IL BOSCO – II Parte, Capitolo 2 – continua

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Quella domenica di fine aprile, il freddo sembra voler sferzare più duro per sfida contro chiunque osasse parlare di un avvicinamento della primavera. “Frevarettu u curtu u l’è pesu din turcu” avrebbe detto Filippo, a cui piaceva molto infilare di tanto in tanto qualche dotta citazione in puro dialetto dell’entroterra genovese. Il cielo era di un triste, uniforme grigio, un vento cattivo graffiava la faccia come la mitragliata di minuscole stalattiti di ghiaccio, la temperatura era di poco sopra lo zero e sbuffi di vapore uscivano dalla bocca quando si respirava.
Elisa si era vestita con particolare cura, un maglione rosso aderente che le donava, un paio di jeans appena comprati, e avrebbe voluto non dover indossare il cappotto a nascondere tutto, ma non se ne poteva fare a meno. Cappotto, e anche sciarpa, guanti, cappello… il sole da qualche giorno sembrava scomparso.
Con lei c’era anche Gianna, che per la prima volta si era lasciata convincere a venire a una “di quelle sue cose stravaganti”.
A dimostrazione che l’amicizia, come l’amore, si crea spesso con un percorso che finisce per convergere partendo da punti originariamente posti a distanza siderale, l’unica amica che fosse rimasta a Elisa dai disgraziati tempi delle medie era lei, Gianna. La seconda di cinque figli, con una madre che “non lavorava” (mai Elisa si sarebbe sognata di dire che sua madre non lavorava, le pene sarebbero state severissime) e un padre muratore. L’unica femmina in una famiglia la cui fede strettamente osservante si univa in un legame saldissimo e micidiale alla conservazione di tutte le tradizioni possibili e immaginabili.
Arrivarono al bar dove Andrea e Monica si erano già seduti, sorseggiando lui un caffè forte e lei una cioccolata calda con panna.
“Cioccolata? Buona idea!” Commentò Elisa. Ordinò la stessa cosa e sedette togliendosi i vari strati.
I lividi della zuffa, di cui Elisa aveva saputo da Matteo, non erano ancora sbiaditi dalla faccia di Andrea, come da quella degli altri che erano stati coinvolti. Questo aumentava il suo fascino piuttosto che diminuirlo. Elisa era consapevole che ormai tutti, compreso Andrea, sapevano benissimo quello che le passava per la testa, ma non le importava più di nasconderlo. Se anche lui provava, nei suoi confronti, solo amicizia, quell’amicizia era un bene prezioso che custodiva con cura e cosa importava tutto il resto?
“Dove andiamo?” Andrea aveva detto che si sarebbero visti al bar solo per fissare un punto d’incontro. Era riuscito finalmente a convincere suo padre a prestargli la Ford, e quindi sarebbero andati quasi tutti con lui, a parte Filippo e Matteo che li avrebbero raggiunti con la Cinquecento di Matteo. E a parte Lorenzo e Anna che sarebbero arrivati con la moto che era praticamente, con Lorenzo, una cosa sola.
“Visto che non piove che ne dite di andare sul Fasce? E’ un buon posto, e così potremmo anche suonare qualcosa, oltre che discutere di cose serie”.
L’idea venne approvata da tutti quelli che erano arrivati nel frattempo.
“Senti, ma il tuo Corrado non viene mai?” chiese Monica a Marisa, un po’ maliziosamente.
“Non esco più con Corrado”, rispose Marisa, e Monica fece un rumoroso sospiro di sollievo. A Elisa parve di vedere una certa luce negli occhi di Filippo.
“E come mai?” Chiese ancora Monica.
“Lui non voleva che venissi. Abbiamo litigato furiosamente un sacco di volte, ma a un certo punto io… non ne avevo più voglia, ecco. – Alzò le spalle. – Lui vede solo lo sport, il fisico, non gli interessa quello che c’è al di fuori di se stesso. E poi non eravamo più d’accordo su niente, lui non voleva che io lavorassi, non voleva che continuassi a studiare…” Marisa era al primo anno di Matematica e faceva la segretaria presso un avvocato che conosceva suo padre per contribuire a pagarsi gli studi, dato che i suoi non se lo sarebbero potuto permettere.
