per la casa, la nostalgia della propria terra e dei propri cari. Quando gli tocca combattere, non lo fa certo alla maniera di Achille: i due del resto sono diversi come il giorno dalla notte, e non si comprendono affatto: tanto è diretto, “veritiero”, istintivo e passionale Achille, tanto Ulisse è razionale, infido, doppio, subdolo e freddo, perfino quando rischia la vita, come appunto nell’impresa del cavallo di Troia. A questa sua natura Achille si riferiva quando, senza nominarlo, gli mostrava tutto il suo disprezzo: “odioso come le porte dell’Ade è per me quell’uomo che una cosa nasconde nel cuore e un’altra ne dice”[4].

            E Aiace, l’eroe solitamente svelto di mano più che di mente, diventa perfino eloquente, quasi quanto lo stesso Ulisse, quando l’indignazione lo coglie per dover contendere proprio a lui le armi di Achille: “proprio Ulisse mi si vuole paragonare! … Certo è più sicuro contendere con parole menzognere che combattere con la mano! Ma io non sono portato all’eloquenza, come costui non è portato all’azione…. Comunque io non credo di dovermi mettere a ricordare a voi le mie imprese, o Pelasgi; le avete viste coi vostri occhi. Ulisse piuttosto racconti le gesta sue, gesta che compie quando nessuno vede, di cui solo la notte è testimone. Riconosco che grande è l’onore a cui aspiro. Ma l’onore è sminuito dal mio avversario: Aiace non può essere orgoglioso di ottenere una cosa, sia pure grande, sperata da Ulisse”[5]. Il soldato rinfaccia all’uomo astuto la sua astuzia; l’irruente non può sopportare gli inganni, che il “facondo Ulisse” mette in atto non solo contro i nemici, ma anche contro i suoi: l’infame azione che portò alla condanna di Palamede, il vile abbandono di Filottete ferito sull’isola di Lemno. Ma proprio per questo Ulisse finirà per ottenere le armi. La sua è la vittoria della parola, dell’intelligenza contro la forza, sì, ma anche dell’opportunismo contro l’onestà senza compromesso. Perché, è vero, Ulisse ha compiuto tutte quelle missioni nelle quali c’era bisogno dello scaltro diplomatico. Ma, soprattutto: “Se io ho commesso un’infamia accusando falsamente Palamede, voi avete fatto una bella cosa? … Quando al fatto che il figlio di Peante [Filottete] si trovi a Lemno, isola di Vulcano, anche qui è ingiusto farmi responsabile. Giustificatela voi, quest’azione vostra; e infatti voi deste il vostro consenso”[6]. Insomma, Ulisse respinge le accuse reclamando che vengano condivise da tutti. Colpa di tutti, colpa di nessuno. Forse le armi gli vengono alla fine concesse per la sua utilità nel condurre a buon fine difficili opere di convincimento; forse. Ma forse, invece, è stata la sua abilità nel far credere agli altri che, condannando lui per le sue azioni riprovevoli, avrebbero condannato se stessi. E allora, la vittoria è sua, le armi sono sue, e Aiace, sconfitto e furioso, si uccide.

            Anche Ulisse è tra gli eroi greci uno dei più umani, nel bene e nel male. Talvolta ha quegli scatti appassionati e velleitari che lo inducono a prendere le armi contro Scilla, quando dovrebbe sapere che nulla si può con le armi nel mondo dei mostri, oppure a gridare il suo nome a Polifemo dopo averglielo nascosto, dimenticando che nel mondo “di là” è meglio tacere. Talvolta si ribella contro il destino che gli strappa i compagni ad uno ad uno, benché sia consapevole della vanità dei suoi sforzi. La sua intelligenza non arriva a comprendere il “mondo di là” e le sue leggi, non intuisce che né il coraggio né l’astuzia possono nulla contro le forze primordiali di Polifemo o di Scilla, e questa è una delle ragioni delle sue sventure e di quelle dei suoi compagni. L’unica cosa che lo aiuta è allora la sua pazienza, la fede incrollabile che nonostante tutto ha ancora negli dei, la rassegnazione[7]. E questi sono forse i momenti in cui lo amiamo di più.

