Giulia e il Trovarobe

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Foto dal web

Giulia aveva un gatto. Si chiamava Ermes, e non era un gatto come gli altri. Cioè, il suo aspetto era abbastanza comune, un bel pelo grigio lucente, curiosi occhioni verdi e baffi bianchi sottili come fili di nylon, sempre all’erta. Però Giulia era convinta che Ermes fosse una specie di mago, perché qualsiasi cosa lei perdeva, un giocattolo, una calza, un fermaglio, poteva stare sicura che lui glielo avrebbe ritrovato. Bastava che dicesse, per esempio: “Ermes, fermaglio”. E in capo a dieci minuti al massimo, ecco il suo fermaglio ben in vista in un posto dove non poteva non vederlo.
La mamma diceva che era lei che era disordinata, lasciava le cose in giro e il gatto se le trascinava via per poi riportarle chissà dove, ma Giulia sapeva che non era così. Perché non era mai successo che se gli chiedeva una cosa qualsiasi, magari scomparsa da mesi, lui non gliela facesse ritrovare.
Così per tutta la famiglia il gatto di Giulia era diventato Ermes il Trovarobe.
Un giorno a Giulia venne un’idea, perché era molto curiosa e le piacevano le strade nuove, e pensò che Ermes avrebbe potuto trovarle la strada dei sentieri perduti.
Una strada così doveva esserci, perché quando qualcuno si perdeva, prima di ritrovare la via giusta c’era tutto un pezzo di cammino che faceva così, a caso, e quel pezzo di cammino poi dove andava a finire? Doveva essere una strada molto più bella di quelle che non si perdevano mai, piena di storie fantastiche, di professori con la testa tra le nuvole, di poeti, di persone venute da paesi lontani dove magari esistevano ancora le fate.
Doveva trovare quella strada a tutti i costi, e chi avrebbe potuto aiutarla se non Ermes?
Ma quando glielo chiese, lui rispose solo miao.
Fu così il primo giorno, il secondo, il terzo. Passò un mese, ne passarono due, e poi tre, e venne l’estate. Ma la strada dei sentieri perduti Giulia non l’aveva ancora trovata.
Giulia abitava in una piccola città sul mare, e l’estate era per lei la stagione più speciale di tutte. Aveva una tale passione, per il mare, che sarebbe rimasta in silenzio a guardarlo per ore senza far nulla, soltanto pensare, seguendo con la mente il ritmo delle onde e colorando i suoi sogni con l’azzurro dell’acqua. Sognava che un giorno avrebbe avuto una barca come casa, e avrebbe vissuto sempre sul mare.
Qualche volta si portava dietro anche Ermes. Era sempre stato un gatto tranquillo, si rannicchiava nel suo cestino e dormiva, incurante delle follie della sua piccola amica, aspettando paziente che venisse, per tutti e due, l’ora della pappa.
Ma un giorno di quell’estate, inspiegabilmente, Ermes fuggì. Giulia era andata a fare il bagno, e al suo ritorno il micio non c’era più. Inutilmente lo chiamò, inutilmente lo cercò in ogni angolo della spiaggia, tra gli alberi dei giardini, sulla piazza coi gatti vagabondi, tra le macchine del parcheggio.
Sempre più preoccupata, continuò a camminare finché giunse ad una piccola cala dove non era mai stata prima. Era un po’ nascosta e protetta da alti scogli, ma presa com’era dall’angoscia Giulia li aveva saltati senza neanche accorgersene.
E lì in pieno sole, spaparanzato a guardarla innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo, c’era Ermes. E dietro Ermes, una barca rovesciata.
Mentre il micio continuava a fissarla, Giulia prese a intonare una strana filastrocca mai sentita prima:

Barca, piccola barca
Sogno di luna
Canta sull’onda
La vela fatata
Il tempo va in fretta,
piccola barca,
il guizzo di un pesce
l’istante di un sogno
e sei già arrivata…

Giulia era sicura che sotto la barca ci fosse qualcuno, sentiva il rumore di un respiro un po’ affannato. Ma chi era? Forse un elfo, o una strega, o forse solo un vecchio che voleva restare solo ed essere lasciato in pace. Incerta su cosa fare, Giulia stava infine per andarsene, quando la barca si sollevò, e uscì fuori un bambino più o meno della sua età.
– Ciao – disse Giulia.
– Ciao – disse l’altro bambino.
– Come ti chiami? – Chiese Giulia.
– Ahmed – rispose lui.
– Che nome buffo! Esclamò lei.
– Non è buffo, è solo che vengo da lontano. – parlava l’italiano con un po’ di difficoltà e un accento al tempo stesso duro e musicale.
– lontano dove?
– Dal Marocco, in Africa.
– E come mai sei qui? Hai perduto la strada?
– Sì e no – disse Ahmed.
– Come, sì e no?
– La strada di casa non si perde mai. Però altre strade si possono perdere. Noi siamo andati via perché abbiamo perso la strada della speranza. Nel mio paese quella strada non si trova più, è solo un vicolo cieco che non porta da nessuna parte.
– Beh, ma se è solo per questo, Ermes quella strada lì te la può ritrovare. Lui trova tutto, sai? Lo chiamiamo Ermes il Trovarobe. Pensa, qualche mese fa gli ho chiesto di trovarmi la strada dei sentieri perduti. Ci ha messo un po’ di tempo, però alla fine l’ha trovata, perché qui ci sono i tuoi sentieri perduti, no? E io scommetto che chi si perde ha storie bellissime da raccontare e anche tu ne hai.
Ahmed scoppiò a ridere, ma poi, mentre Ermes lo fissava, anche lui cominciò a cantare la sua nenia sconosciuta.

Barca, piccola barca
Sogno lontano
Il tempo si ferma
Luna stregata
Sull’acqua d’argento
Danza la vela
al suono del mare
piccola barca
adesso è arrivata…

Allora Ahmed disse, guardando Ermes: – Sai, forse il tuo gatto un po’ magico lo è. Forse è davvero qui il sentiero che cercavi tu, e anche la strada che avevo perso io.
E poi cominciò a raccontare…

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14 Pensieri su &Idquo;Giulia e il Trovarobe

  1. È una bella storia: ha un’atmosfera che non stonerebbe in un film di Miyazaki (mi hai fatto pensare anche a Rodari) e hai anche usato uno stile molto gradevole! 😉
    E come ti ha già detto lamelasbacata, dà l’idea di un incipit. Tempo e voglia permettendo, pensaci su 😉
    En passant, è molto carina anche la foto che hai pescato 😀

    Gemellone solare

    • Grazie, anche tu sei sempre gentile! Io penso che le fiabe classiche e le favole meglio riuscite (come quelle di Rodari) siano un altro modo di raccontare la realtà e la vita, spesso proprio partendo da piccole cose, con un occhio forse rivolto più alla magia che alle brutture, ma con una “loro verità”. Se sono riuscita a a farlo almeno un po’, è un grande risultato per me 🙂

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