19. Toys

51csd0vjhwl-_ss500_

Toys (1992) è un film curioso, non tanto per la trama, quanto per il modo in cui si svolge e per i personaggi. La storia è questa: il fondatore di una magnifica fabbrica di giocattoli (Kenneth Zevo, interpretato da Donald O’ Connor), in punto di morte,  decide in modo apparentemente inspiegabile di lasciare la sua creatura al fratello generale Leland (Michael Gambon). Ritiene infatti inadatti al ruolo sia il figlio Leslie (Robin Williams) sia la figlia Alsatia (Joan Cusack). In realtà spera che questa scelta faccia sì che Leslie finalmente “cresca”, cosa che puntualmente avverrà. Il generale accetta a malincuore perché l’esercito sembra non avere più molto da offrirgli. Presto però intravede un’opportunità insperata nella fabbrica: costruire delle vere e proprie armi che saranno manovrate dai bambini, i quali, pensando di giocare, azioneranno in realtà degli ordigni letali…

E’ davvero il più brutto film di Robin Williams, questo? Una costosissima follia, un’accozzaglia di idee che non ha ben chiaro cosa dire e come dirlo, neppure riscattata dalle splendide scenografie?

Generalmente infatti la critica riconosce che visivamente è straordinario, grazie al lavoro di Ferdinando Scarfiotti, orgoglio italiano, che per questo film (uno dei suoi ultimi) fu anche candidato all’Oscar. Scarfiotti ha creato un vero e proprio mondo a sé stante, citando, tra gli altri, René Magritte. Fu detto però all’epoca che non solo il messaggio era confuso, ma anche il target era indeterminato. Dovrebbe trattarsi di un film per bambini, e la scelta di Robin Williams nel ruolo del protagonista fu vista come un tentativo di sfruttare il successo del recentissimo Hook (1991). D’altra parte però, la scena d’amore tra Leslie e la fidanzata Gwen (inusuale certo, anche se forse solo per i puritani statunitensi poteva risultare inadatta agli occhi infantili, di solito molto più scafati di quanto ci piacerebbe credere), il tipo di satira utilizzata e i passaggi bruschi da atmosfere quasi naïf a toni molto più cupi lo hanno fatto generalmente ritenere rivolto a un pubblico più adulto. Fu detto che Barry Levinson (regista nientemeno che di Good Morning Vietnam, Rain Man e Bugsy, tra gli altri) aveva voluto realizzare questo film prima e più di ogni altro, ma che forse nel passaggio dal sogno alla realtà non era stato capace di esprimere quello che davvero gli premeva dire.

Il giudizio mi pare francamente impietoso. Non so se davvero, come qualcuno ha più di recente sostenuto, si trattasse di un film troppo avanti per i suoi tempi, che addirittura preconizzava l’utilizzo dei droni. Io lo leggo così: ciò che dobbiamo proteggere è la nostra innocenza, non solo quella dei nostri figli. L’immaginazione è una cosa fantastica ma delicata. Occorre mantenere un certo senso della realtà, altrimenti si sfocia nel delirio di onnipotenza. E per evitare questo, è bene mantenere un contatto con i nostri figli e il loro modo di giocare. Non credo siano tanto i giochi di guerra il bersaglio del regista, quanto il rischio che la ripetizione in solitudine di gesti meccanici tipica di certi giochi (ma in realtà evitabile con un po’ di attenzione) possa condurci alla passività e trascinarci in eventi più grandi di noi senza che neppure ce ne accorgiamo, addirittura in una guerra senza coscienza, che è il sogno del generale e l’incubo di tutti gli altri.

E’ vero, forse il senso non è limpidissimo, ma mi pare che ci si sia preoccupati un po’ troppo di questo aspetto. E’ un film che passa da momenti molto aggraziati ad altri di suspense, se non addirittura noir e claustrofobici, ma credo che i bambini, col loro gusto per il macabro e per il colore e la loro capacità di dialogare con gli oggetti, possano goderselo senza tante paturnie. E se i grandi scoprono altri strati, altri significati possibili, benissimo, perché no. Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso. In fondo non mi pare affatto male, personalmente mi ci diverto, a partire da una delle prime scene, quella del funerale di Kenneth Zevo, in cui il barrel of laughs, il pupazzo che ride, che il morto aveva voluto con sé fino all’ultimo, dà all’elogio funebre un tono molto meno pomposo (The sorrow that we feel is tempered, however, in the knowledge that angels, somewhere, are trumpeting this man’s tin horns. “Il nostro dolore è alleviato, tuttavia, sapendo che da qualche parte gli angeli stanno suonando le trombette di latta di quest’uomo.” Già…).

Poi, detto questo, il 1992 è l’anno di Aladdin e tutto il resto sbiadisce al confronto. Ma questa è un’altra storia, e ve la racconteremo un’altra volta 🙂

Annunci

2 Pensieri su &Idquo;19. Toys

  1. Pingback: L’elenco promesso – I parte | intempestivoviandante's Blog

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...