Il figlio perfetto

Niccolò amava la notte, perché di notte non doveva scappare. Non dagli sguardi severi di suo padre, non dal terrore di deluderlo, o dall’ansia di dover essere sempre il primo, dai suoi compagni che sfuggivano la sua pretesa perfezione, senza capire che lui non poteva non essere perfetto, che dentro di sé aveva le stesse loro paure e la stessa voglia di sbagliare, ma era necessario che fosse perfetto.
Era necessario, perché suo padre controllava il suo grado di perfezione, e non era mai abbastanza. Con un cenno accoglieva i suoi dieci a scuola, fissandolo con aria di riprovazione se per una volta il voto era un nove. Senza un segno di sorriso ascoltava il professore di tennis lodarlo come un piccolo campione, proprio come era stato lui, anche se poi aveva dovuto smettere quando aveva cominciato a lavorare. Ma se Niccolò sbagliava un passante incrociato, se la pallina finiva fuori di un soffio, se un tentativo di ace finiva invece in net, poteva star sicuro di sentire lo sguardo deluso di suo padre dietro la nuca. Lo vedeva, quello sguardo, anche senza voltarsi, e lo costringeva a tenere la testa bassa, senza piangere perché piangere non era da uomo.
Per questo Niccolò amava la notte. Era l’unico momento in cui nessuno lo controllava. Probabilmente se suo padre avesse potuto, avrebbe detto la sua anche sui sogni che doveva fare. Anzi, i sogni glieli avrebbe proibiti del tutto. I sogni sono improduttivi, irrazionali, per nulla adatti a un futuro ingegnere.
Non che Niccolò volesse essere un ingegnere. Lui faceva disegni e scriveva poesie, ma di nascosto però, perché quelli che suo padre aveva trovato, glieli aveva sventolati davanti agli occhi come esempio della perversa ingratitudine di quel figlio bislacco, e poi li aveva stracciati.
“Io non ti mando a scuola perché impari a fare scarabocchi e scribacchiare versi insulsi. Credo che sarai d’accordo con me che questo ti fa perdere del tempo che puoi invece utilizzare in modo più utile. Tra un po’ andrai alle superiori e poi all’università, studierai ingegneria e ti leverai tutti questi grilli dalla testa”.
“Ma papà…” aveva timidamente tentato di rispondere lui.
Suo padre lo aveva costretto con un’occhiata a inchiodare lo sguardo a terra.
“Dimmi pure, se sei proprio sicuro di avere qualcosa da obiettare”.
“Scusa, papà, ma io preferirei…”
Suo padre lo aveva interrotto bruscamente.
“Lo so benissimo cosa preferiresti. Preferiresti bighellonare tutto il giorno, giocare a pallone come quegli sciocchi dei tuoi compagni, fare i tuoi compiti svogliatamente, e magari neanche quelli, e scrivere le tue… poesie!” Aveva detto quest’ultima parola con tale accento di disprezzo che Niccolò era ammutolito definitivamente. E poi aveva aggiunto quelle parole che ancora adesso gli bruciavano dentro, peggio di una cinghiata:
“Sono io che ti mantengo, e fino a che resti in questa casa, devi fare quello che ti dico io”.
Da quel momento Niccolò era stato certo che suo padre non lo teneva con sé per affetto, perché gli faceva piacere averlo vicino, ma solo perché in quel modo poteva essere sicuro di controllarlo, in modo che i soldi che spendeva per lui, prima o poi andassero a frutto.
Era stato il suo primo e ultimo tentativo di ribellarsi alla volontà di suo padre.
Questi pensieri passavano nella sua mente mentre come ogni sera aspettava di addormentarsi, con gli occhi chiusi ma ancora sveglio, sospeso tra un vago, irrealizzabile desiderio di cambiare le cose nella realtà, e la voglia, più facile da soddisfare, di dimenticare tutto per qualche ora cercando il conforto dei sogni.