Monica avrebbe quasi voluto proporre una bevuta generale per festeggiare l’avvenimento, mentre Lorenzo non perse occasione di commentare che secondo lui Corrado aveva ragione, che le donne adesso avevano “tutti quei grilli per la testa” e andavano a lavorare “e chissà poi cosa succedeva in quei posti”.
“In effetti – rispose Marisa con un sorriso un po’ ironico – l’unica cosa che succede è che lavoro dalle otto e mezza fino alle tre del pomeriggio con una pausa di mezz’ora per il pranzo e vengo pagata per cinque ore soltanto, senza contributi. Magari, se l’avvocato cominciasse a farmi delle avances, potrebbe almeno venirgli in mente di darmi un aumento.”
Finalmente comunque erano pronti a partire. Elisa si trovò schiacciata tra Marco e Marisa, mentre Monica stava davanti. Andrea rimase zitto tutto il tempo, e il suo silenzio parve contagioso, ci furono poche parole.
Dal viadotto dell’autostrada completata appena tre anni prima, la costa meridionale del Fasce appariva in tutta la sua nudità. Cumuli di pietre sparse e poche altre tracce di terrazze in rovina testimoniavano l’antico uso ligure dei muretti a secco e delle fasce coltivate che forse avevano dato il nome al luogo. L’aspra bellezza rinnegata di quegli ordinati brandelli strappati nei secoli ai boschi e alla terra dura della montagna e poi abbandonati per una vita di fabbrica. Di tanto in tanto gruppi sparuti di capre e qualche cavallo brucavano in apparente libertà.
Lasciate le auto a Quarto, si avviarono a piedi su per una salita arrampicata, tra balze e avvallamenti, cedimenti del terreno, pietre che rotolavano giù rischiando di portarseli dietro tutti, e un cielo di piombo e argento annegato nell’acqua grigia dei torrenti. Elisa era senza fiato, ma si stava godendo ogni minuto. A ogni movimento l’angolatura mutava, gli scenari erano sempre quelli, la città e il mare, ma sembravano seguire i loro passi con cambiamenti talmente repentini e profondi da far apparire nello spazio di un istante un altro mare, un’altra città, familiari e diversi al tempo stesso.
Sulla vetta, la grande croce di ferro si stagliava contro una visuale estesa a trecentosessanta gradi di Genova e del suo spicchio di Mediterraneo. La distanza rendeva tutto minuscolo, la perdita d’occhio lo rendeva magnifico e imponente.
Filippo ruppe il silenzio.
“Guardate laggiù, quello è il monte del Liberale, più o meno un secolo fa lì si riunivano i mazziniani per preparare l’insurrezione.”
“Allora è il posto giusto per un gruppo di cospiratori come noi”, osservò Marco con la consueta aria sbarazzina.
“A me questa idea delle occupazioni non mi piace neanche un po’ – Matteo era, come sempre, perplesso. – Abbiamo fatto i cortei, e va bene, e già un paio di volte abbiamo rischiato di farci schedare come contestatori o peggio. Non più tardi di un paio di settimane fa mi sono preso le botte dai fascisti, un’occupazione è troppo pericolosa. Lo sapete che in altre città ci sono già state cariche della polizia, coi lacrimogeni e i manganelli e tutto”.
Nessuno disse niente. Matteo guardò Andrea, forse da lui più di tutti si aspettava una risposta ma Andrea rimaneva taciturno com’era stato in macchina, gli occhi bassi, un viso cupo che non gli apparteneva.
“Mi dici che cos’hai?” Chiese Matteo, brusco.
“Che cosa ho? Ho che tu ti lamenti delle botte che hai preso, e hai ragione, ma due giorni fa c’è stata un’altra aggressione contro un gruppo di ragazzi, forse di destra o forse semplicemente gente che si faceva i fatti suoi. E questa volta sono stati i nostri a cominciare. Odio questo clima, odio vivere armato fino ai denti, odio che qualcuno possa aver paura di me perché la penso in modo diverso, o viceversa.”
“Ma scusa, che differenza c’è? – obiettò Matteo. – L’altra volta siamo stati lì a guardarli arrivare, e sapevamo perfettamente come sarebbe finita. Tu li hai anche provocati!”
