UN LEONE A COLAZIONE – Intorno all’adozione / ADOPTION IS NOT JUST AN OPTION – 2

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Chi ha letto la scorsa puntata di Un leone a colazione, ricorderà che abbiamo lasciato il nostro re e la nostra regina senza figli a pensare al loro desiderio di avere un bambino, come aveva loro suggerito la vecchia, saggia signora del bosco.

Il re e la regina pensarono a lungo, discussero tra loro. “Io vorrei che nostro figlio ricevesse l’educazione di un principe o di una principessa” diceva il re, “e che un giorno diventasse re o regina al nostro posto, quando saremo vecchi e stanchi. Sarà sangue del mio sangue, gli insegnerò tutto quello che so e così lascerò qualcosa di me nel mondo quando dovrò andarmene”. La regina diceva “Io me lo immagino già, un bel fagottino da coccolare e abbracciare e riempire di baci e carezze”. “Sicuramente sarà bellissimo”, diceva il re, “magari avrà i tuoi occhi”. “Oh”. Rispondeva la regina. “A me piacerebbe che avesse i tuoi”.

A loro piaceva molto fare questi discorsi, immaginare come sarebbe stato il loro bambino, come sarebbe cresciuto, il suo futuro, le qualità e i difetti che avrebbe preso dal papà e dalla mamma. Si divertivano a pensare a chi avrebbe assomigliato di più e al nome che gli avrebbero dato.

Ma quando tornarono dalla vecchia signora e le raccontarono i loro discorsi, lei li guardò un po’ pensierosa e poi disse:

“Manca qualcosa, non credete?”

Il re e la regina si guardarono perplessi.

La vecchia signora sorrise con indulgenza. Ne aveva visti tanti come loro. Erano pieni di buone intenzioni, potevano sicuramente essere dei bravi genitori ma…

“Beh, mi avete raccontato i vostri desideri, come voi lo immaginate, come vorreste che crescesse. Ma che mi dite dei suoi desideri, di come lui o lei potrebbe immaginare i suoi genitori, di come lui o lei vorrebbe crescere? Perché un figlio dovrebbe volere voi come papà e mamma? E se scegliesse per sé un futuro del tutto diverso da quello che voi immaginate? E se non avesse i vostri occhi e non vi somigliasse per niente?”.

Il re e la regina a questo punto si sentirono un po’ smarriti. Chiesero ancora un po’ di tempo per pensarci e la vecchia signora sorrise benevola. “Naturalmente”, disse. “Tutto il tempo che vi serve. La fretta non è mai una buona consigliera, ma in queste cose, meno che mai. Quando vorrete tornare, io sarò qui ad aspettarvi”.

E così si salutarono, per il momento…

Chi volesse leggere la prima puntata la trova qui

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L’ultimo Abele

Amo prima di tutto i colori di questo romanzo di Avvocatolo. I colori nominati con precisione, persino col codice, quasi a dire che non è vero che non ci sono parole esatte per descrivere. Qualunque cosa, visibile o invisibile, ha un nome e sta a noi trovarlo. Non sempre ci riusciamo, ma quel nome, da qualche parte, esiste.

Così capisci che anche la numerazione dei capitoli non è solo un vezzo, né è strampalata come sembra, ma ha un suo senso legato strettamente al “niente è come sembra” e forse anche “niente è come dovrebbe essere”.

Niente, neanche la lingua, che è ricca e densa come un vino rosso di quelli corposi, inusuale, una lingua di immagini, di metafore insolite, spesso poetica, talvolta ridondante (ma quasi mai in senso negativo, piuttosto come un modo, anche qui, di farci toccare con mano la ricerca dell’espressione migliore, la più precisa, la più perfetta). Una lingua malleabile, colta dove è giusto, popolare dove serve, maneggiata sempre con competenza e capacità di scelta tra vari riferimenti, siano letterari, siano tratti dai più moderni mezzi di comunicazione o semplicemente dal mondo e dalla realtà circostante, ascoltata e “riscritta”, resa quasi più vera del vero, nel momento stesso in cui apparentemente la si esagera.

Ci sono parole che si sciolgono in bocca come un cioccolatino. Un cioccolatino e basta, oppure un cioccolatino che poi ha dentro una crema al liquore, densa, gustosa, dolce e con un retrogusto leggermente amaro. Altre parole sono morbide e calde come un maglione di pura lana, magari alpaca tinta écru, o grigio siliceo, o bianco papiro. E altre ancora poi sono ruvide come carta vetrata oppure allegre, un bel rosso fuoco, o un giallo dalia.