Ma qualcosa, quella sera, stava andando in modo diverso dal solito. Proprio mentre stava, finalmente, per cedere al sonno, fu svegliato del tutto da qualcosa che lo soffocava, togliendogli l’aria. Si guardò intorno e vide uno strano, buffissimo ometto che lo additava e rideva. Era grande meno della metà di lui, e avrebbe voluto prenderlo per la collottola e chiedergli cosa stava succedendo, ma si accorse che non poteva. Era chiuso in una sorta di guscio di vetro senza porte, senza la minima apertura di alcun genere. Ecco perché gli mancava l’aria. Prese a smaniare e dibattersi, tirando calci e pugni contro quella gabbia spaventosa, mentre il respiro gli veniva a mancare. Pareva che quell’omino volesse farne una specie di oggetto da collezione, come le farfalle che suo padre teneva nello studio, inchiodate con spilli, chiuse dentro minuscoli scatolini, chissà perché. Non c’era né vita né bellezza in quelle farfalle, erano solo oggetti morti.
L’omino voleva ucciderlo, allora? Ma perché?
Per molti minuti Niccolò non riuscì a far altro che dimenarsi con urla silenziose, perché il fiato non gli usciva dalla gola, ed era come se picchiasse se stesso. Si faceva male, ma il guscio non si apriva. Fino a che comprese che non avrebbe mai potuto, così, restituire fiato ai polmoni. Si calmò. Tacque. L’ometto là fuori faceva gesti e smorfie, quasi incitandolo a riprendere quella sua forsennata attività. Niccolò invece cominciò a picchiettare con le dita la parete di vetro. Se qualcuno lo aveva infilato lì dentro, pensò, evidentemente doveva essere anche possibile uscire.
Senza più fretta né impazienza, quasi con delicatezza, senza più contare il tempo, e senza quasi più paura. Finché d’improvviso, chissà come, il guscio si aprì in due metà come un uovo di pasqua.
E Niccolò tornò a respirare.
Un attimo dopo, vide davanti a sé il viso di un altro bambino. Era avvolto in una specie di nebbia dal collo in giù, e sembrava un po’ triste un po’ contento.
– Sei stato bravo – disse il bambino. – Se tu non avessi aperto quella prigione di vetro, io sarei ancora tutta immerso nella nebbia. Però per liberarmi del tutto dovresti fare ancora due cose, vuoi?
Niccolò lo guardò, confuso e spaventato, ma anche con tanta voglia di dirgli di sì.
– Mi piacerebbe aiutarti, ma non so se ce la faccio, – disse. – E poi chi sei?
Lui gli sorrise.
– Questo lo capirai da te, a suo tempo – rispose.
Questo un po’ fece arrabbiare Niccolò, però chissà perché gli fece venire ancora più voglia di farlo uscire da quella nebbia. Poi magari avrebbe preso a pugni quel piccolo insolente, anche se non aveva mai preso a pugni nessuno, però adesso aveva un gran desiderio di farlo.
Un attimo dopo vide un’ombra allungarsi, allungarsi sempre più, e poi ingrandirsi, fino a diventare enorme, coprendo tutto con un buio che non era quello normale della sua stanza a luci spente, ma un nero più nero di qualsiasi notte senza stelle. Eppure c’era qualcosa di rassicurante in quell’ombra. Guardò su e vide un enorme gigante, tanto grande che il palazzo dove c’era casa sua non avrebbe potuto contenerlo tutto intero. Era davvero spaventoso, e aveva anche una faccia sgradevolissima. Niccolò sapeva che era sicuramente cattivo, eppure non sapeva se voleva combatterlo. Non solo perché era così grosso e pericoloso, non è neanche che avesse tanta paura quanto forse avrebbe dovuto. Ma c’era qualcosa che lo frenava, come se in un certo senso quel gigante lo proteggesse da qualche enorme pericolo.
E in un primo tempo parve infatti che il gigante volesse solo tenerlo al riparo della sua gigantesca mano, senza fargli male, al contrario, quasi per difenderlo. Eppure…
Impercettibilmente quella mano si muoveva, si faceva più vicina a lui. E più la mano si avvicinava, più Niccolò si sentiva schiacciato da un peso insopportabile, fin quasi a toccare con la faccia per terra. Qualcosa dentro di lui gli diceva che non doveva farsi abbattere, ma era tanto più facile e comodo lasciarsi andare, lasciare che il gigante lo coprisse con la sua ombra, non dover scegliere, non dover combattere…
Però quel peso diventava sempre più doloroso e d’improvviso gli venne il pensiero di quel bambino che doveva liberare dalla nebbia. Sentì dentro una grande rabbia contro il gigante, e una grande forza. Proprio quando stava per essere definitivamente buttato a terra e schiacciato come un insetto, con tutta quella rabbia e quella forza riuscì a tirarsi su. E più si tirava su, più il gigante si rimpiccioliva, fino a che poté guardarlo dritto negli occhi. E più lo guardava, più il gigante rimpiccioliva ancora, fino a che scomparve in una nuvola di cenere.