            Per molti aspetti lo si potrebbe definire un “anti-eroe”. Tuttavia, il protagonista dell’Odissea ha, molto più dello stesso personaggio nell’Iliade, diversi elementi che possono caratterizzarlo come eroe, la pazienza, l’audacia, ma più di tutto la capacità di accedere all’aldilà. E questa volta Ulisse, cui certo non difetta l’amore per l’avventura, per lo meno intesa come ricerca, viaggio per la conoscenza, rimane sgomento, angosciato, non vorrebbe andare. Se Teseo va tra i morti con la tracotanza di voler rapire anche la loro Regina, come se Persefone non fosse che una qualsiasi fanciulla da sedurre, con l’incoscienza di chi non ha (apparentemente almeno) paura di nulla, Ulisse affronta il viaggio in modo ben diverso. Si avvicina di più a Eracle, in questo, e diviene il precursore di quello che qualcuno dice essere anche più eroe degli altri: l’uomo che affronta i rischi non per sfida e temeraria passione, ma consapevole della propria fragilità e delle proprie angosce, e che tuttavia accetta di cercare di superare i limiti che questa fragilità e queste angosce gli imporrebbero, per qualcosa che ne valga la pena. L’aspetto forse più grande della condizione umana.

            Ulisse, che ama la vita sopra ogni cosa, e non comprende il regno della morte, e piange quando gli viene imposto di scendere nell’Ade, cerca di convincere prima di tutto se stesso, quando, incontrando Achille, crede che sia un privilegio poter essere onorato anche dopo la morte, poter dominare tra i defunti come “il più valoroso”.

            Ma Achille, l’unico tra gli eroi greci a non avere paura di guardare le cose in faccia sempre, di chiamarle col loro nome, anche la morte, ha il coraggio (e l’onestà) intellettuale di ammettere ciò che Ulisse, il troppo umano, non voleva accettare: la morte è il niente, ed è meglio essere servo di un bracciante senza terra, ma vivo, che dominare una schiera di ombre.

            In questo modo così profondamente diverso, Ulisse e Achille affermano la stessa verità: tutto ciò che è importante è la vita, il regno delle ombre cancella tutto, non esiste il regno dei Beati, quella bella immagine di cui la civiltà eroica aveva cercato di circondare la morte[8].

[1]R. Calasso, op. cit., pp. 361-362

[2]Ibidem, pp. 384-85

[3]P. Citati, op. cit., p. 205

[4]P. Citati, op. cit., p. 229

[5]Ovidio, Metamorfosi, op. cit., p. 503

[6]Ibidem, p. 519

[7]P. Citati, op. cit., pp. 167-68

[8]P. Citati, op. cit., p. 198

IL BOSCO – continua

immagine_bosco

Per l’ennesima volta, guardando suo padre, Elisa si disse che c’era qualcosa che non andava. Certo, c’era la faccenda di Federica, la donna che era entrata nella sua vita, uscendone però dopo appena qualche mese. Faccenda di cui lui non aveva assolutamente voluto parlare, dicendo che non aveva poi tanta importanza, ma Elisa sapeva benissimo che ne era rattristato molto più di quanto sarebbe mai stato disposto ad ammettere, però…

Però non era solo quello.

Suo padre scherzava sempre molto, “prendeva sempre tutto in ridere” come qualche volta aveva sentito dire a sua madre anni prima, quando ancora non erano separati. Si rendeva conto che aveva sempre usato il sorriso come un’arma contro le avversità della vita. A lei piaceva molto però il modo in cui ridevano insieme di tante cose, a volte anche le più sciocche. Quanto tempo era che non succedeva più?

In quel momento alla televisione il Quartetto Cetra riproponeva una delle sue straordinarie parodie, che di solito li facevano sbellicare tutti e due dalle risate, e invece suo padre non faceva che fissare lo schermo con aria assente, lo sguardo inquieto e sempre triste, la testa evidentemente da un’altra parte.

E poi c’era il mare. Lui amava nuotare quanto lei, ma durante quella prima settimana in cui era stata da lui, solo una volta aveva acconsentito a venire alla spiaggia, dietro sua insistenza, e non aveva fatto il bagno, perché era troppo stanco. Era sempre troppo stanco. Non era mai stato così, prima.

Si alzò di scatto, innervosita da questi pensieri, tanto sapeva che lui non le avrebbe detto niente.

– Preparo il pranzo.

– Cosa fai di buono? – Lui tentò, senza molto successo, di mostrare un moderato interesse, ma il suo tono era inesorabilmente piatto.

Elisa cercò di calmare la sua inquietudine con una battuta, quella era una cosa che aveva preso da lui.

– Non fare quella faccia, non ti preoccupare che ho eliminato rospi e lucertole dalla mia dieta da un po’ di tempo, ormai.