“Secondo me è molto diverso, Matteo. Andartene quando qualcuno ti viene contro vuol dire riconoscergli il potere di mandarti via. Vuol dire che difendi il tuo diritto di pensarla come vuoi soltanto a metà, finché non diventa troppo scomodo o troppo pericoloso. Forse ho sbagliato, ma non ho visto nessun modo di uscirne che non somigliasse a una fuga, e scappare non mi piace, quando c’è da difendere qualcosa in cui credo. Ma una guerra tra guelfi e ghibellini no, questo non mi interessa, non voglio entrarci”.
Lorenzo intervenne con una voce di carta vetrata spessa.
“Senti bene, non è che la tua bella impresa ti ha fatto diventare il capo del gruppo. Se non ti va quello che facciamo vattene e non rompere. A me non mi mancherai di sicuro”.
“Ehi, sei tu a essere arrivato dopo – disse Monica in tono battagliero. – Sei tu che puoi pure andartene se non ti andiamo a genio”.
Andrea fece quel caratteristico gesto con la mano che Elisa aveva imparato a conoscere bene, un gesto pacificatore ma sempre con più di una dose di ironia.
“Non ci tengo affatto ad essere il capo di niente e di nessuno – ribatté con calma. – Se cominciamo a parlare di capi è finita. Ognuno qui ha sempre seguito la sua strada e la sua testa. Io dico solo che se tutto si riduce a uno scontro tra due fazioni, io non ci sto. Poi ognuno fa le sue scelte, ci mancherebbe altro.”
“Nessuno di noi ha partecipato alla rissa di due giorni fa, Andrea – osservò Filippo. – Da tutte e due le parti ci sono quelli a cui piace menar le mani, questo lo sai. Non possiamo far finta che tutti quelli che condividono parte delle nostre idee condividano tutto. Noi siamo un piccolo gruppo, ma penso che tutti la vediamo come te. Io sì, sicuramente. Ma non darci la colpa di quello che succede al di fuori.”
“La verità non è mai tutta da una sola parte – disse Matteo, – sta quasi sempre nel mezzo”.
“Se cerchi di sederti tra due sedie finisci per ritrovarsi col culo per terra” – ribatté Andrea. Lui credeva fermamente nella necessità di scegliere sempre da che parte stare. Prendere sempre e comunque una posizione e difenderla, a qualunque costo.
“Comunque, continuo a pensare che un’occupazione per il Vietnam sia una cosa ridicola. Non crederete certo che gli Americani si fermino per accontentare noi!” Disse Matteo in tono conclusivo, stringendosi nelle spalle.
“Non è quello che fanno gli Americani che è importante, è importante quello che facciamo noi – ribatté Andrea. – Se vogliamo continuare a sperare che qualcosa succeda, rassegnarci ad accettare che le cose vadano comunque come vanno, o se vogliamo essere nel mondo, partecipare, dire la nostra e dare il nostro contributo, per piccolo che sia. Da noi a Medicina è da maggio dell’anno scorso che se ne parla, anche se per motivi diversi, più legati ad aspetti pratici degli esami. Poi c’è stato il corteo di novembre con l’occupazione di Lettere, e adesso che la protesta si diffonde in tutta Italia e diventa il movimento pacifista che cercavamo, non vorremo tirarci indietro!”
“Anche il grande Cassius Clay è diventato obiettore di coscienza. Ha preferito perdere il titolo e rischiare il carcere.” Aggiunse Filippo.
“Cassius Clay l’ha fatto solo perché non voleva combattere coi bianchi – disse Lorenzo, di nuovo sul piede di guerra. – Non è che obiettare al servizio militare ti fa per forza diventare un grand’uomo”, aggiunse con intenzione.
“Beh, però dovresti spiegarmi perché mai avrebbe dovuto farlo – rìbatté Filippo. – Combattere per chi, per qualcuno che ti cerca per farti ammazzare nelle guerre, e poi però ti considera inferiore? Lo sai che ogni volta ci vogliono delle sentenze della Corte Suprema per far entrare studenti neri all’università, e ogni volta trovi sempre qualcuno che con qualche scusa non applica neanche le sentenze? Lo sai che Martin Luther King, il più grande profeta della non-violenza dei nostri tempi, è costantemente minacciato e anche arrestato dalle istituzioni bianche che vogliono continuare con la segregazione e la negazione dei diritti civili? Lo sai che anche se il diritto di voto ai neri è previsto dal 1870, non più tardi di due anni fa il Presidente Johnson ha dovuto fare un’altra legge per vietare le azioni contro l’esercizio di quel diritto, perché ancora gli si impediva di votare con qualsiasi mezzo? E tu pensi che un nero dovrebbe avere ancora voglia di combattere a fianco dei bianchi una guerra per togliere a un altro popolo il diritto di decidere per se stesso?”