E’ un romanzo che va letto con attenzione, secondo me, anche se viene voglia di divorarlo e potrebbe anche andar bene per un primo assaggio, ma poi a tornarci sopra si scoprono  nuovi nessi, piccole frasi apparentemente innocue e in realtà preziose, uno spirito di osservazione molto acuto a volte mostrato senza veli, altre seminascosto dietro uno spirito (apparentemente?) goliardico. Non che non ci sia anche della goliardia vera. E’ un libro divertentissimo, in certi punti. In altri fa sorridere. Ma dietro il sorriso c’è quasi sempre dell’altro. Alla fine non sono riuscita a mollarlo, le ultime 100 pagine le ho lette d’un fiato. E lo consiglio perché è diverso da tutto quello che ho letto finora ma al tempo stesso parla di emozioni in cui possiamo senza difficoltà riconoscerci.

Il Bosco – Parte II – Capitolo 2 – Continua

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Il Natale quell’anno Andrea lo trascorse da solo, in un carcere militare. Custodia preventiva. Sapeva benissimo che il suo gesto avrebbe avuto un costo, e forse credeva anche di essere preparato a pagarlo, ma non lo era veramente, non avrebbe potuto esserlo. Nei mesi durissimi che seguirono dovette imparare, perdere gli ultimi scampoli di sbruffoneria da adolescente. Il ragazzo che si curava poco delle conseguenze stava diventando un adulto che consapevolmente le affrontava, passo dopo passo, stringendo i denti.
La vergogna dei suoi genitori, la compassione dei vicini per la famiglia rovinata da quel figlio degenere, il processo, la condanna, l’accusa che tentava di presentarlo come un mezzo uomo senza onore, un mollusco viscido e vile che, se non corretto in tempo, avrebbe potuto, per mancanza di scrupoli morali, essere capace di qualunque nefandezza. Tutto questo aveva creduto di averlo messo in conto, ma viverlo davvero era stato molto diverso, una serie di colpi allo stomaco che lo avevano fatto vacillare più di una volta.
Gli avevano dato la condizionale, e per il momento di carcere aveva fatto “solo” tre mesi. Ma i giudici erano stati chiari, la condanna non cancellava l’obbligo della leva, e se lui si fosse rifiutato ancora, avrebbe subito una pena più pesante, e questa volta non sospesa.
Eppure non rimpiangeva affatto di aver intrapreso, magari d’impulso e non troppo razionalmente, quel percorso di cui adesso non vedeva neanche più la fine. E comunque ormai doveva andare avanti. Gli era pur sempre necessario essere in mezzo alle cose, vivere fino in fondo qualunque scelta decidesse di fare.
Una delle cose che gli avevano dato più forza era stato il sostegno degli amici, anche di Matteo. Soprattutto di Matteo. Che non condivideva né la sua scelta di principio, né l’ostinazione di non voler cedere, ma era stato pronto a testimoniare – e in un tribunale militare, nonostante il sacro terrore che aveva dei tribunali in genere! – indignato profondamente per il ritratto di Andrea che avevano dipinto, così distante dalla realtà. Tutti sarebbero stati più che disposti a testimoniare. Andrea aveva rifiutato di coinvolgerli, ma la loro lealtà lo aveva commosso e inorgoglito a tal punto da rendergli molto meno difficile, da quel momento, continuare per la sua strada.
Quando uscì, a marzo inoltrato, era appena un po’ più magro – non che fosse mai stato sovrappeso – e aveva, nessuno avrebbe saputo dire dove, o come, qualche segno, non troppo marcato, ma comunque percettibile, che lo rendeva diverso da quello che era prima. La sua stessa irrequietezza, quella che forse l’aveva condotto fin lì, si era molto attenuata, quasi che non avesse più ragion d’essere, ora che era arrivato là dove doveva, e soprattutto voleva essere.
Tutti, nel gruppo, lo accolsero con un rispetto nuovo, tutti esprimevano nei suoi confronti, ognuno a modo suo, qualcosa che andava al di là dell’affetto di sempre. Persino Lorenzo, si capiva che gli costava, ma suo malgrado provava una sorta di riluttante ammirazione. Aveva fatto qualcosa, dopotutto, oltre a giocare alla lotta dalla poltrona della sua casa borghese. Marco esprimeva il suo stato d’animo con un fuoco d’artificio di scherzi e battute che, lungi dal ridimensionarlo, mettevano affettuosamente in luce le sue migliori qualità; in Matteo il desiderio di prenderlo a schiaffi, che lo coglieva di tanto in tanto, sembrava molto meno presente del solito; e quanto a Elisa… sì, il suo sguardo se l’era immaginato, ci leggeva, solo con più forza che negli altri, quelle stesse cose che lo avevano aiutato a tenere la testa alta, anche quando più forte era stata la tentazione di piegarla. Si sentiva più che mai, finalmente, forte della certezza di aver fatto la cosa giusta.
Alcune conseguenze, tuttavia, non se l’era neppure immaginate. Problemi che non avevano nulla a che vedere con tribunali, processi, testimonianze e conflitti familiari, ma con l’impossibilità di sottrarsi mai del tutto alla violenza del mondo.

