Due supereroi col raffreddore

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Nevica. Fiocchi lenti, senza grazia, appesantiti da un residuo di pioggia. I musi dei nostri due bambini sono appiccicati ai vetri della macchina con avida meraviglia. E sì che glielo avevamo detto, che a Genova nevicava. Ma in Brasile – 34-36 gradi all’ombra, e una temperatura percepita di 40, un paio di giorni di pioggia fina dimenticati, sommersi da due mesi di sole spietato – era stato difficile per loro crederci. “Nevica nada”, dicevano. Ossia: “non nevica no, non è possibile”. Forse si aggrappavano all’idea che per quanto diversa, l’Italia non poteva essere un mondo agli antipodi, dove l’estate era inverno e l’inverno era un inverno vero, con la pioggia, il freddo e quella strana cosa bianca che poteva sembrare polistirolo, ma a toccarla ti gelava le mani davvero. Che poi in effetti anche a genova nevica di rado. Ma tant’è…

Non so com’è stato, a dire la verità, che a un certo punto si sono abituati ad avere freddo. Forse pensavano, all’inizio, che dovesse essere una specie di inatteso calo della temperatura fuori stagione, o forse credevano di risvegliarsi da un sogno e ritrovarsi in estate, finché a un certo punto hanno realizzato che non stavano dormendo e che l’estate tardava un po’ troppo a venire. O forse è stato quando il più grande, che pensava di essere Ben Ten (personaggio di moda all’epoca sia in Brasile che in Italia, a ridimensionare le distanze), ha improvvisamente dovuto fare i conti con la dura realtà che anche i supereroi possono prendersi il raffreddore.

Nel lungo percorso che va dalla domanda di adozione al momento in cui finalmente incontri i tuoi figli, ti preparano ad affrontare le loro storie drammatiche, il loro dolore, il possibile rifiuto dei primi giorni, la loro aggressività, le tue paure, il tuo senso di inadeguatezza, la fatica di dover essere “l’adulto” e prendere sulle tue spalle tutto quello che loro vogliono scaricarci. Ma c’è sempre qualcosa che ti spiazza, magari la più banale. Per esempio, questa lunaticità termica, questa meteorologizzazione dei sentimenti. Ieri a 10 gradi se ne stavano in canottiera e senza calze, oggi con 26 gradi hanno freddo e chiedono una coperta in più nel letto. E tu capisci che ha qualcosa a che fare con il loro cuore, con la paura e con l’irrequietezza, con l’abbandono e la difficoltà di avere fiducia. O almeno pensi che sia così. E con questo? Cosa fai allora? Devi assecondarli? Devi pretendere che si adeguino alle condizioni climatiche reali? E fino a che punto? Se “il piccolo” si copre troppo perché vuole sentirsi protetto e tu lo costringi a scoprirsi perché fa caldo, gli togli la possibilità di decidere da sé quanto e come vuole lasciarsi andare? E se “il grande” si lamenta del caldo ma pretende lo stesso di tenere il copriletto di quando è arrivato perché magari lo considera rassicurante, gli togli sicurezza se metti quel copriletto a lavare? Magari uno li sgrida e li coccola e li punisce e li consola senza mai pensare alla loro storia, che è, credo, la scelta più giusta, perché un figlio è un figlio. Punto. Per il novanta per cento del tempo. E poi d’improvviso ti ricordi di quante ne ha passate, così, senza una ragione plausibile, solo perché si vergogna di aprire l’ombrello quando piove o al contrario, perché lo apre anche quando non piove, per ripararsi da chissà che cosa.

Questo piccolo frammento risale a un bel po’ di tempo fa, quasi all’inizio della nostra storia di famiglia a quattro. Da allora è caduta molta altra neve e molta acqua è passata sotto i ponti, a volte anche vere e proprie tempeste, in cui l’unica cosa da fare è cercare di tenere la barca in equilibrio tra le onde, aspettando il sole. 

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