Ma suo padre tornò a dedicarsi al suo irrequieto girovagare tra televisione, giornale e passeggiate avanti e indietro sulla terrazza, senza l’accenno di un sorriso.

Dopo pranzo, parve riprendere un po’ della sua antica vivacità e le propose una passeggiata in campagna. Il resto del tempo lo passarono a ricordare le leggende di quei luoghi, che lui aveva raccontato tante volte quando Elisa era bambina che ormai lei le conosceva a memoria.

Nei giorni successivi parlarono di scuola. Suo padre le aveva chiesto se avesse risolto le sue difficoltà con i compagni e i professori, e questo aveva dato la stura ad un amaro sfogo da parte di Elisa su quanto i programmi fossero antiquati e del tutto inadatti a prepararli alla loro vita futura, sull’incapacità degli insegnanti di interessare la classe alle materie che dovevano studiare, e sull’assurda mentalità di quelli che pensavano solo ad avere buoni voti sulla pagella e non erano minimamente interessati a “farsi una cultura”.

“Non parlare come quegli scalmanati coi capelli lunghi che fumano dio-sa-cosa e fanno cortei in giro per la città sperando di ricostruire il mondo a loro modo!” La rimbeccò aspramente suo padre.

Elisa rimase tanto male che non rispose. Certo, non si era aspettata che suo padre fosse entusiasta del fatto che lei facesse cortei, scioperi e occupazioni, e si era ben guardata dal parlare di un suo coinvolgimento personale che del resto avrebbe potuto non esserci mai. Ma non gli aveva mai sentito usare questo tono, le pareva quasi che sotto quell’aggressività ci fosse la paura, e trovava strano aver paura di quelle persone di cui lei aveva avuto un’idea del tutto diversa. Avrebbe potuto capire se fosse stata sua madre, lei si preoccupava sempre che loro non facessero “sciocchezze”, ma…

“Promettimi che non ti mescolerai a quella gente”.

Elisa lo guardò, e per un attimo pensò di dirgli che sì, lo prometteva. Sarebbe stato tanto più facile, per amor di pace, e visto che era già tanto triste, ma qualcosa dentro di lei si ribellò.

“Mi dispiace, ma non posso farlo. Posso prometterti che non mi metterò con persone violente, questo sì. Ma… non so ancora cosa farò. Non sono sicura di aver capito esattamente cosa succede e cosa è giusto fare ma conosco persone a cui il mondo non va bene così com’è, e se devo dirti la verità, neanche a me piace poi tanto, papà. Molti di questi ragazzi odiano la violenza, la guerra, l’ipocrisia, e vorrebbero le stesse cose che volete voi adulti: più giustizia, una pace vera, meno conformismo. ‘Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria’. Lo ha detto un prete, sai, si chiama Don Lorenzo Milani”.

“Ah, sì, l’ho sentito. E’ uno che ha strane idee sull’educazione, dicono”.

Suo padre lasciò cadere il discorso, ma lei poteva vedere che era arrabbiato. Parlarono d’altro, fecero finta che non fosse successo niente, ma il loro tono era stranamente formale. Sentiva ancora la puntura di quel senso di colpa infantile, perché con Fabrizio parlava di guerra, pace, politica, religione, e con suo padre finiva per poter parlare praticamente solo dei voti presi e qualche volta, se l’argomento non diventava troppo spinoso, di letteratura, di miti e di leggende. Lui sapeva ancora raccontare bellissime storie, ma qualche volta Elisa si trovava a pensare che avesse confinato la sua stessa vita in un mondo di sogni e fantasie, che aveva ben poco a che fare con le battaglie di tutti i giorni per capire gli altri e il mondo e tirare fuori dalla vita quel po’ di senso che si poteva.

L’ultimo giorno prima di tornare a casa, Elisa decise che non poteva più sopportarlo.

“Non voglio andarmene facendo finta di niente, papà. Non abbiamo litigato, ma c’è qualcosa che non va, come se non riuscissimo a essere noi stessi. Io… io ti voglio bene, anche se non sono d’accordo con te su certe cose”.

Suo padre sorrise.

“Voi ragazzi volete sempre tutto subito, vi fate le vostre ragioni con troppa rabbia e troppa impazienza. Ma anch’io ti voglio bene, ricordatelo sempre, questo”.

Elisa rabbrividì. Un’ombra era passata nei suoi occhi, e aveva detto quelle parole come se non fosse certo di rivederla.

Che cosa diavolo mi viene in mente, pensò.