Matteo non si era accorto che stavano arrivando. Come al solito. Vedeva sempre le cose un momento troppo tardi, imparava sempre dopo tutti gli altri, camminava sempre un passo indietro.
Tutta l’amarezza di una vita in ritardo gli arrivò addosso come un’ondata in quella frazione di secondo in cui si trovò nell’impossibilità di svicolare, eludere, cambiare strada pur di non essere coinvolto in uno scontro.
Matteo odiava gli scontri.
E quell’amarezza si riversò contro gli altri, Marco, Filippo, Lorenzo, Andrea. Andrea. Possibile che neanche lui li avesse visti? Non poteva crederlo. Tanto quanto lui era sempre in ritardo, Andrea era sempre un po’ più avanti, si accorgeva delle cose senza avere bisogno di pensarle, metterle a fuoco, elaborare strategie. Le interconnessioni, i nessi gli saltavano agli occhi senza che li cercasse. Eppure non aveva fatto niente per evitarli.
Non ci si poteva sbagliare, stavano venendo verso di loro. Giacconi di pelle, pantaloni neri, occhiali neri, capelli tagliati cortissimi e la faccia di chi non è lì per sbaglio, di chi non è mai distratto, non lascia mai niente al caso. Quanti erano? Cinque, sei? Loro erano solo in quattro e la preparazione atletica non era proprio il loro forte. Mentre “quelli” si facevano un vanto di essere degli arditi, gente d’azione, dove per azione si intendeva la preparazione costante alla battaglia di piazza, alla guerriglia urbana, allo scontro frontale e aperto con gli odiati bolscevichi.
“Ehi, ecco un po’ di feccia comunista” cominciò uno. Da una parte la feccia comunista. Dall’altra la gente da fogna. Senza sfumature, senza nessuna voglia di distinguere, di capire. Quello che aveva parlato sembrava piuttosto male in arnese, notò Matteo. Il naso pareva gli fosse stato deformato da un pugno, aveva una cicatrice sul collo e un’altra sull’attaccatura della mano. Chissà perché lui aveva sempre avuto l’idea che le avanguardie della destra, quelle che si dedicavano anima e corpo all’azione e al reclutamento, fossero in prevalenza gente dell’alta società, quelli che pensavano di avere diritto a mantenere privilegi secolari che gli venivano non dalla fatica, ma dal diritto di casta. Quelli però sembravano quasi tutti gente da case popolari, a parte forse uno o due che stavano davanti agli altri e davano il passo alla combriccola.
Quali erano più pericolosi? Non avrebbe saputo dirlo.
“Un bel gruppetto di amici dei gialli e dei negri, quelli che odiano l’Europa e i bianchi e vogliono mettere tutto il mondo in mano al baffone russo e a un branco di selvaggi che fino a ieri non sapevano neanche cos’era un fucile”.
“Meno male che siete arrivati voi a insegnarglielo” – commentò Andrea, sarcastico.
“Shh. – sibilò Matteo tra i denti. – Devi proprio provocarli?”
Era spaventato, e non solo a causa dei fascisti. Lo sguardo di Andrea era improvvisamente cambiato, aveva preso un’espressione che gli aveva visto solo un paio di volte, ma gli erano bastate per capire che in quell’umore era pericoloso. Era uno dei più convinti sostenitori della non-violenza che avesse mai conosciuto, eppure non lo aveva mai visto scappare e sapeva ferire parecchio con le parole. Che cosa pensava di fare? Quelli erano già decisi a fare a botte in ogni caso, ma se li sfidava…
“Era ora. Avevo proprio voglia di divertirmi un po’ – ridacchiò uno dei ‘loro’.
