UN LEONE A COLAZIONE – Intorno all’adozione / ADOPTION IS NOT JUST AN OPTION

pc5rrebni

C’erano una volta un re e una regina che non riuscivano ad avere figli…

Ci avete fatto caso a quante storie iniziano in questo modo? Spesso, poi, entra in gioco qualche vecchia strega o fata che aiuta i due disperati, e allora proseguiamo così.

Passarono gli anni e il re e la regina erano sempre più tristi perché questo bambino non si decideva ad arrivare. Un giorno la regina ebbe un’idea: andare a consultare una vecchia signora molto saggia che abitava ai margini del bosco. Il re fu d’accordo, ma tutti e due pensavano che l’anziana nonnina avrebbe dato loro qualche filtro magico, qualche bevanda miracolosa, un misterioso elisir di erbe fatate che avrebbe infine fatto in modo che l’erede tanto atteso nascesse.

Ma invece la vecchietta li stupì e un po’ li deluse, anche.

“Purtroppo io non ho erbe e filtri e incantesimi che possano realizzare velocemente il vostro desiderio. Esiste una strada, ma è molto lunga e faticosa, questo devo dirvelo. E prima di tutto devo farvi una domanda molto importante, ma non rispondetemi subito, pensateci bene. Perché volete un bambino e quanto impegno siete disposti a mettere per averlo”?

Il re e la regina rimasero sconcertati, che domanda era quella? Volevano un bambino, punto a basta, e avrebbero fatto qualunque cosa per averlo. Però ascoltarono il consiglio della vecchia signora e per il momento si accomiatarono da lei, promettendo di pensarci su e di tornare quando si sentivano pronti a rispondere…

Primo mercoledì della rubrica UN LEONE A COLAZIONE, dedicata non solo alla nostra storia di genitori adottati/adottivi, ma all’adozione in genere. Perché “Un leone a colazione”? Prima di tutto, l’ho detto, perché fa rima con adozione. Poi perché rende un po’ l’idea di qualcosa di inaspettato, sorprendente, che può persino fare un po’ paura. E l’adozione a volte è così, garantito al limone 😀

Qui vi metto anche il link a un bel blog (in inglese) di una mamma adottiva che cerca tra l’altro di sfatare alcuni luoghi comuni relativi all’adozione: Wonderment

Qui sotto invece un paio di immagini di una bella storia in cui l’adozione c’entra moltissimo 🙂

/

Once upon a time there were a king and a queen who couldn’t have children…

Have you ever noticed how many tales begin this way? Then, an old witch or fairy often comes into play to help the despairing couple, so let’s go on like this:

Many years went by, and the king and his queen were ever so sad, because it seemed this kid was not meant to be. One day, the queen had an idea: they would consult with the very wise old lady who lived on the edge of the forest. The king agreed on this, but they both thought the aged granny would give them some magic potion, miraculous drink or witchcraft herbal elixir that would at last ensure the birth of the long-waited-for heir.

The little old woman surprised them though, and disappointed them a little bit too.

“Unfortunately, I’ve got no herbs and potions and enchantments capable of quickly fulfilling your wish. There is a way, but it’s very long and tiresome, you’ve got to know this. And first of all, I’ve got a very important question to ask you, but don’t answer me now, think it over. Why do you want a child and how far are you willing to go to have one”?

The king and the queen were baffled. What kind of question was this? They wanted a child, that was it, and they would do anything to have one. However, they listened to the old lady’s advice and bid farewell to her for the moment, with the promise that they would come back when they were ready to answer…

This is the first Wednesday of the column ADOPTION IS NOT JUST AN OPTION, about our story of adopted/adoptive parents and about adoption in general.

Here is a link to a nice blog of an adoptive mum, which tries, among other things, to debunk some common myths about adoption: Wonderment

The shots below are taken from a beautiful story, and adoption has a lot to do with it 🙂

p1030588898èhqdefault

Le novità del blog

Vi racconto cosa ho elucubrato in questi giorni di riordino (?) di idee, le novità che il blog vivrà già da questa settimana (anzi, ha già iniziato in effetti).

