IL BOSCO – Parte II Capitolo 2 – continua

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Un tramontanino secco come aghi di paglia sotto la pelle inaspriva l’aria altrimenti mite di maggio. Per l’ennesima volta, Elisa toccò la borsa con il sacco a pelo e quelle altre due o tre cose che si era portata dietro per la notte, quasi non ci credesse ancora di essere lì, insieme agli altri, e avesse bisogno della confortante presenza di qualcosa di materiale per convincersene.  Era terrorizzata. Era felice.

C’erano state altre occupazioni nel frattempo. La polizia e i carabinieri avevano fermato e schedato diversi studenti e anche qualche professore. In quella che era stata chiamata la “battaglia di Valle Giulia”, a Roma, non solo molti studenti ma anche diversi poliziotti erano stati feriti. E sempre a Roma, il blitz di un gruppo di scalmanati armati di spranghe e bastoni che avevano rischiato di provocare una tragedia caricando gli studenti che occupavano l’università. Elisa sapeva tutto questo e non poteva fare a meno di essere spaventata. Ma il rischio al tempo stesso l’infiammava di più, rendeva tutto più vero e più importante. Era una sorta di impegnata spensieratezza, o di impegno spensierato.

Gianna camminava accanto a lei e non diceva niente, Elisa non avrebbe saputo dire se aveva paura, se era concentrata anche lei su quel momento strano, o se magari semplicemente pensava ad altro.

All’università c’era molta più gente di quanto avesse immaginato, studenti di diverse facoltà. Decine di fogli sventolavano con le scritte più varie. Su molti di quei fogli campeggiava la foto di Martin Luther King con la scritta I have a dream, o il ritratto di Bob Kennedy con le parole I care. Altri inneggiavano al Che, o mostravano ritratti di Mao. Qua e là spuntava qualche inno alla lotta che forse, pensò Elisa, non era altro che un modo più forte di chiedere a ognuno di partecipare, di darsi da fare in prima persona. Tutte quelle persone che davvero volevano con tutte le loro forze un mondo più giusto. Se anche Matteo avesse avuto ragione, se non avessero ottenuto niente, Elisa non avrebbe rinunciato per niente al mondo a essere lì.

Sembrava fosse stata organizzata una specie di assemblea, Marco le spiegò che succedeva abbastanza spesso negli ultimi tempi. Ma anche se sembrava una cosa in parte programmata, c’era lo stesso entusiasmo spontaneo che Elisa aveva già visto altre volte nei cortei, negli assembramenti nati per caso, in quel discutere di tutto come se tutto fosse vicino, come se tutto facesse parte della loro vita. A guardar bene, forse, qualche nota stonata c’era. Qualcuno a cui sembrava piacere molto stare sul podio, e gli pesava lasciare spazio agli altri. Qualcuno a cui premeva sottolineare perché il suo minuscolo gruppetto politico era completamente diverso da tutti gli altri gruppuscoli, molto più rivoluzionario, l’unico vero erede della tradizione marxista, o trotzkista, o luxemburghiana, o gramsciana, o quello che poteva essere. Qualcuno, poi, parlava anche di prendere le armi e abbattere il nemico borghese. Ma in quell’euforia potevano sembrare, dopotutto, solo idee astratte, nient’altro che il frutto dell’esaltazione di un momento.

“Io non lo so se questo è il sistema giusto per ottenere qualcosa”, disse Matteo, eterno indeciso.

“E’ quello che abbiamo – rispose Filippo, stringendosi nelle spalle. – E poi è il sistema con cui si sono sempre ottenute le riforme. Nel 1158 gli studenti hanno ottenuto in questo modo le esenzioni dalle tasse e la possibilità di fare assemblee e di discutere le lezioni con i professori. Che ne dite?”

“C’è stato qualche passo indietro in questi ottocento anni“, commentò Andrea.

Elisa era rimasta ancora una volta stupita dalla quantità di cose che Filippo sapeva. Ricordava date, nomi, numeri di telefono, ed era interessato praticamente a tutto, anche avvenimenti, del passato come del presente, che sarebbero stati insignificanti praticamente per chiunque. La sua cultura storica era tanto più sorprendente, considerato il fatto che studiava biologia.

“Beh, da parte tua sarebbe nera ingratitudine occupare la facoltà. Sei l’esempio vivente che la scuola italiana funziona”, obiettò Gianna con un sorriso.