Lorenzo non rispose, ma non aveva perso la sua espressione derisoria, quello stato di perenne allerta, alla continua ricerca di qualcosa da sbeffeggiare.
“E comunque – riprese Filippo – di cose per cui manifestare ce ne sono tante, anche più vicine dell’America. Prendiamo il diritto allo studio. Solo belle parole. Oh, certo, non siamo mai stati così tanti. Ragazzi come me, come Marco, a migliaia, che per la prima volta nella storia possono mettere piede all’università. La cultura può diventare davvero universale, e con la cultura la libertà di scegliere, di costruirsi il futuro come lo si vuole. Così la classe politica s’inventa la riforma Gui che coi tre livelli di laurea rimette tutto in discussione. Chi viene dal basso è meglio se non arriva poi troppo in alto. E intanto mancano le aule e le strutture cadono a pezzi e le tasse restano proibitive per troppi ancora. I miei fanno dei sacrifici, io riesco sempre ad arrangiarmi con qualche lavoretto in estate, ma tanti miei amici devono lavorare a tempo pieno, non possono frequentare e nessuno li aiuta. Alla fine ne ho visto più d’uno ritirarsi per l’esasperazione, perché questo sistema ti sa stritolare se non sei molto forte. Lo sanno ancora trovare bene il modo per tagliarti fuori se non fai parte del giro”.
Matteo non disse altro. Alla fine probabilmente sarebbe venuto anche lui, pensò Elisa, era come se protestasse per forma più che per convinzione, perché poi con tutti i suoi dubbi partecipava sempre a quello che facevano gli altri.
“Allora siamo tutti d’accordo? Anche le nostre femmine emancipate? Mi sa che con tutti questi ‘io sono mia’ e ‘decido io’ qualcuno penserà che siete solo delle fraschette in cerca di un maschione con cui fare un po’ di sesso libero” intervenne Lorenzo con irrisione. Evidentemente continuava a cercare un bersaglio da provocare.
“Beh, se qualcuno lo pensa, capirà presto di essersi sbagliato!” Replicò Monica in tono bellicoso.
Elisa si scoprì spaventata. Quella le sembrava una cosa un po’ grossa, non un semplice corteo, una discussione tra amici. A parole cambiare il mondo era una bella cosa, però… “Io non sono sicura di quello che voglio fare – disse, vergognandosi profondamente di quelle parole nel momento stesso in cui le pronunciava. – Cioè, io vorrei partecipare, ma i miei sono preoccupati a morte… – Anche quest’ultima cosa avrebbe voluto non averla detta, i pensieri continuavano a uscirle dalla bocca prima che potesse rimangiarseli. – Io… credo che comunque verrò con voi, non posso tirarmi indietro adesso. Non mi basta restare a guardare e raccogliere i frutti seminati dagli altri. A me non importa delle differenze che possono esserci tra di noi. Mi importa di quello che ci unisce che è molto di più. Voglio vivere fino in fondo e non solo a metà.
Lorenzo scese immediatamente in picchiata.
“Certo – disse, e adesso la sua voce era decisamente al di là della semplice derisione, voleva colpire con furia, ferire, forse uccidere, se avesse potuto farlo con le parole. – Tua madre si è comportata da puttana, e tu non puoi essere diversa”.
Silenzio. Per un momento parve che tutto fosse rimasto sospeso, paralizzato, persino le foglie non frusciavano più, almeno Elisa non le sentiva. Guardava Lorenzo, smarrita, e guardava gli altri, le loro facce attonite, continuando ad ascoltare quel silenzio senza trarne né una spiegazione né un conforto.
Matteo le andò vicino e rimase così, non avendo il coraggio di fare un gesto, di dire una parola. Avrebbe voluto darle sostegno in qualche modo, ma non era mai stato bravo in queste cose. Oppure magari avrebbe voluto costringere Lorenzo a ricacciarsi in gola quelle cose orribili, ma aveva troppa paura di lui. Tutti ne avevano paura.