Dicono che ci vuole proprio qualche rubrica fissa, e allora proviamoci, dài, volere è potere e anche un po’ volare. Quindi ho pensato questo: il lunedì resta il giorno della recensione dedicata a Robin Williams: cinema, spettacoli ecc. Se mi viene in mente un titolo più originale di lunedì film ve lo dico… (si accettano suggerimenti); il martedì e il venerdì posterò il mio romanzo a puntate Il Bosco; il mercoledì vi parlerò di adozione. Ho pensato di intitolare la categoria Un leone a colazione, non perché abbia attinenza ma solo per la rima, ditemi se vi piace. Il sabato infine potrei dedicarlo ai blog che seguo, parlando di tutti, un po’ alla volta, per esempio raccontando perché mi piacciono e ribloggando qualche post ecc.

Come vi dicevo, non posso fare una rubrica fissa per poesie e racconti perché sono necessariamente (per me) caratterizzati da una certa imprevedibilità, scelgono loro il momento di venir fuori.

Quanto ai libri, potrei mantenere una buona, ariosa irregolarità nelle citazioni, che dipendono molto da quando e cosa leggo, e aggiungere poi una rubrica tipo “La lettrice della domenica” per le recensioni.

Resta il giovedì, ma qualcosa inventerò. tra l’altro ci sono sempre miti e fiabe a cui pensare. Basta che non diventi troppo ordinato, che senza un po’ di bizzarria la vita manca di sale e probabilmente anche i blog 😀

 

Il Bosco – Parte II Capitolo 2 – continua

immagine_bosco

Trovate qui tutte le precedenti “puntate” del romanzo. D’ora in poi posterò le varie puntate il  martedì e il venerdì.