“No davvero! – Rispose Filippo, anche lui sorridendo – ti sbagli, io sono la prova vivente che la scuola non funziona, perché quello che davvero mi interessava ho dovuto studiarmelo quasi tutto da solo”.

 “Se arriva la polizia cosa facciamo?” chiese Matteo.

 “Se siamo determinati, neanche la polizia potrà fermarci – disse Andrea. “Dopotutto stiamo solo facendo rispettare i nostri diritti”.

“Tu sei completamente fuori di testa – disse Matteo, e sembrava proprio arrabbiato. – Sei matto, lasciatelo dire! Quando sei di questo umore saresti capace di restare lì a prenderti le cariche coi lacrimogeni e i manganelli e magari pretendere che lo facciamo anche noi“.

“Non credo di aver mai preteso niente  – replicò Andrea con calma. – Ma se continuiamo a scappare niente di quello che facciamo servirà a qualcosa. Perché devi fare sempre la coperta bagnata per cui tutto è contro le regole, o troppo pericoloso? Sotto sotto non sei altro che un conformista, vieni con noi ma non t’importa davvero.”

“Io sarò anche un conformista, ma tu sei un idealista e un illuso.” Rispose Matteo, alzando la voce.

“Beh, sai cosa ti dico? Sono fiero di essere un idealista, e anche se fossi un illuso, almeno ci avrò provato. Se credi in un’idea, devi metterci te stesso per realizzarla. Ma tu non vuoi metterti in gioco, vero? Non vuoi rischiare. Non ti ho praticamente mai visto arrabbiarti o infiammarti di entusiasmo per qualcosa”.

“Se quello che vuoi è vedermi arrabbiato, va bene”, gridò Matteo, e quasi non riconobbero la sua voce, di solito trattenuta un filo sopra l’inaudibile. – Sai benissimo che quello che dici non è vero.”

Non era solo arrabbiato, era anche ferito, e Andrea si rese conto di essere andato troppo in là.

“Hai ragione, è che credo così tanto in tutto questo, ma ho anche paura che tutto finisca in una bolla di sapone, e ho bisogno di pensare che ho fatto tutto quello che potevo perché non succeda. Ho cercato di fondare la mia vita su questa idea, ma non è giusto che l’idea diventi più importante delle persone. Ti chiedo scusa”.

“Scuse accettate”. Matteo sorrise, ma c’era qualcosa che interferiva con la loro amicizia, entrambi lo sapevano. Erano cresciuti insieme, erano inseparabili, ma forse questo legame così forte stava cominciando a diventare insostenibile per tutti e due.

Rimasero il pomeriggio e la notte e non successe nulla, non ci furono irruzioni, cariche o altro. Qualcuno dormicchiava ma la maggior parte degli occupanti era ben sveglia e all’erta. Ogni tanto qualcuno saliva sul podio e tentava un discorso di cui non arrivava granché. Per lo più, tutti parlavano con tutti, senza curarsi di essersi mai visti o conosciuti prima. Era bellissimo. Pochi si stupirono però quando, in mattinata, si sentirono in lontananza le sirene della polizia. Presto o tardi doveva accadere.

  Gli occupanti parvero esitare, qualcuno cominciò ad avvicinarsi, senza voglia e senza fretta, verso l’uscita, altri sembravano voler restare.

  La polizia era ormai arrivata quasi sotto l’Università, e le voci dagli altoparlanti cominciarono a parlare di violazioni gravi della legge, di azioni contro le Istituzioni dello Stato. Chi non si allontana immediatamente sarà portato in caserma, dicevano.

“Cosa vogliamo fare?”, chiese Andrea. La domanda era rivolta a tutti, ma guardava Matteo, e Matteo scosse la testa, ricambiando il suo sguardo senza abbassare gli occhi.

  “Almeno fai andare via le ragazze – disse – non vorrai far rischiare anche loro.”

Ma ‘le ragazze’ non intendevano affatto essere lasciate da parte. “Se voi restate, noi restiamo”, disse Monica, esprimendo l’idea di tutte.

Filippo si avvicinò ad Andrea e gli mise una mano sul braccio.

“Non essere così testardo, se vuoi io resto, ma sei proprio sicuro che ne valga la pena? Non te lo chiederei se pensassi che essere schedati potesse servire a qualcosa. Ma stanno andando via tutti – infatti nel frattempo erano ormai molti a sciamare fuori. – Sarebbe solo un gesto sconsiderato e basta. Facciamolo quando potrà essere davvero utile, e io ti seguirò senza pensarci su neanche una volta”.

