Il Bosco – Parte II – Capitolo 2 – continua

immagine_boscoViviana non aveva mai dato troppa importanza all’apparenza delle persone, non notava certo i vestiti e le acconciature con l’ostinata pignoleria di alcune delle sue amiche. Naturalmente si era accorta che quei ragazzi che Elisa aveva appena conosciuto avevano i capelli un po’ più lunghi dei suoi compagni di classe, e questo, senza sapere perché, le aveva procurato una punta di irritazione. Ma coi mesi i loro capelli erano ancora cresciuti, e non era più possibile ignorare gli allarmi lanciati dai giornali contro quei ribelli zazzeruti che andavano in giro spaccando vetrine, si inebetivano con quella musica straniera dal ritmo indiavolato che chiamavano beat, o con le insulse canzonette yè-yè e non erano più in grado di pensare, rifiutavano la famiglia, la società, il lavoro e si mettevano a fare gli hippy. C’erano di mezzo anche delle droghe, aveva letto.
Proibire la infastidiva, e qualcosa in quei ragazzi le piaceva, ma non sapeva come comportarsi.
Quel giorno era successo qualcosa – o meglio era successo il giorno prima, ma lei lo aveva saputo solo quella mattina – che l’aveva spaventata ancora di più. Quali sarebbero state le loro reazioni? Che cosa sarebbe accaduto adesso?
Era il pomeriggio del 10 ottobre. Elisa stava uscendo con la sua compagnia – ormai era un’abitudine consolidata, anche se quella non era una giornata come le altre. La fermò, incurante delle sue occhiate all’orologio e della sua evidente ansia di scappare.
“Senti ma questi ragazzi… Spiegami un po’ di che cosa parlate e perché non possono vestirsi e pettinarsi come le persone civili”.
“Cioè?” domando Elisa, sbalordita. Lei proprio non aveva mai fatto caso che il loro aspetto avesse qualcosa di insolito.
“Cioè perché devono andare in giro con quei capelli ridicoli, lunghi fino al collo, e perché devono andare all’università e a scuola coi jeans e le ragazze addirittura con le gonne sopra al ginocchio. Non mi sembra affatto un abbigliamento adeguato”.
Elisa la guardò con tanto d’occhi. Ma da quando sua madre era così snob, da quando proprio lei, di tutte le persone, era diventata così conformista?
“Non saprei… io… non gliel’ho mai chiesto – quasi balbettava per lo stupore. – ma è così importante?”
“Non voglio che tu ti metta con quella strana gente che vive ai margini, chissà come… io…”
“Ai margini? Mamma, non sono hippy, anche se tante idee degli hippy non sono affatto sbagliate, come la non-violenza, la voglia di pace o la paura di questo eccesso di consumismo. Ma voglio dire, insomma, vanno tutti a scuola, all’università, mica sono degli spostati. Che cosa ti prende?”
Viviana si aggrappò a quell’accenno agli hippy, per dare una forma e un nome ai suoi timori.
“Credo che siate terribilmente confusi. Ascoltate le canzoni americane e quando parlate infarcite i vostri discorsi di parole americane ma poi gridate ‘no America’ e ‘l’impero è finito’ e cose del genere. L’America la odiate o l’amate? Io ho paura che se date ragione agli hippy su certe cose poi finirete per diventare come loro.”
Elisa represse la tentazione di ridere, ci pensò su un momento.
“Sì, credo che davvero siamo confusi. Ma penso che sia un bene, sai. L’America è grande, è fatta di tante cose. L’America è Bob Marley e Kennedy e Martin Luther King e Che Guevara, però è fatta anche della gente che manda dei ragazzi a morire in Vietnam. L’America è libera o vorrebbe esserlo, e riconosce il diritto di cercare la felicità, ma per la libertà degli Americani di essere come vogliono loro fanno anche le guerre e tolgono la libertà agli altri. Come si concilia l’idea di uguaglianza con il modo in cui trattano gli indiani e le persone di colore? Siamo confusi perché questo è un mondo confuso. Noi prendiamo quello che ci piace e contestiamo quello che non ci piace. Vogliamo che il mondo sia diverso da com’è adesso, però non abbiamo un’idea precisa di come vogliamo che diventi. Così ognuno può dire la sua, costruire un pezzo della tela. Alla fine magari verrà una cosa strana, una specie di patchwork, ma così sarà anche più colorato e più allegro, non credi?”
