IL BOSCO – Parte II – Capitolo 2 continua

Non sono riuscita a riordinare bene le parti e i capitoli del romanzo come mi ero ripromessa nei giorni scorsi (ahimè, anche le mie giornate hanno un numero limitato, seppur ampio, di ore), spero nei prossimi giorni, comunque per quanto riguarda la prima parte, questa che posto oggi è la fine del secondo capitolo. Chi volesse leggere in ordine anche le puntate precedenti le trova nella testata del blog sotto la categoria “romanzo/novel” (con un’avvertenza: è lunghetto… 😀 ).

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La mattinata a scuola era stata particolarmente difficile. Due ore di matematica, una di latino, due di greco. Il tempo, adesso che ormai le lezioni erano agli sgoccioli, sembrava proprio non passare mai. Più tardi Elisa si sarebbe stupita di ricordare così bene quel giorno, per tanto tempo ancora, dopo, le capitava di avere dei flash straordinariamente nitidi. Il tre di matematica di Diletta, l’intervallo passato a chiacchierare con Stefano e Nicola, Virna che in un gesto del tutto insolito le offriva un pezzo della sua tavoletta di cioccolata, il professore di greco che insisteva sugli esami che si “andavano inesorabilmente avvicinando”. Si sarebbe anche chiesta se aveva avuto qualche segno, qualche presentimento, ma non le sembrava. Forse lo aveva avuto, ma più di un anno prima, quando aveva visto suo padre così triste e stanco…
La campanella della fine delle lezioni giunse come una liberazione, e come sempre Elisa si precipitò fuori con tutti gli altri, ridendo con quelle risate che si fanno da ragazzi, non tanto allegre forse, ma fragorose, quasi a scacciare qualche paura, o semplicemente a lasciar uscire fuori il sollievo che un altro giorno di scuola è finito, e tutto sembra assurdamente divertente.
A casa sbatté la borsa dei libri sul letto, come al solito, poi andò subito in cucina, per vedere cosa c’era di buono, e trovò sua madre con gli occhi lucidi, Fabrizio che le sedeva vicino tenendole una mano e Cristina con uno sguardo stranamente spento che da tanto tempo non aveva più visto.
– Che cosa succede? – Chiese, preoccupata ma ancora non troppo in ansia. Pensò si trattasse di qualcosa che aveva a che fare col matrimonio di Cristina.
– Vostro padre è in ospedale – disse Viviana. – Non sapevo nemmeno che fosse malato, ma ha chiesto di vedervi, credo… credo che sia molto grave. – La voce le si ruppe, e Elisa per un attimo pensò solo che non aveva senso, la mamma era separata da un pezzo, perché quelle lacrime?
Le venne fuori una voce che non si riconobbe, del tutto piatta.
– Quando andiamo?
– Anche oggi pomeriggio, se vuoi.
Dopo quella volta, l’anno prima, in cui Elisa aveva avuto quella strana sensazione, si erano rivisti spesso con suo padre, e nonostante qualche ombra lui era sembrato normale. Alla fine lei si era convinta che la sua tristezza era probabilmente dovuta davvero solo alla fine della storia con Federica e non ci aveva più pensato. Cristina preferiva di solito fare altre cose per conto suo, e a parte la visita del giorno di Natale e qualche scappata durante l’anno, lo aveva rivisto raramente.
Elisa non riusciva a credere a quello che stava succedendo. Aveva capito che suo padre stava morendo, che era quello che sua madre cercava di dirle. Non era la prima volta che si trovava a contatto con la morte, ricordava ancora la sensazione provata anni prima, quando le avevano detto che non avrebbe più visto la nonna Nives, la madre di papà. Ma niente era stato paragonabile a questo. Era affezionatissima alla nonna, le era mancata enormemente, aveva pianto a lungo, ma non aveva provato questa sensazione come se le stessero strappando via un pezzo.
E poi la visita in ospedale, il pallore spaventoso del viso di suo padre, il suo sorriso triste quando cercava di scherzare come una volta, quel suo far finta che fosse tutto a posto, che sarebbe tornato a casa presto, quando Elisa vedeva benissimo che sapeva tutto, sapeva che non sarebbe tornato a casa, e non riusciva a dire sto morendo, statemi vicino.
Era il suo cuore che “faceva i capricci”, come diceva lui, con quell’espressione così orribilmente innocente, orribilmente evocativa.
A pezzi e bocconi, un po’ dai medici, un po’ da sua madre, Elisa venne a sapere che l’estate precedente aveva avuto un infarto, e che da tempo sapeva di soffrire di cuore e di “essere a rischio”, altra tremenda frase usata in questo caso dai dottori.
Quando anche Bob Kennedy fu assassinato, Elisa lo venne a sapere da una telefonata di Marisa, ma non riusciva proprio più a mettere a fuoco le cose. Era come se ci fosse ovatta, nella sua testa, o un velo opaco che le mostrava il mondo esterno reso evanescente dall’infinita distanza da cui lo guardava. Aveva ascoltato a lungo l’amica in lacrime, si era sforzata di provare un minimo della sua angoscia, ma non le importava davvero.
Due settimane dopo suo padre era morto, e ancora non le sembrava possibile. Le capitava di camminare per la strada e vedere qualcuno che di spalle gli somigliava, o magari era solo pettinato come lui, o usava lo stesso profumo. Provava un tuffo al cuore e pensava allora è stato tutto solo un incubo, non è morto davvero, domani mi ritroverò con lui per Natale e tutto sarà come prima e dimenticherò questa orribile sensazione di vuoto.
Ma poi si accorgeva che non era lui, e l’assaliva un dolore acuto e, del tutto inaspettata, una rabbia che non riusciva a comprendere.
Nonostante il legame con Fabrizio si fosse tanto rafforzato negli ultimi tempi, o forse proprio per quello, lui era evidentemente l’ultima persona a cui avrebbe pensato di rivolgersi in una circostanza come quella.