Poi, con la coda dell’occhio, vide Andrea di fronte a Lorenzo, con tutta l’aria di non volersi limitare alle parole. Che diavolo stava facendo l’incosciente? Lorenzo era grosso almeno il doppio di lui, e picchiava come un pugile.
La verità era che Andrea si era ritrovato lì senza sapere neppure di essersi mosso. E neanche aveva saputo di voler parlare, prima che la voce gli uscisse dalla gola, gonfia di rabbia come il sibilo di un serpente all’attacco.
“Ripeti quello che hai detto.”
Lorenzo rise.
“Credi di farmi paura? Tu? Certo che lo ripeto. Elisa non è altro che una…”
Il pugno partì così all’improvviso che persino Lorenzo fu colto di sorpresa. Poi fece un’altra risatina.
“Credevo che Matteo fosse il cavaliere di Elisa, ma vedo che ce ne sono due… Certo, avrei dovuto immaginare che non si sarebbe accontentata di uno solo.”
Il pugno di Andrea partì di nuovo, ma questa volta Lorenzo gli bloccò la mano, gliela torse quasi che volesse spezzargli il polso, poi gli rovesciò addosso una gragnola di colpi, uno dietro l’altro, neanche il tempo di prendere fiato. Andrea si difendeva più di quanto si sarebbe creduto possibile, ma era evidente che non avrebbe resistito molto. Non c’era più silenzio, solo voci che si rincorrevano gridando di smetterla, il rumore secco dei colpi, gli sbeffeggiamenti di Lorenzo e le risposte di Andrea, la voce troppo debole perché le parole giungessero ad altri che a Lorenzo, ma un tono inconfondibilmente ironico che arrivava a segno, lo si vedeva bene, ben più dei suoi pugni. Sembrava che non si sarebbero mai fermati, ma in realtà il tutto non era durato più di un paio di minuti quando la voce di Filippo, fredda e dura da non sembrare neppure la sua, sovrastò tutte le altre con un’intimazione secca e perentoria. Finalmente Lorenzo si voltò. Esitò un istante, parve volersi rigirare contro di lui, poi cambiò idea, alzò le spalle e si allontanò da Andrea.
“Tu non sei capace di vivere con gli altri – riprese Filippo, questa volta con un dolore trattenuto ma evidente. – Non sai quanto mi costa dirtelo, avevo sperato… ma non avrei mai creduto che sarei arrivato a vergognarmi di te fino a questo punto.”
Elisa restò di sasso a queste parole, ma le comprese poco dopo. Lorenzo era andato via, e l’unica differenza percepibile nel suo atteggiamento era stata una sgommata meno violenta, più breve del solito. Filippo si passò le mani sugli occhi, parve stanco, per la prima volta da quando lei lo conosceva. Filippo era sempre stato l’unico ad avere il potere di far infuriare Lorenzo e di calmarlo allo stesso tempo, niente sembrava riuscire a togliergli dalle labbra quel sorriso lievemente ironico, quel suo fare pacato fino all’indolenza. Elisa lo stimava molto, ma a volte aveva avuto l’impressione che fosse un po’ cinico. Adesso cominciava a capire di essersi sbagliata.
“Mi dispiace – disse Filippo, rivolto ad Andrea, che ancora era seduto a terra, il viso così chino che quasi il mento gli sfiorava il petto. – Mio cugino ha sofferto molto, lo sai. I miei zii sono morti in un incidente quando lui aveva solo cinque anni, praticamente è stato allevato da mia madre, e io gli voglio bene, ma è così difficile capire… A volte sembra davvero che voglia solo spaccare tutto, come se non trovasse un suo posto da nessuna parte e non vedesse altro rimedio che distruggere. Altre volte credo che sia solo un atteggiamento spaccone a nascondere una grande fragilità. Ma mi dispiace tanto per quello che è successo stasera, è anche colpa mia, non avrei mai pensato che arrivasse a questo punto.”
Suo cugino!
Elisa, ancora scossa da quello che era successo, si fermò a pensare a questo per non riflettere troppo su quello che Andrea aveva fatto e perché l’aveva fatto. Suo cugino. Eppure non c’erano due persone più diverse dell’aggressivo, irruente Lorenzo e del riflessivo, imperturbabile Filippo.