Viviana non aveva mai dato troppa importanza all’apparenza delle persone, non notava certo i vestiti e le acconciature con l’ostinata pignoleria di alcune delle sue amiche. Naturalmente si era accorta che quei ragazzi che Elisa aveva appena conosciuto avevano i capelli un po’ più lunghi dei suoi compagni di classe, e questo, senza sapere perché, le aveva procurato una punta di irritazione. Ma coi mesi i loro capelli erano ancora cresciuti, e non era più possibile ignorare gli allarmi lanciati dai giornali contro quei ribelli zazzeruti che andavano in giro spaccando vetrine, si inebetivano con quella musica straniera dal ritmo indiavolato che chiamavano beat, o con le insulse canzonette yè-yè e non erano più in grado di pensare, rifiutavano la famiglia, la società, il lavoro e si mettevano a fare gli hippy. C’erano di mezzo anche delle droghe, aveva letto.
Proibire la infastidiva, e qualcosa in quei ragazzi le piaceva, ma non sapeva come comportarsi.
Quel giorno era successo qualcosa – o meglio era successo il giorno prima, ma lei lo aveva saputo solo quella mattina – che l’aveva spaventata ancora di più. Quali sarebbero state le loro reazioni? Che cosa sarebbe accaduto adesso?
Era il pomeriggio del 10 ottobre. Elisa stava uscendo con la sua compagnia – ormai era un’abitudine consolidata, anche se quella non era una giornata come le altre. La fermò, incurante delle sue occhiate all’orologio e della sua evidente ansia di scappare.
“Senti ma questi ragazzi… Spiegami un po’ di che cosa parlate e perché non possono vestirsi e pettinarsi come le persone civili”.
“Cioè?” domando Elisa, sbalordita. Lei proprio non aveva mai fatto caso che il loro aspetto avesse qualcosa di insolito.
“Cioè perché devono andare in giro con quei capelli ridicoli, lunghi fino al collo, e perché devono andare all’università e a scuola coi jeans e le ragazze addirittura con le gonne sopra al ginocchio. Non mi sembra affatto un abbigliamento adeguato”.
Elisa la guardò con tanto d’occhi. Ma da quando sua madre era così snob, da quando proprio lei, di tutte le persone, era diventata così conformista?
“Non saprei… io… non gliel’ho mai chiesto – quasi balbettava per lo stupore. – ma è così importante?”
“Non voglio che tu ti metta con quella strana gente che vive ai margini, chissà come… io…”
“Ai margini? Mamma, non sono hippy, anche se tante idee degli hippy non sono affatto sbagliate, come la non-violenza, la voglia di pace o la paura di questo eccesso di consumismo. Ma voglio dire, insomma, vanno tutti a scuola, all’università, mica sono degli spostati. Che cosa ti prende?”
Viviana si aggrappò a quell’accenno agli hippy, per dare una forma e un nome ai suoi timori.
“Credo che siate terribilmente confusi. Ascoltate le canzoni americane e quando parlate infarcite i vostri discorsi di parole americane ma poi gridate ‘no America’ e ‘l’impero è finito’ e cose del genere. L’America la odiate o l’amate? Io ho paura che se date ragione agli hippy su certe cose poi finirete per diventare come loro.”
Elisa represse la tentazione di ridere, ci pensò su un momento.
“Sì, credo che davvero siamo confusi. Ma penso che sia un bene, sai. L’America è grande, è fatta di tante cose. L’America è Bob Marley e Kennedy e Martin Luther King e Che Guevara, però è fatta anche della gente che manda dei ragazzi a morire in Vietnam. L’America è libera o vorrebbe esserlo, e riconosce il diritto di cercare la felicità, ma per la libertà degli Americani di essere come vogliono loro fanno anche le guerre e tolgono la libertà agli altri. Come si concilia l’idea di uguaglianza con il modo in cui trattano gli indiani e le persone di colore? Siamo confusi perché questo è un mondo confuso. Noi prendiamo quello che ci piace e contestiamo quello che non ci piace. Vogliamo che il mondo sia diverso da com’è adesso, però non abbiamo un’idea precisa di come vogliamo che diventi. Così ognuno può dire la sua, costruire un pezzo della tela. Alla fine magari verrà una cosa strana, una specie di patchwork, ma così sarà anche più colorato e più allegro, non credi?”
Colorato, allegro. Era questo che loro credevano, ma i colori e l’allegria stavano già cominciando a scomparire anche dai loro orizzonti. Era già successo, appena quattro anni prima, quando la ventata di speranza dell’America kennediana era stata spazzata via a Dallas, con tre colpi di pistola. Viviana aveva a malapena sentito parlare di Che Guevara, ma aveva in qualche modo intuito che incarnava il simbolo dei loro sogni, proprio come era accaduto, per la sua generazione, con John Kennedy.
“Ernesto Che Guevara è morto” disse, e non seppe mai perché le parole le fossero uscite così, proprio in quel momento e con quel tono freddo, neutro, che non rispecchiava affatto il suo stato d’animo. Aveva sentito la notizia alla radio quella mattina, un comunicato glaciale. Il guerrigliero Ernesto Guevara, soprannominato il Che, era stato ucciso in un’imboscata in Bolivia. Non l’aveva lasciata indifferente, perché Guevara era una figura con cui si doveva fare i conti in qualche modo, fosse pure per detestarlo e magari per ucciderlo.
Che Guevara è morto. Che Guevara è morto. Quelle parole risuonarono come un’eco infinita nella mente di Elisa, prima che si rendesse conto di quello che significavano. E del resto avrebbe riudito il suono di quelle parole ancora molte volte nei giorni a venire. Con rabbia, con dolore, con scherno o soddisfazione, mai con indifferenza. Ma neanche sua madre era indifferente, questo lo capì da subito, forse proprio dal modo in cui lo aveva detto, dalla stessa inespressività della sua voce.
Ecco cos’era, pensò, e con sgomento si accorse che nel dolore si insinuava un inopinato brivido di trionfo, che le fece scoprire qualcosa di se stessa, qualcosa di non interamente gradevole. Scoprì che le dava una specie di piacere vedere che per una volta, poteva succedere anche a sua madre di non avere una decisione pronta per tutto, di non saper bene che pesci pigliare.
“Che Guevara è morto – ripeté, inebetita da tutte quelle emozioni che le erano rovinate addosso, e dalla stessa lucidità con cui per un momento si era guardata dentro. – Che Guevara è morto. – Ancora una volta. Ripetere per esorcizzare, non per convincersi. Scosse la testa. – Che Guevara non morirà mai”.
La lasciò così, non convinta ma incapace di trovare altre parole per fermarla.
“Che Guevara è morto” fu la prima cosa che disse, appena vide Monica, Andrea, Matteo e Filippo che l’aspettavano davanti al Balilla, da sempre il loro caffè-gelateria d’elezione.
“Sì” fu la laconica risposta di Filippo.
“Assassinato come un cane”, aggiunse Andrea, che aveva la faccia di chi ha perso un amico.
“Ma dicono che è morto combattendo, in un’imboscata”.
Andrea scosse la testa.
“Le ultime notizie sono diverse. L’hanno catturato e poi gli hanno sparato. Solo col tradimento avrebbero potuto ucciderlo, il tradimento e la vergogna dell’assassinio di un prigioniero disarmato”.
“Ma non ho mai capito – obiettò Matteo – perché tu, un sostenitore della non-violenza, avessi tanta passione per un guerrigliero, uno che sapeva essere anche molto spietato e non perdonava certo ai suoi nemici”.
“Non sono i suoi metodi a renderlo così amato, ma i suoi ideali. Puoi non approvare il modo in cui lo faceva, ma non puoi non ammirare la sua lotta alle ingiustizie. Ha messo la sua vita in gioco per gli altri, altri di cui in fondo avrebbe anche potuto non importargli niente. Chi erano per lui? Ma invece gli importava, gli importava di tutti come se davvero tutti fossero suoi fratelli, come se davvero per ogni uomo trattato ingiustamente una parte della sua stessa dignità andasse perduta. Come se in ogni essere umano fosse capace di vedere un pezzo di sé, e più di tutti nei deboli, in quelli che erano stati sottomessi per secoli a ogni forma di potere, politico o economico che fosse. Poi nei miti uno ci legge quello che vuole. Ti diranno anche che era un violento, un bandito, un assassino, e magari è anche una parte della verità. Ma io preferisco quella parte di verità in cui posso rispecchiarmi”.
Ognuno aveva un suo Ernesto, un suo Che, un suo Guevara, che li divideva e li univa, perché per tutti era un mito ma per ognuno un mito diverso.
Così una settimana dopo si ritrovarono tutti, temporaneamente uniti e solidali, alle manifestazioni che anche a Genova avevano voluto ricordare il Che. Fu la prima manifestazione a cui Elisa avesse mai partecipato.