Il senso di colpa per la confidenza che aveva con lui e per contrasto la difficoltà che aveva a esprimere i suoi sentimenti con suo padre si riaffacciò prepotente, trasformandosi una volta ancora in ostilità, in un muro di silenzio e in subitanee esplosioni di furia, nel bisogno di fargli male.
“Tu non sei mio padre” era diventata una frase ricorrente.
– Lui non sarà tuo padre – le disse sua madre un giorno, esasperata, – ma questa è una famiglia e in una famiglia ci sono regole di convivenza e di rispetto che non possono essere messe in discussione.
– Se tu non lo avessi lasciato, papà non sarebbe mai morto! – Gridò Elisa.
– Questa è una enorme sciocchezza e tu lo sai benissimo.
– Ti ho visto piangere, evidentemente gli volevi ancora bene, e allora perché te ne sei andata? Vorrei che lui non fosse mai entrato nella nostra vita! – Terminò lei, riferendosi a Fabrizio senza guardarlo.
– Sei troppo grande perché io ti dia un ceffone – disse sua madre, e la sua voce risuonava di significati non detti ma del tutto evidenti, – ma credo che tu sappia anche da te che le parole hanno un peso, e che sarà molto, molto difficile dimenticare quello che hai detto adesso. Fare del male ad altri non ti servirà in nessun modo a liberarti dal tuo dolore.
Poi uscì dalla stanza in un silenzio colmo di riprovazione e, così parve a Elisa, di distacco, di una sorta di estraneità, quasi che quelle frasi impedissero a sua madre di riconoscerla.
Una parte di lei avrebbe voluto chiedere perdono a Fabrizio, avrebbe dato qualunque cosa per rimangiarsi quelle assurdità senza senso, ma un’altra parte provava una specie di rabbiosa, amarissima soddisfazione, e l’orribile impulso di ferirlo ancora, di gettargli addosso in qualche modo almeno un poco della sua pena, nella speranza che odiarlo l’aiutasse a sentire meno la mancanza di suo padre.
Non seppe fare altro che guardarlo, senza sapere neanche lei che cosa mai lui avrebbe potuto leggere nei suoi occhi. Poi si voltò per andare via, le spalle un po’ curve a nascondere come si poteva il vuoto che si era costruita intorno.
– Mia madre è morta otto anni fa – disse Fabrizio, costringendola a fermarsi e girarsi di nuovo verso di lui. – Stava tornando da casa di un’amica. Un’auto contromano è sbucata improvvisamente dalla corsia opposta, l’autista era ubriaco. La macchina le è finita addosso, l’ha uccisa sul colpo.
“Ho provato… le stesse cose che provi tu, credo. Un dolore come se mi avessero strappato un pezzo, l’idea pazzesca che mi stavano mentendo, che non era morta, non poteva essere, aveva soltanto cinquantaquattro anni. Una tale rabbia che avrei potuto uccidere la persona che me l’aveva tolta. Ma la cosa peggiore è stata la rabbia contro di lei, perché se n’era andata e io non lo sopportavo, la rabbia perché mio padre era ancora vivo, perché io stesso ero ancora vivo.
Elisa lo guardò. Lo conosceva da tanto tempo, si era confidata con lui, aveva riso con lui e non aveva mai parlato di questo. Sapeva, naturalmente, che sua madre era morta in un incidente, ma non gli aveva mai chiesto dei suoi sentimenti.
All’improvviso si ritrovò a piangere disperatamente tra le sue braccia, non aveva più pianto dal giorno del funerale, ed era come se dentro di lei ci fosse un macigno che le impediva di respirare.
– Quello che alla fine mi ha aiutato a uscirne fuori, è stato ricordare qualcosa che era stata lei a insegnarmi. – continuò lui, accarezzandole con dolcezza i capelli. – Quando perdi una persona pensi soltanto a quello che ti manca, non pensi mai a quanto ti ha dato, a quanto sei stato fortunato ad averla comunque vicino. A un certo punto ho cominciato a dire a me stesso che sarebbe stato molto peggio non conoscerla mai. Ho pensato non più ai discorsi interrotti e a quello che avrei voluto dirle, ma a quello che ci eravamo detti, alle cose che avevamo fatto insieme. Tu hai voluto molto bene a tuo padre, e questo gli ha reso sicuramente la vita più bella, esattamente come il suo affetto riempiva la tua vita.
– Lui… lui non mi ha mai detto niente. Non ha voluto che io sapessi, non si è fidato di me, non ha creduto che fossi capace di stargli vicino.
– Ti sbagli, Elisa. Non è facile parlare di queste cose, la morte fa paura e inoltre non tutti esprimono i loro sentimenti allo stesso modo. Lui sapeva bene che tu gli saresti stata vicino, lo sei stata per tutto quel tempo, andando a trovarlo, parlando delle cose di tutti i giorni, rappresentando il suo legame con la vita. E quando ti ha vista, in ospedale, credi che non fosse perfettamente consapevole che tu sapevi tutto? Ha voluto vederti perché questo gli dava forza.
Fu allora che Elisa capì perché sua madre aveva scelto Fabrizio, e che cosa li teneva così saldamente uniti. Quando era andato via di casa, quando era morta la nonna Nives, quando Federica se n’era andata, suo padre aveva sempre scelto di non parlare, di far finta di non soffrire. Non solo non piangeva, ma faceva come se non fosse successo niente. Era sembrato anche a lei più facile così. Convincersi che niente era cambiato, che quello che la faceva soffrire non era mai successo, e sarebbe forse stato come se davvero l’avesse cancellato. E invece questa paura, questo non lasciarsi andare non attenuava il dolore, ma lo rendeva più grande.
Fabrizio diceva sempre quando era felice, quando era arrabbiato o addolorato. Affrontava le cose, dava loro un nome e così diventavano meno lontane, in qualche modo più conosciute. A Elisa sembrava che la morte di suo padre fosse diventata improvvisamente concreta, reale, qualcosa con cui non avrebbe voluto fare i conti, ma adesso che ne aveva parlato era costretta a farlo. E mentre aveva creduto di non poterlo sopportare, si ritrovava a pensare che per la prima volta quel macigno dentro di lei si stava sciogliendo.

