Il bosco – Parte II Cap. 2 – Continua

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     Matteo bussò al pesante portone di legno. Il rumore del grosso batacchio di ferro a forma di leone parve riecheggiare in tutta la piccola strada dal nome floreale che dal centro di Albaro portava al mare. Non che avrebbe fatto alcuna differenza. Le finestre di tutte le case erano sbarrate al mondo, ignoravano che un mondo esistesse al di fuori di sé. D’altra parte, una diavoleria così moderna come un citofono non era pensabile a Villa Genziana. Luisa, la cameriera che gli aprì, in abito nero e grembiulino bianco coi nastri, era un altro pezzo di Ottocento sopravvissuto al ventesimo secolo. Proprio per questo gli piaceva, come tutto, di quella casa. I veri marmi dei pavimenti “alla genovese”, minuscoli tasselli variopinti che componevano incredibili mosaici, le stanze affrescate, gli stucchi sui soffitti, la carta da parati di lusso. Casa sua era moderna, funzionale. Grandi piastrelle rettangolari di marmo chiaro, quasi bianco, componevano un pavimento luminoso e sempre lucido per forza propria, senza necessità di cera. Le pareti intonacate, i soffitti lisci, perfetti nel loro candore, non avevano bisogno di altra manutenzione che una mano di pittura di tanto in tanto. Una casa perfettamente progettata, dove la bellezza non costava fatica. Era un peccato che lui la odiasse.
Quanto ad Andrea, lui non odiava casa sua e neppure l’amava. Per lui, semplicemente, il posto giusto era sempre da un’altra parte. A Matteo faceva sempre venire in mente un’isola. Le isole sono nel mondo eppure non ne fanno veramente parte. Così era lui. Immerso nella realtà restandone sempre in qualche misura impermeabile. Un sognatore pragmatico, come lo aveva definito Filippo una volta. Le isole lo affascinavano nel loro doppio aspetto di luoghi geografici quanto immaginari, ribelli, pirateschi, isolati, appunto, segnati da un confine che li racchiude, ma che vero confine non è, un confine infinito, un confine che diventa paradossalmente il più tangibile segno della loro libertà.
Nel frattempo, attraversata la penombra dell’atrio, Matteo era giunto al salotto buono, la signora Marta gli lanciò un “ciao, caro”, cui lui rispose con un “buongiorno, signora”. Solo la cortesia strettamente necessaria, passando subito oltre con un certo senso di colpa per la propria indifferenza. Non avrebbe saputo cos’altro dirle, sebbene si rendesse vagamente conto di deludere ogni volta la speranza della signora Marta, l’illusione, se si vuole, che qualcuno desiderasse fermarsi a parlare con lei.
La stanza di Andrea era la più luminosa della casa. La luce, del resto, gli si confaceva, alla luce tutto, la sia faccia, i suoi capelli, anche la sua mente, davano il meglio di sé. Come le isole.
Lui era seduto sul suo letto, la schiena appoggiata alla parete, tra una foto ingrandita in bianco e nero di Bob Dylan e la mensola con l’ingombrante stereo, frutto dei suoi risparmi (dato che i suoi non gli avrebbero mai comprato niente di così rumorosamente moderno), dal quale lo stesso Bob Dylan cantava “We Shall Overcome”, con voce sommessa, roca e un po’ tremula ma senza traccia di incertezza.
Matteo guardò con la solita inquietudine la faccia irregolare di Andrea, il sintomo di un’irregolarità più profonda. Quella faccia contro cui non aveva difese, perché aveva desiderato essere come lui almeno tante volte quante aveva ringraziato il Cielo di non esserlo. Sedette accanto a lui e aspettò che fosse Andrea a dirgli il motivo per cui gli aveva telefonato e gli aveva chiesto di venire. Andrea lasciò finire la canzone, apparentemente distratto da qualcosa, silenzioso. Poi si alzò, sempre senza dir niente, aprì un cassetto, tirò fuori una busta e gliela porse.
“Guarda”, disse soltanto.
Matteo prese la busta bianca senza capire.
“Devo aprirla?” chiese, sentendosi uno sciocco. Andrea si limitò ad annuire.
Dentro c’era una cartolina rosa che lui riconobbe immediatamente, strappata in due. Una delle cose che Matteo aveva talvolta desiderato di avere era almeno una piccola parte della vena di follia di Andrea, ma a questo punto era evidente che lui ne aveva avuta più che abbastanza per tutti e due. Alzò gli occhi e lo smarrimento ci si dovette leggere chiarissimo dentro, perché Andrea sorrise.