Diversi giorni dopo, tra mille altre cose e discorsi, Elisa trovò anche il modo di chiederlo davvero ad Andrea, perché si pettinavano e si vestivano così. Ma la sua risposta le fece sentire una tale vicinanza con loro e una tale lontananza da sua madre, che certo se lei lo avesse saputo non avrebbe mai sollevato l’argomento.
“Ho cominciato un po’ per caso, perché avevo visto dei ragazzi coi capelli sul collo e mi piaceva – spiegò con semplicità. Poi sorrise. – Un po’ anche per far dispetto a mia madre che mi diceva sempre ‘quand’è che vai dal parrucchiere’ appena superavano il centimetro di lunghezza. Non è che avessi pensato a niente di politico, però quando ho visto come alcuni mi guardavano mi ha dato parecchio fastidio. E’ una società libera, ci dicono, però poi ti giudicano da come ti vesti e dai capelli. Fanno le retate contro gli sporchi zazzeruti di Piazza Tommaseo e la gente applaude, perché quello che conta è essere ordinati e bene integrati. E condannano persino Don Milani, da morto, perché aveva difeso i ragazzi che non accettano il servizio militare perché non vogliono imparare a fare i soldati. Ma uccidere non è peccato? O quando uccidi milioni di persone diventa meno grave? Già è una fatica costante combattere coi condizionamenti di chi ti dice che cosa devi desiderare e di cosa hai bisogno e ti fa lavorare per comprarti cose che non avevi mai saputo di volere. La verità è che tutto è politico, tutto quello che fai, che tu lo voglia o no, e persino quando non te ne accorgi. E se porti i capelli così significa che sei contro la guerra in Vietnam e tutte le altre guerre, contro le dittature, i colonialismi, il perbenismo e la polizia che spara sulla folla. E poi il Che… Insomma, è stato quasi senza accorgermene, ma li ho lasciati crescere un po’ di più e poi ancora un po’ di più, e così adesso sono un capellone…” Sorrise di nuovo, si toccò la testa con il gesto giocoso di un seduttore per scherzo.
Elisa fu costretta a trovare qualcosa da poter guardare, per non restare lì a fissarlo come un’ebete. E non trovò niente di meglio che alzare gli occhi a guardare la strada di San Vincenzo che dolcemente s’incollinava nell’ultimo tratto, tra le sue case-presepe e i negozi che sfavillavano.