“Sì, non c’è niente di meglio che dare una lezioncina a questa canea rossa – incalzò un altro. – Questi… – sputò per terra – questi pacifisti vigliacchi, gente che si metterebbe la bandiera sotto i piedi, gente senza onore e senza valori. Gente senza fegato che rifiuta il servizio militare. Si meritano solo che qualcuno violenti le loro donne, ammazzi i loro padri e l’esercito non muova un dito per difenderli, tanto se li facessero fuori tutti non perderemmo granché. Così imparerebbero a rispettare i nostri soldati”. Quello che aveva parlato adesso era un biondino smilzo dagli occhi chiari e dalla parlantina più sciolta degli altri, era di quelli che usavano parole come patria, eroi, soldati, per armare di spranghe chiunque fosse abbastanza furioso e abbastanza confuso da seguirli, nella speranza di trovare uno sfogo alla frustrazione.
No, non erano lì per caso. Matteo improvvisamente capì. Erano venuti a cercarli apposta. Cercavano proprio Andrea, sapevano chi era e cosa aveva fatto, anche se loro ovviamente il carcere militare non lo avevano mai neanche visto da fuori. Neanche lui del resto, ma lui non avrebbe mai potuto mettere in dubbio il coraggio che c’era voluto, ad Andrea, per entrarci. Anche se all’inizio gli aveva dato del matto e dello stupido, segretamente glielo aveva anche invidiato, quel coraggio. Di certo, qualunque cosa si potesse pensare di Andrea, non era un vigliacco. Avrebbe voluto, dovuto difenderlo da gente che non era degna neanche di allacciargli le scarpe. Eppure, ancora una volta, si sentiva miseramente inadeguato a reagire. Non era in grado di difendere se stesso, tanto meno qualcun altro.
“Tutti voi rossi siete solo dei gran vigliacchi – disse quello con le cicatrici. – Capaci solo di nascondervi dietro i cespugli e strisciare, ma quando c’è da combattere a viso aperto scappate, come i vostri vietcong, come il vostro Che Guevara, che ha fatto la fine che si meritava, quella che farete anche voi.”
“Voi sognate la vita eroica, lui quella vita l’ha vissuta. – La voce di Andrea era perfettamente tranquilla, anche se lo sguardo la smentiva. Matteo ebbe per un istante la netta percezione del significato del termine calma mortale. – E’ molto più facile essere gli Eletti per nascita, che inseguire la giustizia e meritarsi il rispetto degli uguali – proseguì l’amico, sempre con quel sorriso beffardo negli occhi. – E sicuramente è più comodo cercare gloria affrontando un gruppetto di ragazzi disarmati che un esercito. Non potete amarlo perché lui è stato tutto quello che voi in fondo vorreste essere, senza esserne capaci”.
Un attimo dopo Matteo si trovò nella mischia. Cioè nella mischia non rende esattamente l’idea, perché implica un dare e un ricevere. Lui riceveva soltanto. Per un attimo non capì più niente, avrebbe voluto tirare pugni e calci dove capitava, senza neanche curarsi se avrebbe colpito i suoi amici o gli altri, li confondeva tutti e li odiava tutti. Ma naturalmente non fece niente del genere. Sentì la voce di Andrea, e quella non avrebbe potuto confonderla.
“Te li tengo buoni io, cerca di sgusciar via.” – Un sussurro complice, poi lo vide rigettarsi nella zuffa. Non se lo fece dire due volte, naturalmente. Lui lì non c’entrava. Se lo ripeté spesso in quei giorni. E spesso si ripeté che era molto grato ad Andrea di essere venuto in suo aiuto. Ma una vocina subdola continuava a insinuare un’altra verità: non credeva davvero fino in fondo a nessuna delle due cose.