Colorato, allegro. Era questo che loro credevano, ma i colori e l’allegria stavano già cominciando a scomparire anche dai loro orizzonti. Era già successo, appena quattro anni prima, quando la ventata di speranza dell’America kennediana era stata spazzata via a Dallas, con tre colpi di pistola. Viviana aveva a malapena sentito parlare di Che Guevara, ma aveva in qualche modo intuito che incarnava il simbolo dei loro sogni, proprio come era accaduto, per la sua generazione, con John Kennedy.
“Ernesto Che Guevara è morto” disse, e non seppe mai perché le parole le fossero uscite così, proprio in quel momento e con quel tono freddo, neutro, che non rispecchiava affatto il suo stato d’animo. Aveva sentito la notizia alla radio quella mattina, un comunicato glaciale. Il guerrigliero Ernesto Guevara, soprannominato il Che, era stato ucciso in un’imboscata in Bolivia. Non l’aveva lasciata indifferente, perché Guevara era una figura con cui si doveva fare i conti in qualche modo, fosse pure per detestarlo e magari per ucciderlo.
Che Guevara è morto. Che Guevara è morto. Quelle parole risuonarono come un’eco infinita nella mente di Elisa, prima che si rendesse conto di quello che significavano. E del resto avrebbe riudito il suono di quelle parole ancora molte volte nei giorni a venire. Con rabbia, con dolore, con scherno o soddisfazione, mai con indifferenza. Ma neanche sua madre era indifferente, questo lo capì da subito, forse proprio dal modo in cui lo aveva detto, dalla stessa inespressività della sua voce.
Ecco cos’era, pensò, e con sgomento si accorse che nel dolore si insinuava un inopinato brivido di trionfo, che le fece scoprire qualcosa di se stessa, qualcosa di non interamente gradevole. Scoprì che le dava una specie di piacere vedere che per una volta, poteva succedere anche a sua madre di non avere una decisione pronta per tutto, di non saper bene che pesci pigliare.
“Che Guevara è morto – ripeté, inebetita da tutte quelle emozioni che le erano rovinate addosso, e dalla stessa lucidità con cui per un momento si era guardata dentro. – Che Guevara è morto. – Ancora una volta. Ripetere per esorcizzare, non per convincersi. Scosse la testa. – Che Guevara non morirà mai”.
La lasciò così, non convinta ma incapace di trovare altre parole per fermarla.
“Che Guevara è morto” fu la prima cosa che disse, appena vide Monica, Andrea, Matteo e Filippo che l’aspettavano davanti al Balilla, da sempre il loro caffè-gelateria d’elezione.
“Sì” fu la laconica risposta di Filippo.
“Assassinato come un cane”, aggiunse Andrea, che aveva la faccia di chi ha perso un amico.
“Ma dicono che è morto combattendo, in un’imboscata”.
Andrea scosse la testa.
“Le ultime notizie sono diverse. L’hanno catturato e poi gli hanno sparato. Solo col tradimento avrebbero potuto ucciderlo, il tradimento e la vergogna dell’assassinio di un prigioniero disarmato”.
“Ma non ho mai capito – obiettò Matteo – perché tu, un sostenitore della non-violenza, avessi tanta passione per un guerrigliero, uno che sapeva essere anche molto spietato e non perdonava certo ai suoi nemici”.