Andrea si rialzò, si toccò le labbra sanguinanti. Non era certo il fatto di essere stato battuto che lo turbava, non si era aspettato niente di diverso. Forse si poteva dire che gli era andata fin troppo bene, conoscendo Lorenzo. Ma che cosa mai lo aveva spinto? Per essere uno che odiava la violenza, si disse, era davvero strano che si fosse preso a botte due volte nel giro di due settimane.
Fece un cenno a Filippo come a dire che no, non era colpa sua, e di non preoccuparsi che era tutto a posto. Fu allora che la rabbia di Elisa esplose all’improvviso.
“Allora è per questo che tante volte l’hai difeso, quando a lui importa solo di se stesso – urlò quasi. – Tutti quei paroloni sulla repressione nelle fabbriche, sull’ingiustizia e sul cambiare il mondo. Direbbe qualsiasi cosa pur di provocare. E se può ferire qualcuno nel farlo, meglio ancora! Cosa vuol dire che ha sofferto? Non è l’unico, anche se vuole crederlo. Questo non significa che non sia grande abbastanza da non sapere benissimo quello che fa. E se lo fa apposta, la responsabilità del suo isolamento è solo ed esclusivamente sua!”
“Sei molto dura” disse Filippo, con voce pacata, e fu come uno schiaffo in pieno viso.
Dura. Sì, se lo era sentito dire altre volte. Che pretendeva molto da se stessa e dagli altri, che chiedeva alle persone anche più di quanto potessero dare. La rabbia aveva colto alla sprovvista anche lei, l’aveva sfogata contro di lui solo perché era lì in quel momento e non sapeva cos’altro fare. Restarono a guardarsi un momento, ognuno dei due consapevole della ferita dell’altro. Le scuse dopotutto non servivano.
Nessuno di loro ne parlò più. La discussione sull’occupazione riprese svogliatamente, ma ormai tutti erano d’accordo. Persino Gianna, che se ne era rimasta in disparte e quasi sempre zitta per tutto il pomeriggio, con l’aria non troppo convinta. All’ultimo momento, prima di tornare a casa, salutando Elisa le disse, soltanto: “quei tuoi amici… sai, non sono niente male, dopotutto”. Poi l’abbracciò e si allontanò senza aggiungere altro.

Quando Matteo, più tardi, glielo chiese, quasi l’aggredì con quella domanda, perché cioè si fosse fatto picchiare da Lorenzo così, come un idiota, ancora Andrea non aveva trovato la risposta.
“In quel momento non ci vedevo più, io… non ho pensato a niente. Sai che con Lorenzo c’era ruggine già da un po’, sarà stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso…”
O magari l’ammirazione incondizionata di Elisa tocca un punto debole, pensò senza dirlo. Vanità. Aveva deciso che non c’era altro. Forse anche quella certa sua tendenza ad agire prima di pensare, o anche senza pensare proprio, di cui era un po’ vergognoso, un po’ fiero. “Voglio bene a Elisa – proseguì. – E’ una cara amica, ma so quello che provi tu. Mi dispiace”.
“Grazie del pensiero – ribatté Matteo con ironia. – Credi davvero di saperlo? Comunque Elisa vede solo te, non è possibile che tu non te ne sia accorto.”
“Elisa è solo una bambina”, disse Andrea.
“Ma niente affatto – replicò Matteo. – Elisa…”
“Non sono innamorato di Elisa!”, l’interruppe Andrea bruscamente, senza sapere perché avesse dovuto dirlo.
“Non dicevo questo. Lei sì, però”.
Andrea si portò la mano al viso.
“Lo so”, rispose.

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3 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – II Parte, Capitolo 2 – continua

  1. ottimo questa seconda parte. I personaggi sono tratteggiati con cura.
    Cito solo questa frase
    ‘“In effetti – rispose Marisa con un sorriso un po’ ironico – l’unica cosa che succede è che lavoro dalle otto e mezza fino alle tre del pomeriggio con una pausa di mezz’ora per il pranzo e vengo pagata per cinque ore soltanto, senza contributi. Magari, se l’avvocato cominciasse a farmi delle avances, potrebbe almeno venirgli in mente di darmi un aumento.”’
    Una risposta perfetta a una insolenza.
    Buono anche il clima del momento, 1965. che conosco bene, come se tu ci fossi stata in mezzo.

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