Niccolò poté finalmente voltarsi e vide accanto a sé il bambino di prima che era emerso dalla nebbia fino alla cintola e gli sorrideva, sempre con un po’ di tristezza, ma molto più contento di prima.
Aveva appena finito di provare sollievo che sentì un immenso dolore nel petto, come se il cuore dovesse scoppiargli da un momento all’altro. Smarrito, abbassò la testa e vide un enorme mucchio di strani vermi d’oro che gli ballavano sul torace e cantavano:

desideri mai realizzati ti divorano il cuore
nella notte li sogni, muoiono al mattino
ognuno il suo verme, ognuno un dolore
che ti resta nel petto, ti impedisce il cammino
c’è un solo rimedio, che non sia falso e bugiardo
levarsi di dosso ogni pelle di troppo
fino a che il sogno si sveli allo sguardo
dalla gola si sciolga l’inutile groppo
con occhi d’altri non potrai mai vedere
e udir con altrui orecchie neppure, direi:
perché dunque ubbidire sol degli altri al volere
lasciar che sian gli altri a decider chi sei?

Niccolò non capiva tutto quello che dicevano. Cosa voleva dire levarsi di dosso la pelle di troppo? Ma sapeva cosa voleva dire quando i sogni ti mangiano dentro. Che quegli animaletti fossero d’oro non toglieva nulla al fatto che si stavano divorando il suo cuore. Niccolò provò a toglierne uno, due, dieci, venti, ma per ogni verme levato, ne nascevano altri cento. Il bambino nella nebbia, doveva cercare il bambino nella nebbia. E in quel momento vide uno strato di pelle staccarsi dal suo petto. I vermi cominciarono a contorcersi. Gli parve di sentire qualcosa, come una musica, non più la canzone stonata dei vermi d’oro, ma qualcosa che veniva direttamente da lui. La musica era una cosa buona? Suo padre ascoltava dei dischi, ma quando lui gli aveva chiesto di poter imparare a suonare, gli aveva risposto che non lo riteneva compatibile con i suoi impegni scolastici. Quelle erano state proprio le sue parole, le ricordava bene. Provò a immaginarsi con una chitarra in mano, e un altro strato di pelle gli venne via dal petto. Ma non faceva male, al contrario. Si sentiva più leggero. Come se qualcuno gliel’avesse appiccicata addosso quella pelle, come se non avesse fatto davvero parte di lui. I vermetti adesso erano rimasti pochissimi, e la musica che gli veniva da dentro si era fatta più forte. Era bella, era sua, la sua musica, la sua canzone. Provò a immaginare di riempire quella canzone di parole e di immagini. Suo padre non lo sapeva, ma lui era bravo a colorare le cose con le parole, a disegnare poesie, a dipingere la vita con i racconti. Lui voleva continuare a scrivere, a disegnare, a raccontare. Si guardò il petto e vide che l’ultima pelle si era staccata, lo vide nudo, come avrebbe dovuto essere, senza più vermi, d’oro o non d’oro. E il bambino era uscito definitivamente dalla nebbia e gli sorrideva, e lui non poteva prenderlo a pugni perché gli somigliava troppo, gli pareva di guardarsi in uno specchio.
Finalmente si addormentò.
L’indomani, per prima cosa, disse a suo padre che voleva imparare a suonare la chitarra, che avrebbe ripreso a scrivere poesie e disegnare, e che non avrebbe fatto l’ingegnere.
– Tu mi mantieni perché devo ancora crescere – gli disse. – E io sono in questa casa perché sono tuo figlio. Solo per questo.
Non so se suo padre lo ascoltò, quella prima volta. Non so se lo fece la seconda volta, o la terza. Ma presto o tardi deve averlo ascoltato per forza, perché Niccolò è diventato un grande poeta, e gira il mondo raccontando storie con le parole, con i disegni, e con la sua inseparabile chitarra.

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