LUNEDI’ FILM – 20. Aladdin

Aladdin

Magia.
Magia pura.
Magia infinita.
Non c’è parola che esprima meglio di questa tutto quello che questo film racchiude in sé.
Man mano che ci si addentra nel mondo cinematografico di Robin Williams, non si può fare a meno di rendersi conto che l’aspetto visivo deve aver avuto un ruolo non indifferente nelle sue scelte. Anche i lavori più criticati o di minor successo spesso colpiscono per la bellezza o la particolarità delle immagini (pensate per esempio a Popeye, che del resto era di Altman, al Barone di Munchausen di Gilliam, a Toys di Levinson e, più di tutti, Al di là dei sogni di Vincent Ward). Penso che abbia a che fare con il mantenere in sé una parte bambina, perché il nostro sguardo sappia ancora lasciarsi incantare da ciò su cui si posa.
Aladdin è sicuramente una gioia per gli occhi e tanto, tanto altro. Le canzoni, fantastiche (Friend Like Me mi fa pensare che RW avrebbe potuto benissimo fare anche il cantante, per dire). Il cattivo Jafar e il suo irascibile pappagallo Iago. Una bella storia, ironia, cura dei dettagli. E poi… poi pensate a un personaggio nato quasi interamente da una delle menti più creative che siano esistite allo scopo principalmente di regalare stupore e meraviglia, un personaggio in cui finalmente, di nuovo, Robin Williams ha potuto riversare tutta la sua comicità più spregiudicata e immaginifica, senza doversi frenare (tanto poi, il materiale inutilizzato mica sarebbe mai stato buttato via… sarebbe servito semplicemente ad altro) e quindi al suo meglio.
Insomma, pensate al Genio. Il personaggio con cui forse è stato identificato più di tutti, da quel momento. Fin troppo. Al punto che oggi nemmeno io riesco a guardare la scena in cui il Genio esprime il desiderio di essere libero (“la libertà… è un mestieraccio, sai, quello del genio. Fenomenali poteri cosmici… e minuscolo spazio vitale… Ma oh, essere libero… essere padrone di me stesso. Questa sarebbe una cosa più preziosa di tutte le magie, di tutti i tesori di tutto il mondo”) senza ridere e piangere e commuovermi, anche per l’addio a RW (Genie, you are free), pur restando fermamente dell’idea che lui sia stato libero e padrone di sé stesso per quasi tutta se non tutta la sua vita.
Buon incanto, cari amici!

Magic.
Pure magic.
Endless magic.
There is no other word to better convey all that this movie enshrines.
As we explore the cinematographic world of Robin Williams, we cannot help realizing that the visual aspect must have had a far-from-negligible role in his choices. Even the most criticised or less successful works often stand out due to the beauty or peculiarity of the set design (think of Popeye, which was directed by Altman, in fact, of Gilliam’s Baron Munchhausen, or of Levinson’s Toys, and most of all, Vincent Ward’s What Dreams May Come). I think this may have something to do with keeping a child part inside, so that our sight can still take delight in everything it sets on.
Aladdin surely is a joy to behold and much, much more than that. The songs, amazing (Friends Like Me makes me think RW could have been a singer, say, had he just so decided). The wicked Jafar and his cranky parrot Iago. A nice plot, irony, care for details. And then… then just think of a character that was almost entirely born of one of the most creative minds that existed mainly for the purpose of bringing us wonder and amazement, a character into which Robin Williams was able again, at last, to pour all his most unbridled imaginative humour, without being forced to hold back (indeed, the unused material would not have been thrown away, that’s for sure… it would be just used for something else) and therefore at his best.
In short, think of the Genie, the character with whom, perhaps, he has been identified most, even too much maybe. To the point that now even I cannot watch the scene in which the Genie expresses his wish to be free (“Freedom… it’s part of the whole genie gig. Phenomenal cosmic powers… itty-bitty living space… But oh, to be free… to be my own master. Such a thing would be greater than all the magic and all the treasures in all the world”) without laughing and crying and feeling moved, also because of the goodbye to RW (Genie, you are free), although I remain firmly convinced that he was free and his own master during all, or almost all of his life.
Let you be charmed, my dear friends!

La lettrice della domenica – Timbuctu e Eccessi di culture

Inizio questa prima puntata della rubrica “La lettrice della domenica” con due libri che ho letto (e recensito su Anobii) diversi anni fa, entrambi secondo me ancora molto attuali, anche se può essere triste pensare a come certi viaggi diventino nel tempo sempre più difficili se non impossibili. Aime è un viaggiatore, prima ancora che un insegnante, e questo secondo me si sente molto in come scrive (molto bene, tra l’altro, trovo) e in come parla alle conferenze, facendo sempre molto riferimento a cose viste e toccate con mano. Le recensioni sono quelle scritte a suo tempo, senza modifiche, intendo in effetti approfittare in parte della rubrica per ripercorrere la mia “storia di lettrice”, anche se non mancheranno le recensioni di libri letti più di recente o addirittura che sto leggendo in questo momento. Alla prossima!