“Prima che tu me lo chieda sì, sono ammattito del tutto. Ma gli uomini sono così necessariamente folli che il non essere folle equivarrebbe a essere soggetto a un’altra specie di follia”.
“Pascal”, osservò Matteo e Andrea annuì.
“Ho deciso di non chiedere più il rinvio. Volevo dare un segnale più forte, non più limitarmi a rimandare sperando che approvino finalmente, prima o poi, quella benedetta legge sull’obiezione di coscienza, ma dire a voce alta e chiara che io il servizio militare non voglio farlo. A nessun costo. Ho scritto una lettera di rifiuto, da inviare insieme alla cartolina”.
Sembrava in uno stato di esaltazione eroica, come sospeso sulle nuvole, innamorato. Di se stesso, dei propri ideali, del suono delle parole che usava. C’era nel suo atteggiamento un certo residuo d’arroganza da ragazzino, un’urgenza di realizzare tutti i sogni, non importa quanto bizzarri, con l’abituale intransigenza, l’ostinazione di non cedere ad alcun compromesso, ad alcuna convenzione, per quieto vivere o altro. Persino, malgrado la gentilezza e il rispetto che sapeva innati in lui, una certa indipendenza dalle regole del vivere civile.
“Però un po’ me l’aspettavo, sai”, ammise Matteo, e frammista al sorriso c’era una vena di amarezza. Lo prese un’irritazione senza motivo, accresciuta dal fatto stesso che un motivo non ci fosse. Si avvicinò allo scaffale bianco sul lato di fronte alla porta, prese da un ripiano la chitarra di Andrea, che del resto non l’usava mai. Non aveva bisogno di chiedergli il permesso, era come se Andrea la tenesse solo perché lui potesse suonarla. Seduto con la chitarra sulle ginocchia, già gli sembrava di sentirsi meglio. Cosa avrebbe suonato? Non lo sapeva, non gli importava, cercava, anzi, di non saperlo. Le dita si muovevano, la musica usciva. Senza lo strumento, le sue dita non erano nulla, ma anche lo strumento, senza le sue dita, non era nulla.
“Begli accordi, che canzone è?”, disse Andrea. Tutta l’irritazione di Matteo tornò come un fiotto di bile.
“Non lo so, non è nessuna canzone, sto suonando così, a caso”.
“Ma perché sei così arrabbiato, adesso?”
“Non so neanche questo. O forse sì, lo so. Questi tuoi bei gesti, questo trovarti sempre a sostegno di qualcosa e di qualcuno, i lavoratori, gli studenti, le donne, la terra, l’universo mondo, che cos’è tutto questo? Stai facendo quello che fai per gli altri o solo per te stesso?”.
Andrea parve considerare la questione con molta serietà. Di nuovo restò in silenzio per diversi minuti, lo sguardo fisso sulle sue ginocchia. Quando riprese a parlare alzò gli occhi e a Matteo venne la tentazione di distoglierli subito, per la durezza quasi insopportabile della ricerca di onestà assoluta – non verità, ma onestà – testimoniata da quello sguardo. Mi sono imposto di avere il coraggio di dire tutto quello che ho il coraggio di fare, pensò, o piuttosto di avere il coraggio di fare tutto quello che ho il coraggio di dire. Un attimo dopo fu spaventato, benché non fosse la prima volta che la coglieva, da quella curiosa telepatia che si creava a volte tra loro, quando di tutte le parole possibili, Andrea scelse proprio Montaigne:
Bisognerebbe sempre avere gli stivali ai piedi e star pronti ad andare”, disse, e per qualche ragione oscura quella citazione non parve affatto incongrua. Gli venne quasi da ridere, mentre pure era ancora arrabbiato.
“Se vuoi continuare col gioco delle citazioni, posso contrapporti ancora un Pascal: Tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera”.
“Sì, però Pascal diceva anche che il più piccolo movimento interessa tutta la natura; il mare intero muta per una pietra… Forse vorrei semplicemente essere quella pietra. Per vanità, magari. Non è vanità, in fondo, anche cercare di rendere il mondo più simile a come noi lo desideriamo? Come se fossimo necessariamente migliori di chi ci ha preceduti? Non possiamo lottare per il bene comune, il bene non è comune, ognuno ha il suo. Ma non possiamo nemmeno lottare solo per noi stessi, almeno a me sembra troppo poco. Continuo a cercare un equilibrio, e anche questa follia fa parte di questa ricerca di equilibrio, se capisci cosa voglio dire.”
Parve a Matteo un segno di quanto pericolosa potesse rivelarsi un’amicizia il fatto che sì, effettivamente aveva capito quello che Andrea voleva dire.

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