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13 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – Parte II – Capitolo 2 continua

  1. E’ un vero peccato: con un paio di modifiche sarebbe un romanzo perfetto per giovani adulti, come si dice adesso…
    Consolati, però: è un ottimo lavoro comunque… 🙂
    L’hai scritto “da giovane”?

    • Sì, lo “sto scrivendo” da molti anni, diciamo (a partire dai 17, più o meno), molte modifiche sono relativamente recenti, però, poi questo è proprio uno dei motivi per cui finisco per fare un po’ di confusione con parti, capitoli e paragrafi. D’altra parte è una cosa che potrebbe risolversi credo in tempi relativamente brevi, è che mi fa piacere toglierlo dal cassetto ma al tempo stesso non ho molte speranze che possa interessare per una pubblicazione vera e propria. Poi adesso ho quest’altro progetto che mi assorbe quasi completamente, non solo in termini di tempo, ma di energie e di emozioni…
      Grazie, comunque, un commento davvero prezioso per me 🙂

  2. Per quanto ho letto, sia pure in maniera non ottimale, ritengo che il prodotto finale sia buono. Scritto con intelligenza e in maniera fluida. I sentimenti, le emozioni, le percezioni sono adatte al momento storico, anche se ogni tanto mi perdo, in cui si svolgono le vicende.
    Questo è veramente buono ma credo che riunito in un’unica lettura acquisti maggior spessore.

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