Era quasi Natale. Gocce di luce, una pioggia dorata e intermittente precipitava dai tetti dei palazzi, dalle statue e dalle fontane in allegra confusione, insieme ai fiori d’oro, agli alberi di Natale d’oro, tutto un mondo ai confini in cui l’oro segnava, come nelle antiche leggende, il limite oltre il quale la notte finisce, il paese dove il sole non tramonta mai, un’isola Eea gentile, senza la crudeltà degli antichi riti del Sole.
E sarebbe stato quel mondo ai confini che Elisa, anche se ancora non lo sapeva, avrebbe continuato a conservare negli anni, riflesso nello sguardo color cobalto di un ragazzo scarruffato, sfrontato e innocente.

19. Toys

51csd0vjhwl-_ss500_

Toys (1992) è un film curioso, non tanto per la trama, quanto per il modo in cui si svolge e per i personaggi. La storia è questa: il fondatore di una magnifica fabbrica di giocattoli (Kenneth Zevo, interpretato da Donald O’ Connor), in punto di morte,  decide in modo apparentemente inspiegabile di lasciare la sua creatura al fratello generale Leland (Michael Gambon). Ritiene infatti inadatti al ruolo sia il figlio Leslie (Robin Williams) sia la figlia Alsatia (Joan Cusack). In realtà spera che questa scelta faccia sì che Leslie finalmente “cresca”, cosa che puntualmente avverrà. Il generale accetta a malincuore perché l’esercito sembra non avere più molto da offrirgli. Presto però intravede un’opportunità insperata nella fabbrica: costruire delle vere e proprie armi che saranno manovrate dai bambini, i quali, pensando di giocare, azioneranno in realtà degli ordigni letali…

E’ davvero il più brutto film di Robin Williams, questo? Una costosissima follia, un’accozzaglia di idee che non ha ben chiaro cosa dire e come dirlo, neppure riscattata dalle splendide scenografie?

Generalmente infatti la critica riconosce che visivamente è straordinario, grazie al lavoro di Ferdinando Scarfiotti, orgoglio italiano, che per questo film (uno dei suoi ultimi) fu anche candidato all’Oscar. Scarfiotti ha creato un vero e proprio mondo a sé stante, citando, tra gli altri, René Magritte. Fu detto però all’epoca che non solo il messaggio era confuso, ma anche il target era indeterminato. Dovrebbe trattarsi di un film per bambini, e la scelta di Robin Williams nel ruolo del protagonista fu vista come un tentativo di sfruttare il successo del recentissimo Hook (1991). D’altra parte però, la scena d’amore tra Leslie e la fidanzata Gwen (inusuale certo, anche se forse solo per i puritani statunitensi poteva risultare inadatta agli occhi infantili, di solito molto più scafati di quanto ci piacerebbe credere), il tipo di satira utilizzata e i passaggi bruschi da atmosfere quasi naïf a toni molto più cupi lo hanno fatto generalmente ritenere rivolto a un pubblico più adulto. Fu detto che Barry Levinson (regista nientemeno che di Good Morning Vietnam, Rain Man e Bugsy, tra gli altri) aveva voluto realizzare questo film prima e più di ogni altro, ma che forse nel passaggio dal sogno alla realtà non era stato capace di esprimere quello che davvero gli premeva dire.