“Non sono i suoi metodi a renderlo così amato, ma i suoi ideali. Puoi non approvare il modo in cui lo faceva, ma non puoi non ammirare la sua lotta alle ingiustizie. Ha messo la sua vita in gioco per gli altri, altri di cui in fondo avrebbe anche potuto non importargli niente. Chi erano per lui? Ma invece gli importava, gli importava di tutti come se davvero tutti fossero suoi fratelli, come se davvero per ogni uomo trattato ingiustamente una parte della sua stessa dignità andasse perduta. Come se in ogni essere umano fosse capace di vedere un pezzo di sé, e più di tutti nei deboli, in quelli che erano stati sottomessi per secoli a ogni forma di potere, politico o economico che fosse. Poi nei miti uno ci legge quello che vuole. Ti diranno anche che era un violento, un bandito, un assassino, e magari è anche una parte della verità. Ma io preferisco quella parte di verità in cui posso rispecchiarmi”.
Ognuno aveva un suo Ernesto, un suo Che, un suo Guevara, che li divideva e li univa, perché per tutti era un mito ma per ognuno un mito diverso.
Così una settimana dopo si ritrovarono tutti, temporaneamente uniti e solidali, alle manifestazioni che anche a Genova avevano voluto ricordare il Che. Fu la prima manifestazione a cui Elisa avesse mai partecipato.
Diversi giorni dopo, tra mille altre cose e discorsi, Elisa trovò anche il modo di chiederlo davvero ad Andrea, perché si pettinavano e si vestivano così. Ma la sua risposta le fece sentire una tale vicinanza con loro e una tale lontananza da sua madre, che certo se lei lo avesse saputo non avrebbe mai sollevato l’argomento.
“Ho cominciato un po’ per caso, perché avevo visto dei ragazzi coi capelli sul collo e mi piaceva – spiegò con semplicità. Poi sorrise. – Un po’ anche per far dispetto a mia madre che mi diceva sempre ‘quand’è che vai dal parrucchiere’ appena superavano il centimetro di lunghezza. Non è che avessi pensato a niente di politico, però quando ho visto come alcuni mi guardavano mi ha dato parecchio fastidio. E’ una società libera, ci dicono, però poi ti giudicano da come ti vesti e dai capelli. Fanno le retate contro gli sporchi zazzeruti di Piazza Tommaseo e la gente applaude, perché quello che conta è essere ordinati e bene integrati. E condannano persino Don Milani, da morto, perché aveva difeso i ragazzi che non accettano il servizio militare perché non vogliono imparare a fare i soldati. Ma uccidere non è peccato? O quando uccidi milioni di persone diventa meno grave? Già è una fatica costante combattere coi condizionamenti di chi ti dice che cosa devi desiderare e di cosa hai bisogno e ti fa lavorare per comprarti cose che non avevi mai saputo di volere. La verità è che tutto è politico, tutto quello che fai, che tu lo voglia o no, e persino quando non te ne accorgi. E se porti i capelli così significa che sei contro la guerra in Vietnam e tutte le altre guerre, contro le dittature, i colonialismi, il perbenismo e la polizia che spara sulla folla. E poi il Che… Insomma, è stato quasi senza accorgermene, ma li ho lasciati crescere un po’ di più e poi ancora un po’ di più, e così adesso sono un capellone…” Sorrise di nuovo, si toccò la testa con il gesto giocoso di un seduttore per scherzo.
Elisa fu costretta a trovare qualcosa da poter guardare, per non restare lì a fissarlo come un’ebete. E non trovò niente di meglio che alzare gli occhi a guardare la strada di San Vincenzo che dolcemente s’incollinava nell’ultimo tratto, tra le sue case-presepe e i negozi che sfavillavano.
Era quasi Natale. Gocce di luce, una pioggia dorata e intermittente precipitava dai tetti dei palazzi, dalle statue e dalle fontane in allegra confusione, insieme ai fiori d’oro, agli alberi di Natale d’oro, tutto un mondo ai confini in cui l’oro segnava, come nelle antiche leggende, il limite oltre il quale la notte finisce, il paese dove il sole non tramonta mai, un’isola Eea gentile, senza la crudeltà degli antichi riti del Sole.
E sarebbe stato quel mondo ai confini che Elisa, anche se ancora non lo sapeva, avrebbe continuato a conservare negli anni, riflesso nello sguardo color cobalto di un ragazzo scarruffato, sfrontato e innocente.

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