IL BOSCO – Parte II – Capitolo 3

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I

Era la prima volta che Elisa prendeva la funicolare di Sant’Anna. Era un vecchio, curioso treno ad acqua che passava seminosservato nel bel mezzo della città.
Il bel palazzo che ospitava la Facoltà di Economia appariva quasi deserto nel primo pomeriggio, ma di fronte alla minuscola aula dove si svolgevano gli esami si era radunata una piccola folla di parenti e amici di tutti i laureandi.
Marco batté un’amichevole manata sulla spalla di Matteo, che per una volta era troppo preso da altri pensieri per infastidirsi.
– E bravo l’economista. Ricordati però che l’università non è l’universo, che un economista non dev’essere per forza economo, che l’eco senza la nomìa è solo una voce senza corpo e che il mercato è aperto il martedì e il giovedì mattina, ma devi stare sempre attento alla borsa. Mi raccomando poi prudenza negli investimenti, quanto a me non investo mai, il sangue mi fa orrore!
Elisa, ridendo, pensò che c’era più di un grano di saggezza in quella folle accozzaglia di parole. Ridere faceva bene. Da settimane ormai era tornata definitivamente alla lunghezza e alla portata dei fiumi, alle equazioni e ai temi sui tempi gloriosi del glorioso Risorgimento Italiano. In soffitta Marcuse, Adorno e Sartre (se pure ne erano mai davvero usciti), in soffitta Gramsci e Rosa Luxemburg insieme al Maggio francese e all’Autunno operaio, alla presa di parola e all’antimperialismo, alla Primavera di Praga e alla fantasia al potere. In soffitta persino lo sbarco sulla luna. “Ci sarebbe tanto da fare qui sulla terra” era stato il commento laconico di Fabrizio. E passato il primo momento di emozione Elisa aveva pensato che ormai avevano tolto l’immaginazione persino dalla luna.
Gli incontri della compagnia si stavano facendo sempre più sporadici. Erano altri, adesso, a proseguire quello che loro avevano abbandonato. Ragazzi più giovani che si prendevano le botte al loro posto, venivano arrestati al loro posto. E l’attentato fallito a una manifestazione contro il regime dei colonnelli, e ancora scontri, ancora arresti e condanne.
Eppure studiare, diplomarsi, laurearsi, sembravano cose così poco importanti, solo fino all’anno prima, quando cambiare il mondo sembrava un obiettivo molto più degno di un semplice pezzo di carta.
Discutere la tesi per Matteo non era altro che una formalità, benché fosse in tensione come uno sposo il giorno del matrimonio. Non c’erano dubbi che di sarebbe laureato quanto meno con la lode, e aveva già il posto assicurato nell’azienda dove aveva fatto uno stage l’anno prima. Non sembrava particolarmente deluso che quella breve parentesi utopistica fosse finita.
Nessuno più parlava di partecipare a manifestazioni che finivano sempre più spesso in scontri violenti. Ognuno aveva un suo progetto, ma nessuno di quei progetti coinvolgeva più il resto del mondo.
Monica stava pensando di mettere niente meno che l’oceano tra sé e Matteo, aveva avuto un’offerta per un piccolo lavoro in America, dove avrebbe potuto nel frattempo studiare. Era sicuramente una bella occasione, per lei che amava tanto le lingue e che era ancora così irrequieta e aveva sempre avuto uno spirito nomade.
Filippo, finita l’università, aveva vinto una borsa di studio e stava lavorando come ricercatore in Svizzera. Per un anno, poi chissà.
Marisa continuava il suo lavoro dall’avvocato e si stava laureando con una tesi di alta matematica di cui Elisa non riusciva a capire neppure il titolo.
Marco stava iniziando il quarto anno di lettere ed era il folletto di sempre, ma nemmeno lui era riuscito a rimettere insieme i cocci di quella spensieratezza che era stata la più bella caratteristica del loro gruppo e che adesso sembrava definitivamente spenta.
E Andrea…
– E’ tanto che penso di andare a specializzarmi in Inghilterra. E’ un paese che amo molto. Lì non c’è questa diffidenza, questo aspettarsi sempre che qualcun altro voglia farti le scarpe, questa idea del medico come professione di successo. Ho sempre pensato che lì ci si preoccupi ancora della salute, che ci sia un altro modo di curare le persone, in ospedali che non siano degli alveari. Adesso potrei finalmente andare a vedere se è davvero così.
– Sembra quasi che tutti vogliano allontanarsi il più possibile, la Svizzera, l’America, l’Inghilterra… come se stessimo tutti scappando – disse Elisa, e la sua voce risuonò alle sue stesse orecchie gonfia di amarezza.
– Certo che davvero, sembra che sia una fuga generale. Ma non sentite come si sta facendo pesante l’atmosfera, qui? Non è solo la delusione, è qualcosa di peggio. Come se la delusione si stesse trasformando in rabbia, forse persino in odio. Oppure sono io che me lo sto immaginando? – Osservò Filippo.
Elisa vide passare davanti agli occhi le scene della primavera di un anno e mezzo prima, tutte in sequenza come in un film. Come se stesse per morire, le venne da pensare dolorosamente. O piuttosto, come se quella parte della sua vita stesse per morire. Continuavano a tornarle in mente le facce, le parole, i gesti di quegli amici a cui aveva voluto così tanto bene e non lo aveva mai capito tanto a fondo come adesso che li stava perdendo.

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9 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – Parte II – Capitolo 3

  1. I nostri giovani, abbandonati i sogni utopistici, tornano coi piedi per terra per integrarsi nel tessuto sociale che prima aveva combattuto. E’ la parabola delle grandi rivoluzioni che tutto si normalizza senza cambiare nulla.
    Aspettiamo le altre parti

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