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Gli eroi della Guerra di Troia

 

La Guerra di Troia, voluta dagli dei per esaltare la schiatta degli eroi greci nel momento stesso della loro distruzione, scoppiò a causa di un uomo, ma un uomo che era stato guidato dagli dei a compiere quella nefasta azione.

Paride, figlio del re di Troia Priamo, era stato allevato come un pastore dopo che i genitori lo avevano abbandonato sul monte Ida, proprio perché era stato loro predetto che il ragazzo sarebbe stato causa della distruzione del loro regno.

A lui gli dei diedero l’incarico, una volta divenuto uomo, di scegliere tra le tre grandi dee, Era, Atena e Afrodite, quale fosse la più bella. E non si trattava in realtà di un giudizio sulle attrattive erotiche, delle quali Afrodite era regina indiscussa. La scelta riguardava piuttosto i doni che le dee avevano proposto al giovane principe: Atena gli avrebbe offerto la grandezza nelle battaglie, l’eroismo; Era la signoria sull’Asia e sull’Europa; Afrodite l’amore di Elena, moglie del re greco Menelao, la più bella tra le donne di ogni tempo, che si diceva figlia di Zeus. Alla guerra e al regno Paride preferì l’amore, e appena ne ebbe l’occasione rapì la sposa di Menelao, scatenando così quella guerra che, come l’oracolo aveva predetto, sarebbe stata causa di orrore e di morte non solo tra i Troiani, ma anche tra i Greci. Da tanta rovina si sarebbero salvati i meno eroici tra tutti coloro che vi avevano preso parte: Enea fra i Troiani, molto più noto come fondatore di stirpi che come guerriero; e tra i Greci  l’astuto e “domestico” Odisseo, e il paziente, mite Menelao, che non riuscì ad uccidere l’amata moglie neppure nel momento della maggior furia e rimase con lei “compagno obbediente di una moglie divina” che lo avrebbe portato ancora vivente negli Elisi[1].

Agamennone, il capo dell’esercito greco, sopravvisse alla guerra solo per essere massacrato, appena giunto a casa, dalla moglie Clitemnestra. Questa aveva fatto del vile Egisto il suo amante, e inoltre non aveva mai perdonato al marito l’inganno con cui le aveva tolto la figlia Ifigenia. Era stato, naturalmente, Odisseo l’artefice della crudele menzogna. L’indovino Calcante aveva detto che per placare l’ira di Artemide, offesa dallo stesso Agamennone, e far partire le navi rimaste bloccate in una bonaccia senza un filo di vento, egli avrebbe dovuto sacrificare la figlia. Così venne detto a Clitemnestra che la fanciulla doveva venire data in sposa ad Achille (il quale, quando lo seppe, ebbe uno dei suoi accessi di ira, e già come è noto non provava certo un grande affetto per Agamennone). Si disse poi che Artemide avesse salvato la giovane, sostituendola al momento dell’uccisione con una cerva e facendo di lei una sua sacerdotessa. Ma certo per Clitemnestra la figlia era perduta, e la madre ferita divenne un’assassina sanguinaria, capace di colpire tre volte con l’ascia lo sposo a tradimento, quando non poteva difendersi.

Le storie successive, che non fanno parte della guerra di Troia, ci sono state tramandate soprattutto dai grandi tragediografi: Oreste, figlio di Clitemnestra, ancora bambino, sarebbe forse stato a sua volta ucciso dalla madre inferocita, se la sorella Elettra non lo avesse salvato. Più tardi avrebbe vendicato il padre, uccidendo sia la propria madre, sia il suo amante Egisto. Per molto tempo Oreste, nonostante avesse ricevuto da Apollo l’ordine di vendicare il padre, sarebbe stato perseguitato, come omicida, dalle Erinni. Fino a che un giorno gli venne detto di recarsi in Tauride a prendere la statua di Artemide. Di questa statua Ifigenia era divenuta la sacerdotessa e la custode. Così Oreste, con l’amico Pilade, era stato in realtà mandato a sua insaputa proprio dalla sorella. Quando avvenne il riconoscimento, e la sacerdotessa tornò in patria, poté avvenire il perdono definitivo, e così Menelao e Oreste, benché colpiti dalla maledizione della stirpe di Atreo, furono anche coloro che vi posero fine.

Ma tutto questo naturalmente sarebbe avvenuto molto tempo dopo. All’epoca della guerra di Troia Agamennone era solo un guerriero potente e presuntuoso, arrogante perfino con gli dei, ciò che in più di una occasione sarebbe stata causa della morte di tanti suoi compagni.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 512