Il giudizio mi pare francamente impietoso. Non so se davvero, come qualcuno ha più di recente sostenuto, si trattasse di un film troppo avanti per i suoi tempi, che addirittura preconizzava l’utilizzo dei droni. Io lo leggo così: ciò che dobbiamo proteggere è la nostra innocenza, non solo quella dei nostri figli. L’immaginazione è una cosa fantastica ma delicata. Occorre mantenere un certo senso della realtà, altrimenti si sfocia nel delirio di onnipotenza. E per evitare questo, è bene mantenere un contatto con i nostri figli e il loro modo di giocare. Non credo siano tanto i giochi di guerra il bersaglio del regista, quanto il rischio che la ripetizione in solitudine di gesti meccanici tipica di certi giochi (ma in realtà evitabile con un po’ di attenzione) possa condurci alla passività e trascinarci in eventi più grandi di noi senza che neppure ce ne accorgiamo, addirittura in una guerra senza coscienza, che è il sogno del generale e l’incubo di tutti gli altri.

E’ vero, forse il senso non è limpidissimo, ma mi pare che ci si sia preoccupati un po’ troppo di questo aspetto. E’ un film che passa da momenti molto aggraziati ad altri di suspense, se non addirittura noir e claustrofobici, ma credo che i bambini, col loro gusto per il macabro e per il colore e la loro capacità di dialogare con gli oggetti, possano goderselo senza tante paturnie. E se i grandi scoprono altri strati, altri significati possibili, benissimo, perché no. Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso. In fondo non mi pare affatto male, personalmente mi ci diverto, a partire da una delle prime scene, quella del funerale di Kenneth Zevo, in cui il barrel of laughs, il pupazzo che ride, che il morto aveva voluto con sé fino all’ultimo, dà all’elogio funebre un tono molto meno pomposo (The sorrow that we feel is tempered, however, in the knowledge that angels, somewhere, are trumpeting this man’s tin horns. “Il nostro dolore è alleviato, tuttavia, sapendo che da qualche parte gli angeli stanno suonando le trombette di latta di quest’uomo.” Già…).

Poi, detto questo, il 1992 è l’anno di Aladdin e tutto il resto sbiadisce al confronto. Ma questa è un’altra storia, e ve la racconteremo un’altra volta 🙂

Pomeriggio prenatalizio

Lo spirito natalizio in questi giorni brilla per la sua assenza, comunque oggi sono stata a sentire un coro di canti natalizi in una bella chiesa romanica genovese e il risultato sono queste foto, dalla strada per arrivare all’interno della chiesa. Bellissime voci, ragazzi molto bravi, preparati ed entusiasti. Un bel pomeriggio, nel complesso.

Un solo tratto di pennello

Ti parlo dei miei passi tra le spine
di una strada affaticata, dell’inatteso
riaffiorare d’orme sul filo della schiuma
di onde senza riva, spietate
nel loro frangersi in alto mare,
nello sbriciolarsi dei più fragili giorni.
Ma mi commuovono le albe ribelli all’azzurro
mi commuove questo accenno di bacio,
piccola scossa di corrente e tenerezza
memoria irrisolta, sorprendente e un poco,
forse, fuori stagione, un giugno di neve
che va sulla mia bocca come un viaggio,
tra nuove parole e altri silenzi e luoghi e treni.
Se potessi scegliere vorrei amarti
come fanno gli uccelli migratori, di un amore
capace di distanza e di ritorni
che non sia d’intralcio, che non abbia peso
e faccia solo un piccolo rumore, un tic-tac
a tempo con la musica del volo
nel fiammeggiare tardivo di luci all’orizzonte.
Questo fuoco di foglie crepitanti in attesa
dei nostri piedi lungo il viale è la bellezza
crudele e dolce della mia felicità indomata
come tutti i fiori del giardino tratteggiati
con un solo, veloce tratto di pennello