“Ma io non posso stare zitto e tranquillo e andarmene così, come se niente fosse! Che ne sarà della libertà, dei sogni di cui parlavamo?”, gridò Andrea, cercando di raggiungere anche altri studenti, nessuno dei quali gli dava retta.

“… E mentre il sangue scorreva a fiumi il capitano indomito, dritto sulla tolda della nave, incitava gli animi alla battaglia, incurante della furia del mare e delle pallottole che fischiavano…“, declamò Marco.

Andrea accettò di mettersi a ridere, e accettando di ridere accettò di aver perso.

Uscirono fuori all’aperto e per un istante restarono abbagliati, dopo la penombra dell’aula universitaria. Eppure il tempo era cambiato e la giornata non era nient’affatto luminosa. Scendeva una pioggerellina sottile e insidiosa, di quelle cui non si dà importanza, salvo poi ritrovarsi bagnati fino al midollo. Lì si accorsero che molti studenti non erano andati via ma erano ancora là, formavano piccoli gruppi che si disperdevano, si riformavano altrove, cercando sempre di non allontanarsi troppo. La confusione era notevole. Erano cominciate a piovere le prime manganellate, poi esplose qualche lacrimogeno. Andrea sembrava sapere istintivamente dove era meglio andare, ma il rischio sembrava aumentare di minuto in minuto, ormai era evidente che le schermaglie si stavano trasformando in veri e propri scontri, da cui nessuno di quelli che fossero stati trovati lì sarebbe stato considerato al di fuori.

A un certo punto si persero. A Elisa parve di essere circondata solo da un frastuono che tramortiva, da una nebbia indistinta di facce senza volto, finché diventò cieca e sorda, annaspando a caso in quell’infinita solitudine piena di gente.

Andrea le afferrò la mano.

“Vieni con me – disse soltanto. – Corri!” E solo allora lei ricominciò a sentire e vedere.

Un poliziotto tentò di fermarli, Elisa si chiese se stava sognando o se era sul set di un film western.

“Non voltarti”, disse Andrea, con una voce resa roca, Elisa lo capì istintivamente, da un misto di paura e determinazione. Si affidò a lui completamente e corse, corse tanto che a un certo punto pensò che avrebbero corso per sempre, inseguiti dalla polizia, dalle urla e dalla loro stessa amarezza.

Ma alla fine si fermarono, mentre intorno si era fatto finalmente il silenzio. Accanto a loro non c’era più nessuno.

Lei guardò Andrea e lo vide scarmigliato, fradicio di pioggia, con i vestiti coperti di polvere e in parte stracciati. Lui la vide altrettanto scarmigliata, stracciata, sporca, buffissima con quella sua espressione spaesata e decisa. E la baciò. Fu un bacio affrettato e umido, eppure a Elisa sentì che quel momento era perfetto. Poi si guardarono, si videro com’erano e scoppiarono in un’allegra risata. Ma Elisa sapeva che non avrebbe mai dimenticato quel giorno. Sparita l’amarezza, sparita la delusione, aveva ritrovato l’incanto gioioso, lo sconclusionato eroismo dei suoi quindici anni contro il mondo. Non si chiese perché lui l’avesse baciata, né se quel bacio significasse qualcosa. Non si chiese nulla, si limitò a prendere quello che le veniva dato, di nuovo felice.

Quella giornata finì con la lite più lunga e aspra che Elisa avesse mai sentito tra sua madre e Fabrizio.

Aveva cercato di darsi una ripulita, si era calmata un po’, ma quando arrivò a casa il suo aspetto non era troppo rassicurante. Era stata seduta sul pavimento, aveva corso ed era anche caduta e non aveva potuto cancellare le tracce di tutto questo.

Meglio così, pensò, tanto sua madre sarebbe prima o poi venuta a saperlo. Non era preparata a una scenata, Viviana non ne aveva mai fatte.

“Dove diavolo sei stata per ridurti così?” Sentendosi aggredita, Elisa si chiuse a riccio. Non l’aveva mai vista così infuriata.

“Ero con i miei amici, Andrea e gli altri”, disse soltanto.

 “Guardami negli occhi, Elisa. Ho sentito che oggi ci sono stati degli scontri con la polizia. Puoi giurarmi che non c’entrate niente, né tu né i tuoi amici?”

Elisa capì che non avrebbe potuto mentire, che forse non voleva neanche farlo.