Timbuctu, Marco Aime, Bollati Boringhieri, 2008

Dalla quarta di copertina: “Vista di qua, da questa piazza sabbiosa che confonde l’immensità del Sahara con la più antica moschea d’Africa, la sabbia anarchica delle dune con la terra impastata e lavorata dagli uomini, anche l’Europa appare diversa“.
Timbuctu è una leggenda. Come spesso accade con le leggende, il contatto con la realtà può lasciare un senso di delusione profonda. Eppure basterebbe guardare con altri occhi, lasciare il tempo alla realtà di incantarti a sua volta, di entrarti nel cuore…

Eccessi di culture, Marco Aime, Einaudi, 2004  

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A me questo libro è piaciuto tanto. Magari non sono del tutto imparziale, perché ho avuto la fortuna di presentarlo e di conoscere l’autore… comunque io l’ho trovato utile per vedere l’idea dell’accoglienza da un punto diverso dal solito, non solo come valorizzazione delle differenze ma anche come ricerca di quello che unisce, in più ironico e spiritoso. Quando l’ho letto, sommersa dai proclami sulla “nostra identità” è stata come una boccata d’ossigeno. Le identità non sono pietre. Almeno, non dovrebbero esserlo. E forse questo libro aiuta a ritrasformare la pietra in una cosa viva, mutevole e non “ingabbiante”.

Quel Natale in cui si ruppero la lavatrice e la pompa dell’acqua…

Credo che il Natale di quest’anno sarà ricordato così in casa nostra. Sapete quegli episodi che dopo un po’ creano una specie di mito fondativo familiare, una diga temporale, uno spartiacque tra il prima e il dopo.

No, forse no. Però forse tra un mese saremo comunque in grado di riderci sopra. Sono quelle scene che in un film ci farebbero sganasciare. Quando le vivi però… ma poi dai, quando passa un po’ di tempo, puoi farcela.

Dunque, 16 o 17 dicembre, terzo bucato della giornata, vado per prendere la roba da stendere pensando che la lavatrice abbia finito. Strano però. come mai tutta quell’acqua ancora da scaricare? Forse qualcuno deve aver messo la macchina in pausa magari per accendere qualche altro elettrodomestico (perché sapete che adesso i contatori sono molto sensibili, se avete il ferro da stiro o il forno e la lavatrice accesi insieme se la prendono, ci rimangono male, si impermalosiscono ed entrano in sciopero lasciandovi al buio totale).

E invece no. Schiacciando l’interruttore di accensione non accade niente. Tutto fermo, nessuna lucina, nessun segno di vita. Forse l’interruttore si è guastato, pensiamo speranzosi. Ma non è così. Il tecnico chiamato arriva con encomiabile velocità ma ci fa un preventivo poco encomiabile e molto stellare. Ci spiega che si è rotta la scheda però secondo lui vale comunque la pena di tenere la lavatrice che è ancora in ottime condizioni e bla e bla e bla ci facciamo convincere. Peccato che la scheda nuova arriverà l’11 di gennaio.

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Passato il primo momento di disperazione, cerchiamo di organizzarci. Qualcosa dalla mamma, qualcosa in lavanderia, ma diversi panni bisogna lavarseli in casa, old-style. Con annesso sgocciolio, perché quello che si lava a mano sgocciola. Sempre. E poi sarebbe ancora niente, ma segue una settimana di pioggia quasi ininterrotta, impossibile stendere fuori (l’unica  volta che i temerari ci hanno provato è venuto giù uno scroscio da paura) e con l’umido la maggior parte della roba prende un odorino tipo cantina sotterranea tenuta chiusa per una decina d’anni.

Ok, possiamo ancora farcela. Aspettavamo i miei per il 24 sera. Certo, avremo qualche problemino ma dài, vabbè, si fa, mica ci formalizziamo.

Il 23 pomeriggio, allora, ci si ferma la pompa che porta l’acqua in cucina (perché l’abbiamo spostata da dove era in origine e non essendoci la pendenza abbiamo dovuto risolvere con questo sistema). Mezza casa allagata, impossibile usare il lavandino della cucina. in qualche modo ne usciamo vivi, asciughiamo i pavimenti, riusciamo comunque a cucinare in qualche modo (Babbo Natale solo sa come), però all’idea di lavare i piatti in bagno per 15 persone, ci arrendiamo.

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Dovremo andare a casa di mia mamma, finendo di cucinare da lei, e meno male che la maggior parte dei piatti eravamo riusciti comunque a prepararli e comunque non siamo tipi da venti portate. Un po’ di antipasti, un po’ di dolci e vai così.

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Alla fine è stata una bellissima serata comunque. E sempre di più mi convinco che siamo veramente pieni di risorse, magari le difficoltà ci destabilizzano temporaneamente, ma siamo più forti noi! 😀

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