“No, non posso giurartelo, mamma – disse stancamente, ma non senza fierezza. – C’eravamo anche noi. Non agli scontri, però. A quelli non abbiamo partecipato. Eravamo all’università, ma poi siamo scappati via in tempo, non è successo niente”.

“Ho sempre creduto di potermi fidare di te, ma evidentemente non è così. Sei un’incosciente e un’irresponsabile, e non voglio che tu veda mai più quei ragazzi, hai capito bene?”

“No, non capisco – si ribellò lei, un tono che da quando era bambina non aveva mai più osato con sua madre. – Hai sempre detto che ci vorrebbe più giustizia, che la guerra è sbagliata, che ci sono tante cose che bisognerebbe cambiare nel mondo. E’ questo che vogliamo fare noi, cercare di cambiarle. Non potrai proibirmi di vedere i miei amici, a meno che non mi chiudi in casa. Mi sembrerebbe contrario ai tuoi principi, questo, ma sarebbe l’unico modo di impedirmi di fare le mie scelte”.

“Non rispondermi in questo modo!” Viviana si rivolse a Fabrizio, ancora nello stesso tono aggressivo.

“Tu lo sapevi, vero? A te non sfugge mai niente, magari te ne ha anche parlato lei, visto che si confida più con te che con me.”

Fabrizio avvertì l’ironia amara di quelle parole.

“Ho avuto qualche sospetto – disse con calma – ma non sapevo nulla di preciso. Ti assicuro che Elisa non mi ha detto niente”.

“Comunque avresti dovuto parlarne con lei e con me se avevi anche solo una minima idea dei guai in cui si stava cacciando. Avrebbe potuto anche essere arrestata o… avrebbero potuto farle del male. Sembra che non te ne importi niente di lei”.

   A questo punto neppure Fabrizio riuscì più a frenarsi. Non aveva mai contraddetto Viviana di fronte alle figlie, ma non era mai stato così arrabbiato.

“Sai benissimo che me ne importa eccome. Elisa, Cristina, Raf, sono tutti miei figli, allo stesso modo, e puoi essere sicura che mi butterei nel fuoco per loro. Ma mi spieghi perché avrei dovuto fermarla? E’ la sua vita, sono le sue idee. Elisa ha ragione. Sei stata tu a insegnarle la scelta, la responsabilità personale, non puoi tirarti indietro adesso. Tu hai preso una decisione coraggiosa, hai fatto di testa tua e ti è costato il disprezzo di tanti. I nostri ragazzi hanno capito che quella è la loro etica, che nessuno dovrebbe essere giudicato per le sue scelte private. Il personale è politico, è così che dicono, no? So che sarà una lotta dura, che spesso si sentiranno soli, so che vorresti evitargli tutto questo, ma non puoi risparmiarglielo senza sottrargli anche la libertà.”

“Sarà capitato anche a te di sbagliare, anche se sei sempre così sicuro di aver ragione, ti sarà successo di pentirti di qualcosa” replicò Viviana, che aveva le lacrime agli occhi per la collera, o forse per qualcos’altro.

“Sì, mi è successo – rispose Fabrizio, tornando ad abbassare il tono. – ma le mie decisioni le ho prese da solo, anche andando contro i miei genitori, qualche volta, e se ho sbagliato l’ho fatto per conto mio. Capisco che tu voglia proteggere Elisa, ma non puoi pretendere che lo trovi giusto”.

Elisa spostava lo sguardo dall’uno all’altro. Le faceva male vederli litigare, e le dispiaceva vedere sua madre così arrabbiata, anche perché cominciava a capire che la sua reazione era dovuta anche alla sua ansia per lei. Nello stesso tempo però il sostegno di Fabrizio, la forza con cui sosteneva tutto quello in cui lei stessa credeva, l’irruenza con cui aveva parlato dei suoi sentimenti, le faceva sentire come mai prima che su di lui avrebbe potuto fare affidamento, sempre. Anche se non fosse stato d’accordo con lei, sarebbe stato là, un punto di riferimento su cui contare anche se la terra avesse perduto il suo asse e avesse cominciato a turbinare intorno per conto suo.

La lite durò ancora per qualche tempo, Elisa non avrebbe saputo dire per quanto, ma finalmente le voci tornarono a smorzarsi, le parole si addolcirono. Sua madre e Fabrizio non restavano mai in collera l’uno con l’altro a lungo.

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